Parigi e quelle paure «gonfiate» dai sondaggi

Attentato un anno dopo Charlie. Il Censis: gli italiani evitano viaggi e cinema. «Reazioni a caldo», dice la sociologa Paltrinieri. Che fanno solo sensazionalismo.

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07 Gennaio 2016

Secondo lo studio del Censis, sono soprattutto i giovani italiani tra i 18 e i 34 anni ad aver rinunciato ai viaggi nei Paesi a rischio dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre.

(© Getty Images) Secondo lo studio del Censis, sono soprattutto i giovani italiani tra i 18 e i 34 anni ad aver rinunciato ai viaggi nei Paesi a rischio dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre.

Un campione di mille italiani ha confessato al Censis le sue paure, dopo le stragi del 13 novembre 2015 che hanno insanguinato Parigi.
Per l'istituto di ricerca si tratta di timori che hanno «concrete implicazioni quotidiane» e che incidono «profondamente» sul modo di organizzare la nostra vita.
SPICCANO LE RINUNCE. Tra le abitudini che gli italiani avrebbero modificato a causa del terrorismo spiccano le rinunce: il 73,1% esclude di viaggiare nei Paesi a rischio attentati, il 53,1% evita i luoghi simbolici considerati bersagli potenziali (monumenti, stazioni ferroviarie, piazze), il 52,7% non frequenta cinema, teatri, musei, sale per concerti.
Per una quota inferiore, il 27,5%, niente metropolitana, treno, aereo.
Mentre una minoranza del 18% addirittura non esce più di casa la sera.
QUATTRO ABITUDINI CAMBIATE. «In sintesi», si legge nello studio, «8,3 milioni di italiani hanno modificato in modo profondo le proprie abitudini, ridefinendo percorsi, luoghi del tempo libero, modalità di trasporto, cambiando di fatto almeno quattro abitudini ordinarie».

 

  • I comportamenti che secondo gli italiani espongono di più al rischio di attentati (fonte: Censis).
Poliziotti francesi della Gendarmerie pattugliano Place Saint-Michel a Parigi.

(© Getty Images) Poliziotti francesi della Gendarmerie pattugliano Place Saint-Michel a Parigi.


C'è da chiedersi, però, come interpretare correttamente un'indagine realizzata sull'onda dell'emotività.
La tempistica non è un fattore irrilevante, lo sanno bene purtroppo anche i terroristi.
A Parigi, esattamente un anno dopo l'attentato alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015, un uomo che indossava una finta cintura esplosiva è stato ucciso dalla polizia davanti al commissariato del 18esimo arrondissement.
Armato di coltello, secondo le autorità francesi gridava «Allah Akbar» e avrebbe agito da solo.
DATI DI FINE NOVEMBRE. La settimana in cui si è svolta la rilevazione del Censis, ha precisato l'istituto a Lettera43.it, è quella compresa tra il 24 novembre e il primo dicembre.
Erano trascorsi 10 giorni dalla strage al Bataclan, soltanto cinque dal blitz di Saint-Denis.
E la caccia a Salah Abdeslam era (ed è) ancora in corso.
Una fotografia così ravvicinata delle reazioni impaurite degli italiani è sicuramente interessante, ma per quanto tempo una parte significativa della popolazione è davvero disposta a privarsi di viaggi, divertimenti, mezzi di trasporto pubblici?
PERCEZIONE CHE CAMBIA. Tutte le indagini statistiche come quella realizzata dal Censis, commentano gli esperti della materia, presentano un problema: nel corso del tempo, la percezione degli eventi si modifica.
Sarebbe stato quindi più corretto verificare la stabilità dei dati raccolti, la cui validità, altrimenti, è riferibile solo alla settimana della rilevazione e non può essere generalizzata.
NIENTE SENSAZIONALISMO. Ripetere la rilevazione una seconda volta, per un'altra settimana, avrebbe consentito di avere un'idea più precisa.
Evitando così il sensazionalismo (il quotidiano la Repubblica ha titolato su carta, tra virgolette: «La paura contagia 8 milioni di italiani»).

La sociologa Paltrinieri: «Si tratta di una reazione a caldo»

La manifestazione in Place de la Republique.

(© Ansa) La manifestazione in Place de la Republique.

Roberta Paltrinieri, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Alma Mater Studiorum di Bologna, spiega così lo studio del Censis in un colloquio con Lettera43.it: «Non sono meravigliata dai risultati, si tratta di una reazione a caldo. In tutta Europa, nell'immediatezza delle stragi di Parigi, i comportamenti e i consumi culturali sono cambiati».
Tuttavia, ciò che spesso si tende a dimenticare quando si affronta il tema della percezione sociale del rischio, è il suo «andamento ciclico».
«DOPO IL PICCO, LA PAURA CALA». Cosa significa? «Lo studio del Censis», continua Paltrinieri, «dovrebbe essere ripetuto adesso, a distanza di due mesi dagli eventi. Altrimenti non si coglie la dimensione ciclica che caratterizza la percezione sociale del rischio. Qualunque tipo di rischio, dalle calamità naturali agli attentati terroristici, provoca un picco di paura che poi si smussa, attestandosi su percentuali decisamente inferiori».
«I MEDIA FANNO DA DETONATORI». La percezione sociale del rischio, inoltre, chiama in causa il ruolo e la responsabilità dei mezzi di comunicazione.
Sottolinea Paltrinieri: «I media funzionano da detonatori. Da una parte, nel momento stesso in cui forniscono informazioni, generano un senso di insicurezza. Dall'altra, però, dimenticano in fretta. È il loro codice, quello della notiziabilità, che richiede uno spostamento continuo dell'attenzione».
Una buona regola, quindi, per evitare le distorsioni interpretative, è quella di tenere viva la memoria e allargare lo sguardo a periodi di tempo meno limitati.
«GIUBILEO NO, MA CHECCO SÌ?» Perché se è vero che l'evento di apertura del Giubileo, in Piazza San Pietro a Roma, non ha registrato un elevatissimo numero di partecipanti - circostanza che, per il Censis, «dimostra plasticamente che la paura ha generato la ritrosia a partecipare a eventi pubblici anche di grande rilievo e assolutamente pacifici» - come spiegare allora, conclude Paltrinieri con un sorriso, «le sale piene per l'ultimo film di Checco Zalone?».


Twitter @davidegangale

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