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Cronaca 

Nardò, la città degli invisibili

Viaggio nel Salento del caporalato dove centinaia di africani dimenticati raccolgono angurie per 20 euro al giorno.

IL REPORTAGE

di Andrea Gabellone

Nella giornata più calda della torrida estate salentina, il mercurio del termometro sfiora i 40 gradi già dalle 9.00. Nonostante qualche angolo d'ombra a ridosso dei bar, Nardò, cittadina dell'entroterra nel tacco d'Italia, ha l'aria desolata tipica dell'estate: sottofondo di cicale, strade deserte e un silenzio surreale.
DRAMMA SOCIALE. Eppure, solo a poche centinaia di metri dal paese, come ogni anno, in una colpevole indifferenza, si consuma un autentico dramma sociale. Nardò è una delle capitali italiane del caporalato e le sue campagne sono popolate, notte e giorno, da un esercito di immigrati pronti a tutto pur di lavorare come schiavi.
Li hanno ribattezzati «gli invisibili delle campagne di raccolta». Nessuno li vede e nessuno li sente. O, meglio, nessuno vuole vederli né sentirli. Sono lì per la stagione delle angurie e sopravvivono come possono, accampati in tende, sotto gli ulivi, senza acqua potabile e senza corrente elettrica.
CIRCA 800 INVISIBILI. Sono diverse centinaia - alcuni sostengono addirittura 800 - sparsi sui 2100 ettari di terreno dedicati alla coltivazione delle angurie e vengono tutti dall'Africa: Tunisia, Algeria, Senegal, Sudan, Costa d'Avorio, Ghana.
La strada che costeggia la zona industriale di Nardò ricorda un formicaio: gli “invisibili”, in fila indiana, percorrono la provinciale, camminando sotto il sole cocente per andare a lavorare, per cercare dell'acqua o cartoni sui quali adagiarsi per la notte; sfiorati, ogni giorno, da centinaia di auto di turisti e salentini che sfrecciano per raggiungere le bianche spiagge della costa ionica.
E per quanto ci si sforzi a voltarsi dall'altra parte, per quanto l'informazione possa latitare su questa vicenda, il Salento è ormai macchiato in maniera indelebile nella sua immagine promozionalmente costruita da divertimento, vacanze, mare cristallino e musica popolare.

La chiusura della masseria Boncuri e la latitanza delle istituzioni

La responsabilità di ciò che accade nelle campagne neretine parte proprio da qui, da questa terra. Sulla stessa strada, si affaccia la struttura rurale che, durante gli scorsi anni, aveva rappresentato la dimora per i braccianti: la masseria Boncuri.
Un luogo non certo confortevole, ma utile a garantire un minimo di servizi e divenuto poi un punto di riferimento per le associazioni umanitarie locali nella lotta al caporalato.
SERVIZI TAGLIATI. Oggi la masseria Boncuri non è altro che lo spettro di ciò che era fino a 12 mesi fa: porte chiuse, servizi tagliati dall'amministrazione e i resti, ormai putrefatti, dell'ultimo passaggio.
La prefettura di Lecce, a maggio 2012, ha comunicato, d'accordo con l'amministrazione neretina, che non si sarebbe occupata dell'apertura dello spazio, giustificando così la decisione: «Il fabbisogno di manodopera stagionale per la raccolta delle produzioni agricole ha subìto, quest’anno, una fortissima contrazione a causa della crisi. Quindi, per il 2012, non dovrebbero porsi le esigenze che avevano determinato, negli anni passati, un'alta presenza di manodopera stagionale nell’area agricola di Nardò e che avevano portato il comune, con la collaborazione della Provincia di Lecce, all’allestimento del campo presso la masseria Boncuri».
In buona sostanza, una previsione pericolosamente estranea alla realtà, cui si è cercato di porre rimedio. L'amministrazione neretina è infatti tornata sui suoi passi proprio nei giorni scorsi, decidendo di ristrutturare la masseria, anche se potrebbe rivelarsi un'iniziativa «fuori tempo massimo».
Certo, è impresa ardua censire tutti i braccianti che hanno invaso le campagne di Nardò durante l'ultimo mese, ma i numeri hanno poco a che spartire con la dignità umana. E le polemiche, davanti a tanto disagio, lasciano il tempo che trovano.
SITUAZIONE INSOSTENIBILE. Al momento, di sicuro, c'è una situazione insostenibile per chi è costretto a viverla in prima persona e indigeribile per chiunque, dall'esterno, abbia voglia di comprenderla. E di gente disposta ad assistere i braccianti di Nardò ce n'è veramente poca.
Le istituzioni locali latitano: tra dibattiti sul lavoro irregolare e conferenze sull'immigrazione, sono state spese più parole che impegni concreti.
L'ASSISTENZA DEI SINDACATI. I sindacalisti della Cgil di Lecce, invece, sono costantemente presenti sul territorio e combattono l'emergenza distribuendo ai lavoratori acqua potabile, assistenza medica, beni di prima necessità.
Il sindacato aiuta i lavoratori a iscriversi nelle cosiddette “liste di prenotazione”, azione di controllo che si propone di far emergere il lavoro nero. Tuttavia, il “camper dei diritti”, con il quale la Cgil monitora quotidianamente le campagne di Nardò, non per tutti è sinonimo di cooperazione.
I caporali delle campagne di raccolta, consapevoli della gravità del reato che stanno commettendo, cercano di tenere a distanza qualsiasi intrusione nel loro lavoro con ogni sorta di minacce e intimidazioni.

