Ranieri Salvadorini

SISMA IN TRIBUNALE

L'Aquila, processo Grandi rischi: ambiguità e mistificazioni

I fatti travisati dalla difesa che punta a ribaltare la sentenza di primo grado.

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10 Aprile 2014

Prove tecniche di propaganda? In occasione della ricorrenza del terremoto de L'Aquila (nel sisma del 2009 morirono 309 persone), e in vista del processo di secondo grado fissato a ottobre, la rappresentazione del processo 'Grandi rischi' continua a essere avvolta da una cortina fumogena di ambiguità e mistificazioni.
Enzo Boschi, ex dirigente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, è il più attivo sul piano mediatico: nel suo comprensibile e legittimo tentativo di difesa mediatica - dal giornale locale o blog, fino a Science o al Los Angeles Times - tuttavia travisa e mistifica fatti e documenti.
Ecco, uno per uno, i punti che vanno liberati da equivoci.

1. A L'Aquila non si tratta di un 'processo alla scienza'

Nel terremoto de L'Aquila del 2009 persero la vita 309 vittime: oltre 1.500 furono le persone ferite.

(© GettyImages) Nel terremoto de L'Aquila del 2009 persero la vita 309 vittime: oltre 1.500 furono le persone ferite.

L’idea che gli imputati siano stati condannati in primo grado per non aver previsto il terremoto («For failing to give adequate advance warning», ha scritto Boschi su Science del 27 Settembre 2013), si oggettivizza nel reato di «mancato allarme», come lo avevano definito, erroneamente, i media. Ma non è vera.
Nel processo de L’Aquila alcuni scienziati sono stati valutati e condannati per il loro cattivo operato: negligenza, informazioni fuorvianti, accondiscendenza al potere politico.
La scienza semmai è la grande assente. Perché la sostanza della sentenza tende a verificare se sussista il nesso di causalità tra il messaggio di «rassicurazione disastrosa» (come si evince dalla consulenza chiave del processo) espresso dalla Commissione grandi rischi (Cgr) e il cambiamento di abitudini che in 29 casi si è rivelato fatale.
I riferimenti agli studi scientifici sono marginali e del tutto ininfluenti in termini penali.

2. La Cgr deve fornire «precise indicazioni normative per il comportamento»

Una fase del processo Grandi rischi: a ottobre è atteso il secondo grado di giudizio.

(© GettyImages) Una fase del processo Grandi rischi: a ottobre è atteso il secondo grado di giudizio.

Boschi ha scritto che la comunicazione è compito esclusivo della Protezione civile. Falso.
La legge istitutiva della Protezione civile (225/1992, articolo 3) non separa nettamente le sue responsabilità da quella dei consulenti tecnico-scientifici. Secondo tale legge, il compito di «previsione» della Cgr «consiste nelle attività, svolte anche con il concorso di soggetti scientifici e tecnici competenti in materia, dirette all'identificazione degli scenari di rischio probabili e, ove possibile, al preannuncio, al monitoraggio, alla sorveglianza e alla vigilanza in tempo reale degli eventi e dei conseguenti livelli di rischio attesi». Attività che non si concretizza nel porgere «informazioni e notizie», bensì nel fornire «precise indicazioni normative per il comportamento»; non ha una valenza «intellettuale», ma «operativa»; non è descrittiva ma prescrittiva.
Dunque, che «scenari di rischio probabili» descrisse la Cgr il 31 marzo del 2009? Ci fu una riunione di mezz’ora (finita negli atti del processo) ben riassunta dalle parole di congedo da Daniela Stati (un dirigente presente alla riunione): «Grazie per queste vostre affermazioni che mi permettono di andare a rassicurare la popolazione attraverso i media che incontreremo in conferenza stampa».

3. Il mantra dello «scarico di energia» e del non-terremoto

Bernardo De Bernardinis, ex vicecapo della Protezione civile.

(© GettyImages) Bernardo De Bernardinis, ex vicecapo della Protezione civile.

La Cgr previde un non-terremoto: «Più scosse ci sono, meglio è», perché significa che «sta scaricando energia». Questo il senso dell’intervista rilasciata da Bernardo De Bernardinis, il 30 marzo 2009, alle televisioni.
Fu con queste parole che molti aquilani convinsero i propri cari a restare a casa al crescere dell’intensità delle scosse. Quel messaggio, «state tranquilli», agì come un semaforo verde, in forza di un principio cardine della disastrologia: la diminuzione della percezione del rischio aumenta l’esposizione al pericolo.
L’intervista dello «scarico d’energia», contestano alcuni imputati, fu fatta prima della riunione.
BOSCHI IGNORA TUTTO. Boschi ha affermato in proposito di non averne saputo nulla. E su Il Foglietto della ricerca (notiziario online dell'Usi-Ricerca) ha scritto: «La rassicurazione data a L'Aquila, (…), è consistita esclusivamente nell'affermare che tante piccole scosse in una zona impediscono il verificarsi di scosse forti e distruttive perché in quella zona si avrebbe così uno scarico 'tranquillo' di energia sismica. Affermazione, mi si dice, riportata continuamente dai locali mezzi di informazione nei giorni immediatamente precedenti al terremoto del 6 aprile 2009. Forse la cosa più stupida che mi sia capitato di sentire negli ultimi anni. Nettamente superiore in stupidità alla storia del tunnel scavato da Ginevra al Gran Sasso per verificare se i neutrini vanno più veloci della luce».
IL SILENZIO SULL'ARGOMENTO. Eppure, nel corso della riunione, Franco Barberi, della Protezione civile, come si risulta dagli atti del processo, informò i membri della Cgr: «Ho sentito il capo della Protezione civile dichiarare alla stampa, anche se non è un geofisico, che quando ci sono frequenze sismiche frequenti si scarica energia e ci sono più probabilità che la scossa non avvenga».
Sorge spontanea la domanda: se era una tale bestialità scientifica, perché nessuno dei presenti alzò la mano? Perché calò il silenzio e «si cambiò subito argomento»?

