Nazismo, lettera inedita di Adolf Eichmann

Resa pubblica una missiva del 1962 con cui il gerarca chiese, invano, la grazia alla corte israeliana che lo aveva condannato a morte: «non mi sento colpevole». Era il responsabile del trasporto degli ebrei nei campi di concentramento.

27 Gennaio 2016

Spunta una nuova lettera del gerarca nazista Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dell'Olocausto, dove chiede clemenza per i crimini commessi dichiarando di non «sentirsi colpevole». A renderla pubblica insieme ad altri documenti il presidente israeliano Reuven Rivlin in occasione della Giornata della memoria. A dare la notizia la testata britannica The Guardian
EICHMANN: NON MI SENTO COLPEVOLE. Nella missiva, scritta in Israele il 29 maggio 1962 dopo essere stato condannato a morte, Eichmann sostiene che la corte abbia sovrastimato il suo ruolo nell'organizzazione della cosiddetta Soluzione finale, che ha portato allo sterminio di sei milioni di ebrei. «È necessario marcare una differenza tra i capi responsabili e le persone come me costrette a seguire gli ordini come strumenti nelle mani dei capi», si legge nel documento, «non ero un capo responsabile, per cui non mi sento colpevole».
SENTENZA NON GIUSTA. E ancora: «Non riesco a considerare la sentenza della corte giusta, pertanto chiedo, Vostro Onore signor Presidente, di esercitare il vostro diritto di concedere la grazia e ordinare che la pena capitale non sia eseguita». La richiesta fu però respinta e il 31 maggio fu impiccato.
RESPONSABILE DELLO STERMINIO. Eichmann, uno dei capi delle SS, organizzò il traffico ferroviario per il trasporto degli ebrei nei vari campi di concentramento. Dopo la Seconda Guerra mondiale fu chiuso in un campo di prigionia dal quale riuscì a scappare.
Nel 1950 si rifugiò in Argentina dove visse sotto mentite spoglie  finché il Mossad, i servizi segreti israeliani, non lo scoprì e lo portò in Israele. Lì fu processato e, come detto, condannato a morte. 
LA BANALITÀ DEL MALE. Il suo processo fu seguito dalla giornalista e filosofa Hannah Arendt che lo descrisse, come «l'incarnazione dell'assoluta banalità del male» da cui trasse poi il suo celebre saggio, intitolato proprio La banalità del male. Per l'autrice Eichmann, più che mostrare una innata malvagità, rivelò una assenza di pensiero.

 

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