Madaya, l'inferno siriano dove si muore di fame

La mancanza di cibo ha già ucciso 46 persone. E almeno 320 sono i malnutriti. Amjad, uno dei 40 mila intrappolati dall'assedio di Assad: «Stiamo impazzendo».

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14 Febbraio 2016

da Beirut


Le foto degli abitanti denutriti di Madaya hanno fatto il giro del mondo.
Era metà gennaio quando a tre convogli carichi di aiuti era stato concesso di superare l’assedio che da mesi stringeva la città siriana assediata dalle forze militari fedeli al presidente Bashar al Assad.
Un'autorizzazione che era il risultato di un accordo, realizzato grazie alla mediazione dell’Onu, tra il governo e diversi gruppi armati, che prevedeva la consegna di generi alimentari e medicinali anche nelle città di Al-Foua e Kufraya, circondate dai ribelli (guarda la gallery).
RIDOTTI ALLO STREMO. Da allora, però, nulla è cambiato per i circa 40 mila abitanti di Madaya, sempre più ridotti allo stremo.
Altre 18 persone sono morte per fame, portando, secondo la Croce rossa internazionale, a 46 i decessi per mancanza di cibo in città.
Ci sono almeno 320 persone colpite da malnutrizione, di cui 33 gravi.
«FINITA LA LEGNA DA ARDERE». Amjad Burhan, un prigioniero di Madaya impegnato in un comitato di soccorso locale, racconta: «La novità più significativa è l’arrivo dell’inverno con le temperature scese sotto zero».
Ora la legna da ardere è praticamente introvabile: «Così abbiamo iniziato a bruciare plastica e nylon».
E i problemi non finiscono qui: «Diversi bambini sono rimasti gravemente feriti dalle mine anti-uomo mentre cercavano un po’ di legna nel bosco al limite della città».
CECCHINI E CAMPI MINATI. Madaya è circondata da cecchini e da campi minati. «Lo fanno per impedirci di fuggire. So con certezza di almeno 50 persone che hanno cercato di scappare e sono rimaste uccise», continua Amjad.
La tregua è una speranza, ma per molti mal riposta.
 

Amjad ha perso 35 chili in otto mesi

Quasi tre settimane dopo l’arrivo dell’ultimo convoglio di aiuti, gli abitanti di Madaya hanno visto peggiorare le loro condizioni e ora stanno perdendo la speranza.
Inutili sembrano gli appelli delle Nazioni unite che continuano a chiedere la liberazione della loro e delle altre città assediate in Siria.
«SENZA ACQUA NÉ MEDICINE». Amjad spiega: «Immaginate di essere in un edificio recintato da 30 altri palazzi e circondato da un grande muro, poi immaginate di vivere senza elettricità, cibo, acqua e medicine. Questa da mesi è la nostra vita quotidiana».
Lui ha perso 35 chili in otto mesi, da quando è iniziato l’assedio.
«È davvero difficile capire come sia possibile che siamo ancora vivi».
«COINVOGLI NON SUFFICIENTI». Tarek Wheibi, portavoce della Croce rossa internazionale, ha detto che «i convogli arrivati sono sufficienti al massimo per un mese. Stiamo fornendo un sollievo, ma se non è garantito un accesso costante non si può assicurare la sopravvivenza della popolazione».
Non si sa se e quando un altro convoglio umanitario raggiungerà gli assediati.
«ABBIAMO PERSO LA SPERANZA». Amjad è rassegnato: «A causa del riaccendersi dei combattimenti in città abbiamo perso la speranza di ricevere altri soccorsi in tempi brevi».
Tragicamente anche gli aiuti arrivati a Madaya il 14 gennaio hanno creato problemi ai residenti.
Parte degli alimenti consegnati, come i fagioli o il concentrato di pomodoro, erano difficili da digerire per chi non mangiava da diverse settimane e hanno causato dolori di stomaco intensi e in alcuni casi convulsioni.
Secondo gli attivisti locali circa 200 persone sono state colpite da queste sindromi.

Hasan Alaeddine, il 16enne morto per malnutrizione

Le Nazioni unite stimano che circa 400 residenti hanno disperato bisogno di cure mediche al di fuori da Madaya.
«Sono stati evacuati 37 malati, ma è indispensabile far entrare in città personale sanitario, attrezzature e medicinali», ha detto Linda Tom, di Ocha, Office for the Coordination of Humanitarian Affairs.
Amjad Burhan ricorda la storia di Hasan Alaeddine, un ragazzo evacuato dalla Mezzaluna rossa siriana per essere curato in ospedale a Damasco.
«NON È PIÙ TORNATO». «Aveva 16 anni, era un mio allievo nella scuola improvvisata dove insegno. Prima di andarsene mi aveva chiesto se al ritorno poteva recuperare le lezioni che avrebbe perso. Purtroppo non è più tornato. Quattro giorni dopo è morto in ospedale per la malnutrizione».
La clinica mobile che era arrivata con il convoglio umanitario due giorni dopo ha dovuto lasciare la città.
SALUTE MENTALE A RISCHIO. L’assedio così lungo mette anche a dura prova la salute mentale della popolazione, che ha sempre più paura di restare prigioniera ancora per molto tempo.
«Lo stato psicologico della nostra gente è molto preoccupante. Alcuni sono impazziti; altri sono affetti da isteria», dice Amjad, «la nostra anima sta morendo giorno dopo giorno».


Twitter @MauroPompili

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