L'accampamento improvvisato, con una cisterna d'acqua e due bagni chimici

A Nardò, il camper della Cgil compie quotidiani giri tra gli accampamenti improvvisati dei migranti. A dare man forte ci sono anche una squadra di Emergency e qualche volontario locale.
La prima tappa è un vicino uliveto. Le fitte fronde sono una piccola oasi in mezzo ai campi di terra rossa dove il sole di luglio inaridisce qualsiasi cosa.
MOLTI TUNISINI E ALGERINI. Sotto l'ombra ci sono, a occhio, un centinaio di persone: molti fra tunisini e algerini, qualche centrafricano. Alcuni sono caporali, quelli che decidono chi deve lavorare e chi no, pretendono una percentuale sul lavoro dei braccianti, hanno confidenza con la lingua italiana, sono in contatto con la malavita che gestisce lo sfruttamento e, il più delle volte, non hanno scrupoli.
L'accoglienza, come c'era da immaginarsi, non è delle migliori: alla vista della macchina fotografica, qualcuno fa capire, senza grossi giri di parole, che è meglio non scattare.
UN CLIMA TESO. L'aria è tesa e la visita non è molto gradita; lo si capisce anche dagli sguardi e dal parlottare circospetto di qualcuno.
«Sono qui da una settimana e non riesco a lavorare», spiega Adam, un ragazzo di 25 anni che arriva dal Sudan, «perché i caporali non me lo permettono. Ho i documenti, ma non servono a nulla. Vivo in Italia da più di un anno, a Vicenza, e sono venuto a Nardò perché alcuni miei amici mi hanno detto che c'era la possibilità di lavorare, ma purtroppo fino ad ora non ci sono riuscito».
Come Adam, molti immigrati sono in attesa di poter piegare la schiena nei campi a raccogliere quel che c'è e, nel frattempo, sfidano con ostinazione le rigide condizioni climatiche, la fame e l'assenza pressoché totale di igiene.
EVIDENTE DEGRADO. Nell'accampamento, la presenza dell'amministrazione locale si manifesta con una cisterna d'acqua potabile e due bagni chimici. La spesa, per un totale di 5 mila euro - come da determina dirigenziale del Comune di Nardò - servirà tutt'al più a detergere qualche coscienza, ma non toglie molto all'evidente degrado. A qualche decina di metri dagli ulivi, si trova una struttura fatiscente, una ex falegnameria, che molti braccianti hanno occupato in ogni suo angolo disponibile.
«Dapprima c'è stata un'occupazione abusiva», ha spiegato al riguardo il sindaco di Nardò Marcello Risi, «ma ci sono ragioni di carattere umanitario che ci spingono a guardare con prudenza questo tipo di fenomeni. Dopo un breve colloquio privato con me, il proprietario della struttura ha dato il suo consenso all'utilizzo dell'immobile senza pretendere alcun corrispettivo».

