SCANDALO

Mps, ombre sui controlli di Bankitalia

Nel 2010 scrisse: «Investimenti con profili di rischio».

25 Gennaio 2013

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena continua a tenere banco sulla cronaca nazionale. E a far parlare è anche il ruolo che ha avuto in questa vicenda Banca d'Italia, entrata a gamba tesa nella bufera, per non aver esercitato al meglio i controlli del caso.
Palazzo Koch, il 23 gennaio, si è prima discolpato sull'omesso controllo dell'istituto di credito senese, sostenendo che «la vera natura di alcune operazioni riguardanti Mps riportate dalla stampa è emersa solo di recente, a seguito del rinvenimento di documenti tenuti celati all'Autorità di Vigilanza e portati alla luce dalla nuova dirigenza di Mps».
Poi Bankitalia è stata chiamata alle sue responsabilità di controllo della banca più antica del mondo dal ministro dell'Economia Vittorio Grilli.
Nel pomeriggio del 24 gennaio, infine, c'è stata la frenata: il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha cercato di smorzare i toni e ha ribadito piena fiducia nell'Istituto di via Nazionale.
Insomma, ombre si allungano anche su Palazzo Koch e ci si chiede se davvero Mps gli abbia potuto nascondere le carte.
LA RELAZIONE DI BANKITALIA NEL 2010. Ha provato a rispondere a questa domanda il Corriere della Sera, in una inchiesta a firma del team Gabanelli, in cui si rilegge la relazione della Vigilanza di Bankitalia che nel 2010 fece visita al Monte Paschi. L'ispezione durò tre mesi (dall'11 maggio al 6 agosto) ed è firmata da Vincenzo Cantarella, Biagio De Varti, Giordano Di Veglia, Angelo Rivieccio, Federico Pierobon, Omar Qaram.
Dalle osservazioni generali riguardanti l'accertamento emergono «risultanze parzialmente sfavorevoli».
Il quotidiano di via Solferino riporta il parere degli ispettori e chiarimenti annessi a seguito: «La regolamentazione delle operazioni finanziarie deve essere estesa ai veicoli di diritto estero, al fine di evitare che possano essere assunte posizioni non monitorabili dalle strutture di controllo» (ovvero, ci sono più centri decisionali in grado di assumere rischi, ed è quindi opportuno che la capogruppo sia in grado di conoscere i rischi che tutti questi altri centri si assumono).
«POCO INCISIVO L'OPERATO DEL COMITATO RISCHI». E si legge ancora: «L'azione dei comitati interni è incerta, poco incisivo l'operato del comitato rischi, le decisioni prese nei comitati finanza e di stress non vengono riportate con regolarità al Consiglio» (ovvvero, ognuno assume i propri rischi e il Consiglio non sa niente).
«La struttura commerciale si raccorda in modo insufficiente con quella che gestisce i rischi finanziari derivanti da prodotti che includono derivati. Poco efficace anche il coordinamento dei vari risk Taking Center, la cui sovrapposizione operativa è stata assecondata assegnando crescenti obiettivi di profitto all'area Tesoreria, Capital Management e Direzione Global Market» (ovvero: i dirigenti di queste aree si sovrappongono pur di fare profitto senza monitorare i rischi). In conclusione: «L'orientamento del gruppo verso l'assunzione dei rischi escluso dal computo dei requisiti prudenziali non si è accompagnato al rafforzamento, anche in termini di risorse addette, dei relativi presidi di riscontro».
PREOCCUPAZIONE PER LE CONTROLLATE ESTERE. Bankitalia ha scritto poi della mancanza di competenza nella capacità di gestire i rischi assunti: «Il Risk management non riscontra le valorizzazioni dei fondi hedge e di private equity, né le posizioni detenute da numerose controllate estere».
Le stesse controllate estere che fecero le contestate operazioni Alexandria e Santorini, di cui Palazzo Koch si discolpa da ogni presunta responsabilità.
Ma la relazione della Vigilanza di Bankitalia, nel 2010, è chiara e cita proprio questi due casi: «Alcuni investimenti a lungo termine presentano profili di rischio non adeguatamente controllati né riferiti dall'esecutivo all'organo amministrativo. In particolare si sono determinati consistenti assorbimenti di liquidità (oltre 1,8 miliardi) riferiti a due operazioni, del complessivo importo nominale di 5 miliardi di euro, stipulate con Nomura e Deutsche Bank Londra».
Non resta che comprendere, quindi, perché se Palazzo Koch sapeva non ha parlato. E, ancora oggi, continua a trincerarsi nel silenzio.

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