Omicidio Macchi, cosa sappiamo

Arrestato un uomo per l'assassinio di Lidia Macchi, violentata e lasciata in un bosco nel 1987. Ecco cosa c'è da sapere sul caso.

15 Gennaio 2016

Lidia Macchi.

Lidia Macchi.

Una svolta dopo quasi trent'anni in un omicidio rimasto senza colpevoli. A questo potrebbe portare l'arresto avvenuto la mattina del 15 gennaio di un uomo implicato nel caso di Lidia Macchi, la ragazza trovata morta in un bosco del Varesotto il 7 gennaio del 1987.
L'arrestato, un ex compagno di liceo della vittima, si chiama Stefano Binda, ed è l'autore di una lettera anonima inviata alla famiglia della vittima il giorno del funerale.
Il testo conteneva riferimenti impliciti e inquietanti all'uccisione della giovane, e il suo autore era rimasto sconosciuto fino ad oggi.
VIOLENTATA E UCCISA. Binda sarebbe salito sull'auto della giovane il 5 gennaio 1987 nel parcheggio dell'ospedale di Cittiglio (Varese), dove la Macchi si era recata per andare a trovare un'amica. L'auto con a bordo i due, sempre stando all' imputazione, si sarebbe mossa fino a raggiungere una zona boschiva non distante e là Binda avrebbe prima violentato la ragazza e poi l'avrebbe punita uccidendola, perché nella sua ottica aveva 'violato' il suo 'credo religioso' concedendosi. Non è chiaro se l'uomo abbia costretto la ragazza a salire in auto con lui nel parcheggio e ad appartarsi vicino al bosco. L'avrebbe poi colpita, dopo la violenza, con numerose coltellate prima in macchina e poi mentre cercava di fuggire all'esterno. I colpi, in particolare, sono stati inferti alla schiena e anche ad una gamba mentre stava cercando di scappare. Lidia Macchi sarebbe morta per le ferite e per 'asfissia' e dopo una lunga 'agonia' in una 'notte di gelo'.
Non sembra potersi escludere che la fragilità di Stefano Binda, che qualche anno prima dell'omicidio di Lidia Macchi aveva iniziato a fare uso saltuario di eroina, fosse diventata il motivo di interesse di Lidia nei suoi confronti.
«STEFANO È UN BARBARO ASSASSINO». «Stefano è un barbaro assassino». Queste le parole scritte in un foglio trovato dentro un'agenda rinvenuta a casa di Binda. La grafia del foglio risulta «ascrivibile allo stesso Binda», secondo quanto si legge nell'ordianza di custodia cautelare.
Ecco quello che c'è da sapere sull'omicidio Macchi:
 

1. Il ritrovamento del corpo dopo due giorni di ricerche

Lidia Macchi è stata trovata morta il 7 gennaio del 1987 in un bosco in provincia di Varese, dopo due giorni di ricerche seguite alla sua improvvisa scomparsa. Il corpo della ragazza, 21 anni era stato ritrovato sotto uno strato di cartoni, con i segni di 29 coltellate sul corpo. La perizia dimostrò allora che la Macchi aveva avuto un rapporto sessuale prima di morire.
IL PRIMO TEST DEL DNA IN ITALIA. Il caso Macchi fu il primo in Italia in cui venne utilizzato il test del Dna. Il materiale organico trovato sul suo corpo venne mandato nel laboratorio inglese di Abingdon, dove fu analizzato anche il sangue delle persone coinvolte nelle indagini.
Dalla data della sua scomparsa, il 5 gennaio, genitori, amici, compagni di Cl e forze dell'ordine l'avevano cercata ovunque fino al suo ritrovamento del suo corpo in un bosco. La ragazza aveva vent'anni ed era studentessa di legge alla Statale di Milano, oltre che capo guida scout nella sua parrocchia di Varese.
I genitori hanno sempre chiesto che venisse scoperta la verità.