4. La pena è personale, ma la responsabilità può essere collettiva

Il giudice Marco Billi.

(© GettyImages) Il giudice Marco Billi.

Molti commentatori hanno rappresentato - se non aggredito - la sentenza sostenendo che «la responsabilità collettiva è una mostruosità giuridica». Ma se è vero che il principio che la responsabilità penale è personale è anche vero che il giudice Marco Billi ha fatto tutt’altra operazione: ha legato tutto, grazie alla norma sulla «cooperazione colposa» (articolo 113 del codice penale), che prevede che in certe situazioni i membri di un’organizzazione debbano essere consapevoli della propria e della altrui condotta. E di quello si risponde, secondo la legge, a maggior ragione se l’organizzazione è istituzionale (per esempio un’equipe medica). Quindi, nulla a che vedere con la «responsabilità collettiva» di cui ha parlato la difesa. In appello questo punto di diritto - per molti esperti problematico - è destinato, quasi certamente, a essere aggredito per differenziare le responsabilità.

5. Negli avvisi di garanzia, niente accuse per non aver previsto il sisma

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con Bertolaso nella visita a L'Aquila dopo il sisma.

(© GettyImages) Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con Bertolaso nella visita a L'Aquila dopo il sisma.

Quando arrivarono gli avvisi di garanzia per «negligenza e informazione fuorviante» (1 giugno 2010) i «dirigenti dell’Ingv» (questa a formula scelta per la firma) scrissero una «lettera aperta» al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (18 giugno 2010) che inviarono ai colleghi di tutto il mondo.
Che c’era scritto in quella lettera? «L’accusa è per non aver previsto un terremoto», avevano messo nero su bianco i «dirigenti dell’Ingv».
Eppure, negli avvisi di garanzia - ai tempi della lettera già pubblici - non c’era una sola parola sul mancato allarme, o sull’assurdità di 'prevedere l’imprevedibile'.
CONTROLETTERA DEGLI SCIENZIATI. Insomma, misero in giro un falso, che 4 mila ricercatori firmarono in buona fede nel giro di 72 ore. Ma nessuno verificò, inclusa la stampa nazionale, internazionale e specializzata e quando ci si accorse dell’errore era tardi: il mantra del «processo alla scienza» era già diventato globale.
Gli unici ad avere delle «perplessità» furono il sismologo californiano Lalliana Mualchin e il russo Vladimir Kossobokov. Chiesero i documenti originali e verificarono che la lettera fosse sbagliata.
Iniziò così un contro-giro di mail tra colleghi che ha avuto come esito una controlettera, a Napolitano, «favorevole» alla sentenza, perché metteva a tema responsabilità personale, corretta comunicazione del rischio e indipendenza della scienza. Ma Science e Nature - e la stampa in generale - non pubblicarono gli 'scienziati del dissenso'.

6. Il rapporto tra potere e scienza e la logica di compiacenza

Guido Bertolaso, capo della Protezione civile ai tempi del sisma de L'Aquila.

(© GettyImages) Guido Bertolaso, capo della Protezione civile ai tempi del sisma de L'Aquila.

La telefonata di Guido Bertolaso - al di là del profilo penale, è lui il personaggio con maggiori responsabilità sul piano etico - con Daniela Stati (ex Forza Italia ora candidata in una lista civica a sostegno del Partito democratico alle amministrative di maggio in Abruzzo) è la chiave di lettura di una vicenda paradigmatica della commistione tra scienza e potere politico, un rapporto malato regolato da una logica di compiacenza.
«Li faccio venire a L’Aquila o da te o in prefettura, decidete voi, a me non frega niente, di modo che è più un’operazione mediatica, hai capito?». E ancora: «Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti diranno: è una situazione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio, perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male».
Perché in una situazione in cui era in gioco la vita umana, degli scienziati sono venuti meno alla loro responsabilità verso la comunità e ai loro obblighi di civil servants.
Parlare di processo alla scienza, alla luce delle informazioni disponibili, significa colludere con una 'chiamata alle armi' corporativa fondata su una mistificazione degli atti giudiziari.

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