Rebibbia, cosa sappiamo sull'evasione dei due detenuti

Ciobanu e Diaconescu ricercati in tutta Italia. Si sono calati con le lenzuola, dopo aver segato le sbarre del magazzino del carcere. Hanno superato il muro di cinta e hanno preso un autobus.

15 Febbraio 2016

Le foto segnaletiche di Catalin Ciobanu e Mihai Florin Diaconescu, evasi dal carcere romano di Rebibbia.

(© Ansa) Le foto segnaletiche di Catalin Ciobanu e Mihai Florin Diaconescu, evasi dal carcere romano di Rebibbia.

Come nella più classica delle evasioni cinematografiche, si sono calati giù con delle lenzuola legate fra loro, dopo aver pazientemente segato le sbarre della prigione usando probabilmente un seghetto a ferro.
I detenuti rumeni Catalin Ciobanu e Mihai Florin Diaconescu, 33 e 28 anni, sono scappati dal carcere romano di Rebibbia domenica 14 febbraio e sono ricercati in tutta Italia. Compagni di cella e adesso compagni di fuga. 
I due sono considerati criminali pericolosi. Il primo è stato condannato, in via non definitiva, per morte come conseguenza di altro reato.
Il secondo ha una condanna definitiva per rapina, legata in particolare a rapine in villa, con fine pena fissata nel 2021.
Il loro identikit è stato diramato a tutte le unità in servizio di polizia e carabinieri.
LA PROCURA HA AVVIATO UN'INCHIESTA. La procura a Roma ha avviato un'indagine sull'evasione, affidata al pubblico ministero Silvia Sereni, per ricostruire come abbiano fatto a scappare Diaconescu e Ciobanu e per accertare aventuali gravi falle nel sistema di controllo e vigilanza del penitenziario da parte della polizia. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria dovrà quindi redigere un'informativa da inviare in procura, con i risultati dell'indagine interna avviata dopo la fuga e che comprende anche l'audizione di chi era di turno tra gli agenti della polizia penitenziaria. Non è escluso che i magistrati possano acquisire i filmati della videosorveglianza per analizzare l'intera dinamica.
Ecco cosa sappiamo finora sul caso, che ha acceso i riflettori sulle condizioni di sicurezza nelle carceri italiane e sulle carenze d'organico nel corpo della polizia penitenziaria.

Scappati dal magazzino del carcere

Ciobanu e Diaconescu sono scappati dal magazzino del carcere di Rebibbia, situato nel reparto G11.
Sono riusciti a beffare la sorveglianza e dopo aver segato le sbarre del locale, verso le 18.30 di domenica 14 febbraio, si sono calati all'esterno.
IN AUTOBUS VERSO FIUMICINO. La zona in cui si sono ritrovati è chiusa da tutti i lati, ma secondo una fonte sindacale della polizia penitenziaria non nella parte superiore.
I due sarebbero riusciti così a scavalcare la recinzione e poi avrebbero superato anche il muro di cinta della prigione, ritrovandosi in strada sulla via Tiburtina. Qui un testimone li avrebbe visti prendere un autobus di linea, diretto verso Fiumicino.

Superati tre sbarramenti

I due detenuti hanno superato tre sbarramenti prima di darsi alla fuga.
Innanzitutto hanno segato le sbarre del magazzino. Poi si sono calati dal muro esterno, alto circa 8 metri, con delle lenzuola.
HANNO ISSATO LE LENZUOLA CON DEI MANICI DI SCOPA. Arrivati a terra, si sono spostati verso l'intercinta. Quindi avrebbero usato dei bastoni, realizzati unendo fra loro diversi manici di scopa, per issare e agganciare al muro di cinta, alto circa 6 metri, delle lenzuola a cui erano fissati dei ganci di metallo rudimentali, realizzati dagli stessi fuggitivi.
POI SI SONO ARRAMPICATI SULLA RETE. Calatisi dal muro di cinta, i due si sono arrampicati sulla rete elettrosaldata, superando così l'ultimo sbarramento.
Per segare le sbarre del magazzino gli evasi potrebbero aver usato un seghetto a ferro.
Uno dei due, Diaconescu, aveva infatti a disposizione arnesi del genere, perché era un lavoratore interno al carcere. Detenuto dal 2008, aveva il permesso di svolgere lavori di manutenzione.

