Pietro Maso indagato per tentata estorsione

Scontati 22 anni di carcere per l'omicidio dei genitori nel 1991, avrebbe chiesto denaro in più occasioni a una persona non meglio identificata. A denunciarlo le sorelle. Ma per la procura di Verona le vittime erano proprio le familiari. 

21 Gennaio 2016

Pietro Maso durante il processo a Mestre nel 1993.

(© Ansa) Pietro Maso durante il processo a Mestre nel 1993.

Aveva appena rilasciato un'intervista alla rivista Chi in cui raccontava di aver ricevuto una telefonata dal papa cui aveva scritto chiedendo scusa per l'omicidio dei propri genitori compiuto 25 anni fa.
Nonostante la scelta peculiare di affidare confessioni così intime a una testata di gossip, sembrava essere il culmine di un percorso di redenzione intrapreso da Pietro Maso, oggi 44enne, in libertà dal 15 aprile 2013 dopo aver scontato 22 anni di carcere.
TENTATA ESTORSIONE. Ma giovedì 21 gennaio la procura di Verona lo ha iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di tentata estorsione nei confronti di una persona non meglio identificata. La denuncia arriva direttamente dalle sorelle Nadia e Laura Maso. 

La procura di Verona: Pietro chiede denaro alle sorelle ed è pericoloso

Le due donne «hanno incontrato Pietro qualche tempo fa, e, conoscendolo bene, hanno riconosciuto in lui una situazione psicologica che ricordava quella di 25 anni fa, quando uccise i genitori. Per questo, quando hanno avuto notizia di una richiesta estorsiva, si sono preoccupate», ha spiegato l'avvocato Agostino Rigoli, legale delle sorelle.
LA PROCURA: SOLDI CHIESTI ALLE FAMILIARI. Diversa la versione del procuratore di Verona Mario Giulio Schinaia secondo cui «più volte Pietro Maso avrebbe chiesto alle sorelle delle somme di denaro». «Io parto da un dato storico», ha chiarito il procuratore, «le sorelle di Pietro Maso hanno mandato una lettera-esposto dicendo che il fratello, Pietro, continua a chiedere soldi. La tentata estorsione è verso di loro».
MASO ANCORA PERICOLOSO. Sulle modalità della tentata estorsione, il procuratore Schinaia ha precisato che il grado di pericolosità di Maso si può desumere «chiaramente dal fatto che chi compie questo reato si è già qualificato per un certo fatto compiuto in passato». Inoltre «quando una richiesta del genere la fa chi si è già macchiato di un delitto si considera questo soggetto come più pericoloso di altri».
E ancora: «Una terza persona la vittima ? Io non ci credo, è la prima che sento, dopodiché i legali delle due signore possono sostenere altre tesi, che saranno verificate dalle indagini. Penso che non sia una questione di eredità - ha concluso - qui si tratta di schei», ovvero di denaro.

L'avvocato: l'eredità non c'entra ma ha un comportamento anomalo 

Ipotesi rigettata dall'avvocato: «Il tentativo di estorsione messo in atto da Pietro Maso non è stato fatto nei confronti delle sorelle. L'eredità dei genitori, quindi, non c'entra. Hanno saputo, casualmente, di una richiesta fatta dal fratello ad un' altra persona, con toni estorsivi, violenti».
RAVVISATO DISTURBO BIPOLARE. «Vi hanno rivisto le stesse anomalie di comportamento - ha proseguito - quei disturbi della personalità che, all'epoca del processo vennero diagnosticati come disturbo bipolare».
Sulla vittima del tentativo di estorsione, Rigoli ha solo aggiunto che «è una persona che Maso conosce, non so neppure se sia facoltoso o meno».

L'omicidio nel 1991 e i processi

Pietro Maso in aula durante il processo nel 1992.

(© Ansa) Pietro Maso in aula durante il processo nel 1992.

Nel 1991 Pietro, con la complicità di tre amici, uccise i genitori nella casa di famiglia a Montecchia di Crosara, nel Veronese, dopo tre tentativi andati a vuoto.
Durante il processo a occuparsi della perizia psichiatrica fu l'esperto Vittorino Andreoli che, pur dichiarandone la completa capacità di intendere e di volere, mise in evidenza un disturbo narcisistico della personalità del giovane.
L'OMICIDA GELIDO IN AULA. Il caso fece molto clamore perché Maso ostentava in aula un atteggiamento molto distaccato, quasi la morte dei genitori non lo toccasse.
Ad alimentare l'indignazione nei suoi confronti fu però la richiesta, portata avanti per mesi, di avere la propria parte di eredità.
Richiesta che cessò solo su sollecito del suo avvocato difensore, per cercare di evitargli l'ergastolo in primo grado.
Nel 1992 la sentenza: 30 anni di carcere per duplice omicidio volontario premeditato con le aggravanti di crudeltà, futili motivi e vincolo di parentela. In seguito la pena fu ridotta.

Il pentimento nel 1996 e la ricerca di una normalità

Già nel 1996, Maso scrisse una lettera al vescovo di Vicenza Pietro Giacomo Nonis chiedendo perdono per il suo gesto.
Nel 2007, in un'intervista a la Repubblica, Maso dichiarò che molti ragazzi gli scrivevano perché volevano imitarlo ma che lui li spingeva a desistere.
IL LAVORO IN UNA DITTA. L'anno seguente ha lavorato a Peschiera Borromeo in una ditta di assemblaggio computer e componentistica varia con l'obbligo di rientro in carcere.
Tornato in libertà nel 2013 ha pubblicato il libro Il male ero io, scritto assieme alla giornalista Raffaella Regoli, dove racconta il suo percorso di riscatto.
Tra maggio 2013 e giugno 2015 un'esperienza nell'emittente cattolica Telepace.

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new zealand 21/gen/2016 | 15 :49

Questo qui non ha ancora capito nulla di cio' che ha fatto
chiaro che Pietro Maso fosse escluso dall'asse ereditario. certo che la mente umana è molto inquietante a volte

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