Rom, Argiropoulos: «No alla ghettizzazione»

Lavoro. Scuola. Case. Per Argiropolous, esperto di integrazione, la politica sgomberi-aiuti è inefficace. E serve solo per ingrassare un intero sistema.

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15 Novembre 2014

I campi nomadi non dovrebbero esistere. Sono frutto «di una politica inefficace e che non interloquisce», autoreferenziale. E che adotta il binomio schizofrenico di sgombero-assistenza. Dimitris Argiropoulos, professore di Scienze della Formazione di Bologna esperto in integrazione, non usa mezzi termini: «È paradossale che una popolazione definita nomade viva in modo stanziale e per anni in un'area, un quartiere, dai quali magari nemmeno esce», dice a Lettera43.it.
«PIÙ BOLOGNESI DEI BOLOGNESI». Per questo gli abitanti del campo di Villa Erbosa a Bologna, dove è stato attaccato il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, sono «più bolognesi dei bolognesi». Sono cittadini italiani, abitano in Italia e si trovano in quel campo da decenni.
LA POLITICA STRUMENTALIZZA.  Eppure secondo Argiropoulos, il leader leghista - e non solo lui - doveva porsi «un limite etico, senza cavalcare la vulnerabilità sociale». La strumentalizzazione, in ogni caso, è aberrante. «Per risolvere i problemi di integrazione della comunità rom non servono parole o demagogia ma un ben deciso e pensato intervento pubblico».
Case in affitto. Lavoro. Scuola. Per favorire una concreta e consistente inclusione. Soprattutto «tra i più poveri, non solo economicamente. Coloro che vivono in isolamento e con limitate relazioni sociali». E che spesso vengono visti solo come mezzi da cavalcare per «guadagnare voti». Ma «non sono bestie», insiste il professore.
LE RESISTENZE ALL'INTEGRAZIONE. L'integrazione poi si scontra contro muri difficili da abbattere. Accadde con Renzo Imbeni, ex sindaco di Bologna (1983-1993). «Quando la sua amministrazione decise di aprirsi all'accoglienza, con i mezzi che allora aveva a disposizione», spiega Argiropoulos, «intervenne la strategia stragista dell'Uno Bianca che uccise due rom per creare rottura». Instillare debolezza e paura.  
L'ASSALTO DELL'UNO BIANCA. Era il 23 dicembre 1990 quando i fratelli Savi assaltarono il campo di via Gobetti massacrando Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina, e ferendo in modo grave Sara Bellinati, una bimba di appena sei anni e Lerje Lluckaci, una 34enne slava. Per questo Imbeni assegnò quell'area della città ai nomadi.
Il timore è che ora, con modalità diverse, si inneschi lo stesso meccanismo.
 

  • Dimitris Argiropolulos.