Il perimetro esterno di Rebibbia non è più sorvegliato

Leo Beneduci, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, ha detto che nel perimetro esterno di Rebibbia «non vi è più sorveglianza armata».
La sicurezza «è oggi demandata a un'autopattuglia, che provvede alla sorveglianza dell'intero perimetro». Beneduci ha confermato come a favorire l'evasione, con ogni probabilità, sia stato il fatto che uno dei due detenuti «svolgeva mansioni da lavorante interno al carcere», il che potrebbe avergli consentito di «reperire le lame per segare le sbarre».
«GLI AGENTI NON CONTROLLANO PIÙ LE SBARRE». A Rebibbia, ha detto ancora Beneduci, così come in molte altre carceri italiane, «si è deciso di non far più effettuare agli agenti neppure il quotidiano controllo delle inferriate delle celle, la cosiddetta 'battitura' delle sbarre per controllare che siano integre. Queste sono disfunzioni che cominciano a investire l'intera istituzione penitenziaria, soprattutto da quando in relazione alla crescente carenza di organico e in adesione alle nuove regole imposte dalla Corte di Strasburgo, i detenuti sono lasciati circolare da soli negli ambienti detentivi per quasi l'intera giornata, fino a pomeriggio inoltrato, in applicazione della cosiddetta vigilanza dinamica. A questo si aggiunga pure la vetustà delle strutture e il malfunzionamento degli impianti di videosorveglianza e di antiscavalcamento in molte carceri».

Nel reparto solo due agenti per 150 detenuti

Donato Capece, segretario del sindacato di polizia penitenziaria Sappe, ha puntato il dito sulle carenze d'organico.
«Quando è avvenuta l'evasione, nel reparto in cui erano detenuti i due soggetti evasi, c'erano di guardia solo due agenti per 150 persone», ha denunciato Capece, aggiungendo che «i sistemi di sicurezza del carcere di Rebibbia sono fuori uso da tempo».
POLIZIA PENITENZIARIA SOTTO DI 7 MILA UNITÀ. Il Sappe ha qundi fatto un appello al ministro della Giustizia Andrea Orlando, al premier Matteo Renzi e al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, affinché affrontino il probelma: «Avevamo chiesto che nella legge di Stabilità si anticipasse dal 2018 al 2016 il turn over di 800 agenti. Ci hanno bocciato l'emendamento. Il corpo di polizia penitenziaria ha complessivamente 7 mila unità in meno del dovuto. Ogni anno perdiamo circa 1.300 unità per gli agenti che vanno in pensione. Sarebbe indispensabile un ricambio, per garantire una migliore sicurezza delle carceri».

A Rebibbia mancano 240 poliziotti penitenziari

Altre cifre sono state snocciolate da Salvatore Chiaramonte, segretario nazionale della Fp Cgil. Secondo il sindacalista, «dei 992 poliziotti penitenziari necessari ne risultano presenti 930. di cui 180 distaccati negli uffici amministrativi, occupati in compiti che potrebbero essere assolti da altri lavoratori pubblici. Dunque, a Rebibbia ci sono soltanto 750 poliziotti penitenziari», con un sottorganico di 240 agenti.
Per il carcere, inoltre, «vengono stanziati ogni anno 24 mila euro, che a malapena bastano per mettere le toppe a una struttura in disfacimento. Per non parlare dell'assoluta carenza di strumentazioni tecnologiche di supporto al lavoro di vigilanza dei poliziotti penitenziari. Questa vicenda riporta all'attenzione le falle di un sistema, coperte in questi anni dal lavoro dei poliziotti penitenziari che hanno garantito ciò che nei fatti è impossibile, la sicurezza dei cittadini. È ora di intervenire», conclude Chiaramonte

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