Libia, liberati gli altri due tecnici italiani

Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, tecnici Bonatti sequestrati in Libia, stanno bene. «Ma siamo psicologicamente devastati». I servizi: «Presto in Italia». Video.

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04 Marzo 2016

Gino Pollicardo e Filippo Calcagno tornati in libertà.

(© Sabratha Media Center) Gino Pollicardo e Filippo Calcagno tornati in libertà.

Hanno il volto segnato di due naufraghi, i capelli lunghi e la barba incolta. Ma sono tornati in libertà e stanno relativamente bene. L'incubo è finito per Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, i dipendenti della ditta Bonatti rapiti in Libia a luglio 2015. Erano stati sequestrati insieme ai colleghi Fausto Piano e Salvatore Failla, per poi essere consegnati a un gruppo armato probabilmente vicino agli uomini dello Stato islamico.
Diverso purtroppo il destino di Piano e Failla, che col passare delle ore ha ricevuto numerosi riscontri, anche se manca ancora l'ufficialità. Sarebbero stati uccisi giovedì 3 marzo a Sabratha, nei pressi del confine con la Tunisia, durante un blitz delle milizie di Tripoli contro un altro gruppo di combattenti d'origine tunisina legato all'Isis. All'interno del covo in cui erano tenuti prigionieri, o forse nel corso di un trasferimento (cosa sappiamo finora).
L'ultima testimonianza è quella del capo del Consiglio comunale di Sabratha, Hussein al-Zawadi, secondo il quale i due italiani sarebbero morti negli scontri tra jihadisti e truppe fedeli al governo di Tripoli.
LA GIOIA DEI FAMILIARI DI GINO E FILIPPO. La liberazione di Gino Pollicardo è stata accolta con gioia dai familiari, che da otto mesi speravano e aspettavano questo momento. La moglie, Ema Orellana, ha detto in lacrime alle agenzie di stampa: «L'ho sentito al telefono. Una gioia pazzesca, non lo avrei mai immaginato. Penso però ai due colleghi che non ci sono più e provo una tristezza infinita. Provo gioia e tristezza insieme». Anche Gianluca Calcagno, figlio del tecnico rapito, è riuscito a parlare al telefono con suo padre: «È libero. Sta bene, anche se è molto provato. Mi ha detto che in questo momento lui e Gino sono nelle mani della polizia libica e non vedono l'ora di rientrare in Italia». «Una gioia immensa, rattristata dalla notizia dell'uccisione degli altri due colleghi», ha detto invece ai cronisti sulla porta di casa Gino Pollicardo junior, il figlio del tecnico della Bonatti che porta lo stesso nome del padre.
LA DINAMICA DELLA LIBERAZIONE. Sulla dinamica della liberazione, come su quella della morte di Piano e Failla, ci sono ancora molti punti interrogativi.
Lorenzo Cremonesi, inviato a Tripoli del Corriere della Sera, sostiene che i due italiani siano stati liberati a seguito di un'azione delle «milizie di Rada ('Deterrenza') e di Fajr Libya ('Alba libica'), impegnate in operazioni di polizia a Sabratha e nei dintorni, dove da mesi si è insediato l'Isis. Non sappiamo se ci sono stati scontri, ma quella è una zona di combattimenti».
AL-ZAWADI: «HANNO SFONDATO LA PORTA». Il capo del Consiglio municipale di Sabratha, Hussein al-Zawadi, ha dato la seguente versione dei fatti alle agenzie internazionali: Pollicardo e Calcagno sarebbero riusciti a sfondare da soli la porta principale della casa in cui erano tenuti prigionieri, nella parte nord-occidentale della città libica, liberandosi in questo modo dalla prigionia di un gruppo affiliato all'Isis. I miliziani locali sarebbero venuti in loro soccorso in un secondo momento, su segnalazione di alcuni residenti. L'area è stata al centro di duri scontri tra combattenti dell'Isis e forze locali di Sabratha, ha precisato al-Zawadi, descrivendo i due italiani come «in buone condizioni», anche se a digiuno da una settimana.

 

  • Il biglietto pubblicato dal Sabratha Media Center in cui Gino Pollicardo annuncia la liberazione.

 

I SERVIZI: «PRESTO LI PORTEREMO IN PATRIA». Sulla pagina Facebook del Sabratha Media Center sono apparse sia le prime fotografie di Gino e Filippo finalmente liberi, sia il biglietto, che si presume autografo, in cui Pollicardo scrive: «Stiamo bene, ma siamo psicologicamente devastati. Abbiamo bisogno di tornare urgentemente in Italia». Il biglietto riporta però la data del 5 marzo, mentre la liberazione è avvenuta il 4.
I nostri 007 hanno verificato che i due ostaggi tornati in libertà si trovano sotto la custodia «della 'polizia' locale» di Sabratha. Presto saranno trasferiti in una «zona sicura», dove verranno presi in consegna da agenti italiani che li riporteranno in patria.

 

  • In un video pubblicato su Twitter da un miliziano di Tripoli è possibile ascoltare la voce di Pollicardo e Calcagno.

 

CHI SONO I TECNICI LIBERATI. Gino Pollicardo ha due figli, è ligure e vive a Fegina, nelle Cinque Terre in provincia di La Spezia. È un tecnico specializzato, così come Filippo Calcagno, siciliano della provincia di Enna. Una carriera all'Eni in giro per il mondo, poi il passaggio alla Bonatti.
La ditta, fondata a Parma nel 1946 dall’ingegnere Saul Bonatti e controllata oggi dal Ceo Paolo Ghirelli, conta più di 6 mila dipendenti in 14 Paesi, dal Messico al Nord Africa, dall’Arabia al Kazakhstan. Circa l’80% del fatturato dell'azienda - 740 milioni di euro nel 2014 - arriva dall'estero. Il legame con la Libia parte da lontano e risale al 1979, con la firma del primo contratto per conto dell’Agip. Attualmente la Bonatti Spa si occupa in Libia di assistenza e manutenzione all'impianto di Mellitah, gestito da Eni e dalla compagnia libica National Oil Corporation, che attraverso il gasdotto Greenstream porta il metano in Italia.
IL SEQUESTRO A LUGLIO 2015. Proprio a Mellitah, a luglio 2015, i quattro tecnici italiani erano stati sequestrati. Fausto Piano, Salvatore Failla, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno avrebbero dovuto sostituire alcuni loro colleghi per conto della Bonatti. Erano entrati in Libia dalla Tunisia, ma sono stati rapiti poco prima di arrivare a destinazione, nei pressi di Zuwara.
IL FIGLIO DI CALCAGNO: «SAPEVAMO CHE LA SVOLTA ERA VICINA». Gianluca Calcagno, figlio del tecnico liberato, ha raccontato di aver saputo la notizia «dai telegiornali». Poi «è arrivata la conferma dalla Farnesina, giustamente cauta. Non ci hanno detto quando sarà a casa, né dove si trovi adesso mio padre. Per noi sono stati mesi angosciosi, ma sempre con la speranza che la vicenda si sarebbe potuta chiudere positivamente. La scorsa settimana sapevamo che si era vicini a una svolta, ma non era dato sapere nulla sulle tempistiche». Al telefono, suo padre non ha raccontato nulla della prigionia: «Dalla voce ho sentito che stava bene, ma so che è un grande camuffatore, sa non trasmettere alla famiglia le sue paure, l'ha imparato da questo lavoro. Ora aspettiamo il suo ritorno».

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