2. Il mistero delle lettere

La prima traccia su cui lavorarono gli inquirenti furono due lettere. La prima, scoperta nella borsa di Lidia, era una lettera d'amore e portò le indagini sempre più decisamente sulla pista pasdionale: «... dimmi perché sorridi, perché il tuo sguardo è così dolce, luminoso e reale, perché sollevi gli occhi al cielo e perché io non posso che arrendermi alla realtà... non so se ci sarà un futuro insieme per noi. Amen ». Un messaggio di adorazione, ma anche rassegnato. Con una chiusura (“Amen”) che fece subito pensare agli ambienti religiosi frequentati dalla ragazza.
IL MESSAGGIO ANONIMO ALLA FAMIGLIA. La seconda lettera, anonima e mandata ai Macchi il giorno del funerale, era un delirio, dove erano chiari i riferimenti al corpo della vittima («il corpo offeso, velo di tempio strappato, giace») forse una confessione, e si chiudeva con un cerchio: probabilmente un simbolo sacro. La lettera era intitolata “In morte di un'amica”, ed è stata una delle prove che hanno portato all'arresto di oggi.

3. Il “prete bello” e la gogna mediatica

I primi sospetti caddero inizialmente su don Antonio, un prete amico della Macchi che coordinava gli scout di cui faceva parte la ragazza. Il prete, di bell'aspetto, entrò al centro di un'ingiusta gogna mediatica, richiesta a gran voce dall'opinione pubblica in cerca del mostro. I riferimenti religiosi nella lettera, la vicinanza con la Macchi e il bell'aspetto erano bastati per sottoporre don Antonio a ventiquattr'ore di interrogatorio.
SCAGIONATO DAL DNA. Da cui non venne fuori nulla, se non un alibi alquanto debole. Il test del Dna riuscì a scagionarlo. La sua posizione è stata archiviata dalla Procura di Milano dopo che quella di Varese aveva 'dimenticato' nei suoi cassetti il caso.

4. Piccolomo e il caso delle “mani mozzate”  

Nel 2014, dopo 27 anni di ricerche infruttuose, le indagini si sono concentrate su un nuovo sospettato: Giuseppe Piccolomo. L'uomo era in carcere per l'omicidio di Carla Molinari, il caso noto come “il delitto delle mani mozzate”.
LA DINAMICA SIMILE. La procura di Milano ha accusato Piccolomo, perché alcuni elementi portavano a pensare a una sua responsabilità: le similitudini con il delitto di Carla Molinari, soprattutto per la dinamica; la vicinanza tra la sua abitazione e il posto del ritrovamento del corpo di Lidia; il tipo di imballaggio usato per coprire il corpo.
Un'analisi del Dna sui reperti del caso ha però chiuso definitivamente anche questa pista, portando nei mesi scorsi a scagionare Piccolomo.

5. L'arresto di Binda

Nel maggio dell'anno scorso, la procura di Milano aveva dichiarato di aver individuato un profilo dell'autore della famosa lettera inviata alla famiglia il giorno dei funerali della Macchi: “In morte di un'amica”. La lettera è sempre stata una delle principali piste su cui si sono concentrati gli investigatori. Non è detto che l'autore del messaggio d'amore sia automaticamente l'autore del delitto, ma è per questo che Stefano Binda è stato arrestato il 15 gennaio 2016. L'accusa per Binda è di omicidio volontario aggravato. È stato lui, compagno di liceo di Lidia, ad aver inviato la lettera alla famiglia, e ad averlo tenuto segreto per tutti questi anni.
RICONOSCIUTA LA SUA CALLIGRAFIA. L'arresto sarebbe scattato anche grazie ad alcune testimonianze. Il Corriere della Sera riferisce che «secondo quanto è trapelato dagli ambienti investigativi, una donna che aveva ricevuto in passato lettere da parte dell’uomo avrebbe riconosciuto lo stile della calligrafia guardando una trasmissione televisiva e notando che le lettere scritte all’epoca in relazione all’omicidio di Lidia Macchi coincidevano nello stile e nella forma con quelle che le erano state recapitate».

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