Adib, algerino: «Lavoriamo per 20 euro al giorno e non abbiamo niente»

La falegnameria dismessa è un edificio a due piani. Mentre al piano terra si dorme e si cucina, al primo sacro e profano convivono: ci sono quattro prostitute nigeriane a servizio dei braccianti e uno spazio per pregare.
ETNIE DIVISE. Le etnie sono profondamente divise dagli stili di vita e dalle personalità differenti; gli spazi sono presidiati dai nordafricani da una parte e dai centrafricani dall'altra e non c'è punto di contatto, se non, talvolta, litigi e risse.
Un ragazzo tunisino ci fa vedere una profonda ferita sulla testa coperta, alla buona, da una garza: «Non è niente», dice toccandosi il capo, «non mi fa male».
E quando gli chiediamo come se l'è procurata abbassa lo sguardo, come per vergogna, e sorride. Qualcuno, a un tratto, rompe gli indugi e decide di sfogarsi, come Adib, algerino di 32 anni: «La situazione peggiora di anno in anno. Vengo a Nardò dal 2010 e, invece di trovare condizioni migliori, quest'anno siamo abbandonati. Lavoriamo per 20 euro al giorno e non abbiamo niente».
STATO LATITANTE. E aggiunge: «Molti dei nostri stanno male, si sono ammalati per colpa del caldo e della sete. Alcuni sono minorenni. Quando l'anno passato ho lavorato a Battipaglia, per la raccolta dei pomodori, ho avuto problemi di salute e la guardia medica mi ha chiesto i documenti. Io non li avevo e loro si sono rifiutati di curarmi. Dov'è lo Stato italiano quando succedono queste cose? Perché non interviene qualcuno?».
E già, perché? La storia degli ultimi anni ha insegnato che per risolvere il problema di Nardò, come quello di Foggia, Battipaglia o Rosarno, dove lo sfruttamento nei campi è consuetudine, non sono sufficienti sparuti interventi delle forze dell'ordine, né basteranno le pur essenziali operazioni delle procure.
COMBATTERE IL CAPORALATO. Per combattere il caporalato, è necessario un disegno politico capace di deviare il fenomeno malavitoso verso un'alternativa di legalità e di dignità per i lavoratori. E invece, purtroppo, nelle terre che patiscono un alto tasso di criminalità, indifferenza e connivenza rischiano di somigliarsi molto.
Un gruppo di braccianti centrafricani hanno trovato riparo affianco a una costruzione rurale in rovina.
Hanno bisogno di cure: a qualcuno il sole ha procurato eritemi su tutto il corpo e la maggior parte di loro ha problemi allo stomaco e all'intestino causati dall'acqua irrigua che hanno bevuto per giorni.
MALATTIE E DISAGIO. Ahmed, che ha 21 anni e viene dalla Costa d'Avorio, non sa cosa succederà nei giorni a venire: «Ci stiamo ammalando inutilmente. Siamo senza lavoro e senza soldi per vivere. Spero che qualcuno venga ad aiutarci, dandoci la possibilità di raccogliere angurie o pomodori».
Così, Ahmed e i suoi compagni, assieme a tutti gli altri lavoratori immigrati, aspettano giornate intere sotto gli alberi, in mezzo ai rifiuti e alle mosche, o faticando come schiavi per 20 euro al giorno, ma tutti cercando una ragione plausibile per essere lì, nel silenzio preoccupante dei campi di Nardò.

Mercoledì, 01 Agosto 2012 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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