DOMANDA. Salvini continua a insistere sul fatto che siamo noi contribuenti a pagare le utenze dei campi rom...
RISPOSTA. Partecipare o compartecipare alle spese delle utenze del campo è una questione di responsabilità e di responsabilizzazione per chi vi risiede come per ogni cittadino. Non sono d’accordo con gli abusi dell’uso della tolleranza istituzionale dettati dalla logica «gli impianti non sono a norma». È da considerare inoltre seriamente la responsabilità in caso di danno verso le persone.
D. Ha ragione il segretario leghista quindi: i campi vanno chiusi?
R. Salvini non si interroga sulla condizione di vita delle persone che vivono nei campi. I problemi che solleva e le modalità che usa sono pericolosissimi poiché razzisti e banalissimi, nonché volgari mosse preelettorali. Il sistema dell’apartheid dei campi nomadi è grave. Questo sistema orienta le politiche sociali, crea emergenza, discrimina e cristallizza i «nomadi» all'isolamento e all’esclusione sociale. Si tratta di una condizione umana estrema. E lo stesso vale per i cosiddetti villaggi attrezzati.
D. Cioè?
R. Si tratta di microaree e strutture a uso familiare che, però, non tengono in considerazione l'aumento demografico della popolazione. I giovani si sposano, creano nuove famiglie e le famiglie allargate si ingrandiscono e queste aree in breve tempo tornano a scoppiare. Anche la loro condizione di transitorietà diventa problematica ed eterna.
D. Il contrario esatto del nomadismo...
R. Conosco centinaia di rom che vivono perfettamente in un contesto urbano, in case e appartamenti e che lavorano come metalmeccanici e dipendenti. Altro che figli del vento, come spesso sono definiti. C’è una parte consistente della popolazione rom che vive in casa e sfugge dei paradigmi delle diversabitabilità e che non è diventata «figlia del ghetto»
D. Alla fine si arriva al paradosso che un rom è tale perché vive in un campo?
R. Non è del tutto esatto. L’assurdo consiste in questo: è considerato nomade che vive in un campo “nomadi” perché non ha e non riesce a trovare alternative alla soluzione campo, impostata istituzionalmente. Il campo è una proposta di concentramento omo-etnica della popolazione rom povera. Spero non diventi una soluzione verso altre povertà e che non condizioni l’accoglienza dei migranti e dei profughi.
D. In Italia o si sgomberano i campi o c'è l'assistenzialismo. Non è possibile trovare una terza via?
R. L'assistenzialismo non serve a nulla ed è l’altra faccia degli sgomberi. Il binomio sgombero-assistenzialismo ha peggiorato le condizioni dei rom. Sarebbe sensato riconsiderare le logiche nomadiche che guidano l’intervento pubblico.
D. Cosa intende?
R. Ci sarebbe bisogno di una situazione di tregua, di superamento dell’accanimento romofobico per dare ai rom la possibilità di rivedere e reimpostare le loro condizioni di vita. È dimostrato che se lasciati liberi di scegliere trovano autonomamente la loro strada.
D. La scolarizzazione che ruolo gioca?
R. Importante. Ma anche qui siamo di fronte a un paradosso. Da un lato segreghiamo le famiglie nei campi, dall'altro pretendiamo che i loro piccoli frequentino la scuola italiana che di per sé è inclusiva. E questo genera cortocircuiti. Blocca le prospettive inclusive che necessitano un certo tipo di reciprocità e partecipazione, crea distanza sociale e, soprattutto, condanna i rom all’estraneità.
D. Le spese comunque restano. E sono elevate. A Roma, per esempio, nel 2013 sono stati spesi 24 milioni di euro per la gestione di 11 aree. Senza però ottenere alcun risultato sul fronte dell'integrazione.
R. È un errore affidare la gestione delle strutture alle associazioni. Vivono di appalti e prosperano sul sistema assistenziale. Generano il bisogno di assistenza per sopravvivere. L'azione pubblica va ridisegnata, riprogettata.
D. In che modo?
R. Vanno studiati profondamente i meccanismi delle relazioni d’aiuto, delle mediazioni e della operatività sociale. Non è più ammissibile e neppure pensabile continuare ad approcciarsi verso i rom, portatori di istanze culturali ben precise, con gli stessi dispositivi che si usano negli approcci verso i tossicodipendenti. Il privato sociale e le istituzioni non possono non rivedere le loro politiche e interventi. Si tratta di una questione di onestà intellettuale e operativa.
D. Anche perché spesso solo una minima parte dei fondi va effettivamente ai rom.
R. È un po' il sistema Andreotti. Spendeva miliardi per la cooperazione internazionale, ma se si andava a vedere bene quei soldi restavano tutti in Italia.
D. E allora cosa bisogna fare?
R. Occorre innanzitutto favorire l'integrazione nel tessuto urbano senza indirizzare le famiglie in arrivo nei campi. Reimpostare gli interventi di sostegno. Riproporre opportunità di formazione e di inserimento lavorativo. Evitare di banalizzare le operazioni di microcredito tramite le quali si cerca di rispedirli a casa, come l'offerta di 1.500 euro per cominciare una nuova vita in Romania.
D. Bisogna partire dal lavoro, quindi.
R. Sì. Non è vero che i rom non lavorano oppure che sono solo capaci di mestieri etnici, come non è vero amano esclusivamente la vita da girovaghi nullafacenti. Il fatto è che spesso non possono dichiarare la loro identità...
D. Dove nascono i problemi allora?
R. Le criticità lavorative sono strettamente legate alla non accettazione dei rom da parte dei non rom. Trovare un'occupazione dichiarando la residenza in campo condiziona in negativo l’offerta e il mantenimento di un lavoro.
D. È una questione culturale?
R. Tra i peggiori luoghi comuni che si affibbiano ai rom c'è quello di essere un popolo senza territorio o senza fissa dimora. Eppure vivono nei nostri quartieri, nelle nostre città, nella nostra Europa. Sono radicati nei territori e delineano le loro fisionomie. Sarebbe impensabile una città europea senza rom. Anzi, di più: costituiscono una ricchezza rara poiché ci obbligano a pensare la convivenza.
D. In che senso?
R. Orientano il superamento dei nazionalismi. Ci spingono a pensare l’Europa che stiamo creando e il quartiere che stiamo vivendo. La popolazione romanì è l’unica popolazione veramente europea. Occorre rapportarsi a rom riconoscendo la loro autodeterminazione così come è stata impostata l'8 aprile 1971. Restituire dignità e importanza all’unicità di questo popolo europeo è doveroso.
D. E invece si tende a strumentalizzare la cosiddetta «questione rom»...
R. L'invenzione di un linguaggio che si sforza di essere politicamente corretto crea e riformula distanze sociali che forse servono a qualche politico per cercare voti sfruttando e manipolando abilmente le paure e i sentimenti di insicurezza dei cittadini.

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