Processo Marò, Girone rischia altri quattro anni di detenzione

Il procedimento arbitrale sarà lungo. E Girone resterebbe prigioniero a Delhi per un totale di sette-otto anni.

30 Marzo 2016

(© Ansa)

Sarà un arbitrato lungo, che «potrebbe durare almeno tre o quattro anni». Il procedimento che si è aperto la mattina del 30 marzo 2016 all'Aja, per risolvere il caso diplomatico creatosi tra Italia e India intorno all'arresto dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, non sarà breve.
E se Latorre è ormai in Italia per problemi di salute, il suo collega Girone rischia di rimanere «detenuto a Delhi, senza alcun capo d'accusa per un totale di sette-otto anni», determinando una «grave violazione dei suoi diritti umani». Per questo il Fuciliere «deve essere autorizzato a tornare a casa fino alla decisione finale» dell'arbitrato.
IN ATTESA DI UN PROCESSO. Prigioniero in attesa di verdetto. Anzi, di un processo, e persino di conoscere quale tribunale lo deve processare.
A spiegarlo è stato l'ambasciatore Francesco Azzarello, agente del governo italiano, che al tribunale dell'Aja chiede il ritorno in Italia di Girone, ormai da anni 'ospite' dell'ambasciata italiana in India dopo essere stato prigioniero in Kerala col commilitone Latorre. La sentenza è attesa tra quattro settimane.
Entrambi sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani il 15 febbraio 2012, scambiandoli per pirati.
«L'unica ragione per cui il sergente Girone non è autorizzato a lasciare l'India è perché rappresenta una garanzia che l'Italia lo farà tornare a Delhi per un eventuale futuro processo», ha spiegato l'ambasciatore Azzarello, «ma un essere umano non può essere usato come garanzia per la condotta di uno Stato».
«L'ITALIA RISPETTERÀ L'ESITO DELL'ARBITRATO». Da parte italiana c'è piena fiducia nell'Aja, e viene garantito assoluto rispetto dell'esito dell'arbitrato: «L'Italia ha già preso, e intende ribadirlo nel modo più solenne, l'impegno di rispettare qualsiasi decisione di questo tribunale», ha aggiunto Azzarello, compresa quella di «riportare Girone in India» nel caso in cui dovesse essere riconosciuta la giurisdizione indiana.
Per Azzarello «non si tratta di essere ottimismi o pessimisti, ma ovviamente l'Italia nutre speranze, basate su solide motivazioni giuridiche e umanitarie, altrimenti non sarebbe venuta. Sarà poi il tribunale arbitrale a decidere a favore o contro la richiesta italiana e in quali termini».
PRONTI A FORNIRE GARANZIE A DELHI. Durante l'udienza ha preso parola anche la difesa italiana, rappresentata da sir Daniel Bethlehem: «L'Italia riconosce la necessità dell'India di avere garanzie» e per questo invita il tribunale a considerare di imporre «condizioni» per il suo rientro in patria, come quella di «consegnare il suo passaporto alle autorità italiane, di non viaggiare all'estero senza un permesso specifico e di riferire periodicamente alle autorità designate in Italia per tutto il periodo in questione», cioè fino alla fine dell'arbitrato.
Bocche cucite sul lato indiano. Il premier Narendra Modi ha fatto sapere di non voler alcuna conferenza stampa al termine del 13esimo vertice Ue-India, previsto nel pomeriggio a Bruxelles.
Fonti del Consiglio hanno specificato che nel programma dell'incontro è prevista, per ora, una dichiarazione comune ma si attende l'arrivo della delegazione indiana per «insistere» sullo svolgimento di una conferenza stampa, in cui Modi possa essere chiamato a rispondere a domande di giornalisti occidentali.
Alti funzionari europei ieri hanno indicato che il tema centrale dell'incontro bilaterale tra Modi, il presidente del Consiglio Donald Tusk ed il presidente della Commissione Jean Claude Juncker sarà proprio la vicenda dei marò italiani, messa sul tavolo dagli europei e risultata «la più complessa nella preparazione del vertice», il primo da febbraio 2012.

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