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Cronaca 

Papa Francesco: «La vanità è il peccato della Chiesa»

Bergoglio dopo il concistoro del 2012: «Bisogna uscire per strada». E sulla Curia romana: «Sia organismo di servizio».

HABEMUS PAPAM

Era la miglior scelta per il Conclave alla ricerca di un papa che si impegnasse nell'evangelizzazione.
Jorge Mario Bergoglio, il gesuita arcivescovo di Buenos Aires con origini torinesi eletto come nuovo pontefice, è infatti il porporato che più di tutti ha provato a portare il messaggio di Cristo fuori dalla Chiesa.
Dalle strade alle piazze, fino alle stazioni, il nuovo papa Francesco ha somministrato i sacramenti in tutta la sua diocesi. Seguendo il monito del suo predecessore Benedetto XVI, che nel Conclave del 2005 lo aveva battuto conquistando i 77 voti necessari alla nomina di pontefice dopo quattro scutini.
IL COMMENTO SULL'ANNO DELLA FEDE. All'epoca dell'ultimo concistoro nel 2012, il quotidiano La Stampa aveva intervistato Bergoglio, chiedendo al futuro papa di commentare i lavori e le parole di Joseph Ratzinger.
«Benedetto XVI insiste nell’indicare come prioritario il rinnovamento della fede, e presenta la fede come un regalo da trasmettere, un dono da offrire, da condividere un atto di gratuità», disse l'argentino sulla scelta del pontefice di indire l'anno della fede insistendo sulla nuova evangelizzazione.
NO ALLA CHIESA AUTOREFERENZIALE. Secondo Francesco, evangelizzare significava «andare verso la periferia»: «Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale: quando lo diventa, la Chiesa si ammala», aveva spiegato, quasi anticipando il discorso fatto in Piazza San Pietro subito dopo essere stato proclamato pontefice.
«È vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti», aveva proseguito Bergoglio, «però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima».
UNA CHIESA CHE INCONTRA I FEDELI. Francesco spiegò poi l'esperienza in Argentina. «Cerchiamo il contatto con le famiglie che non frequentano la parrocchia», era la tesi dell'arcivescovo di Buenos Aires. «Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve, cerchiamo di essere una Chiesa che esce da se stessa e va verso gli uomini e le donne che non la frequentano, che non la conoscono, che se ne sono andate, che sono indifferenti».
E poi: «Organizziamo delle missioni nelle pubbliche piazze, quelle in cui si raduna molta gente: preghiamo, celebriamo la messa, proponiamo il battesimo che amministriamo dopo una breve preparazione». Insomma, quello che più aveva bisogno la Chiesa dopo Benedetto XVI.
CARDINALI SERVI DEL SIGNORE. Nel 2012 il predecessore di Francesco aveva insistito sul fatto che la Chiesa non si fa da sola. E Bergoglio aveva colto il discorso di Ratzinger: «Il papa ha parlato di Giacomo e Giovanni e delle tensioni interne ai primi seguaci di Gesù su chi dovesse essere il primo. Questo ci indica che certi atteggiamenti, certe discussioni, sono sempre avvenute nella Chiesa, fin dagli inizi».
Quindi aveva chiarito: «Il cardinalato è un servizio, non è un’onorificenza di cui vantarsi. La vanità, il vantarsi di se stessi, è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato peggiore nella Chiesa». Per Francesco, infatti, i cardinali sono «servitori del Signore».
I DIFETTI DELLA CURIA ROMANA. Al quotidiano di Torino, infine, Francesco spiegò come è vista la Curia romana - che dopo la scelta di Bergoglio rischia di subire una pesante rivoluzione - dall'esterno.
«Da me è vista e vissuta come un organismo di servizio, un organismo che mi aiuta e mi serve», disse Francesco, «la curia romana ha dei difetti, ma mi sembra che si sottolinei troppo il male e troppo poco la santità di tantissime persone consacrate e laiche che vi lavorano».

Giovedì, 14 Marzo 2013


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