Salah, l'arresto non cancella i problemi del Belgio

Un colpo di fortuna dietro la cattura. Ma il Paese si conferma terreno fertile per i jihadisti. E le ombre sulla polizia restano intatte.

19 Marzo 2016

Un fermo immagine di una telecamera di sorveglianza che ha filmato Salah durante le ricerche della polizia.

(© Bfmtv) Un fermo immagine di una telecamera di sorveglianza che ha filmato Salah durante le ricerche della polizia.

La cattura di Salah Abdeslam al termine di quattro mesi di fuga non mette fine ai dubbi sulla gestione della sicurezza in Belgio e sul perché il Paese sia diventato un rifugio tanto sicuro per i terroristi.
I giorni immediatamente successivi agli attacchi di Parigi avevano già innescato una pioggia di critiche su come il Paese avesse fallito nel compito di mantenere l'ordine pubblico all'interno delle città, portando alla formazione di quartieri come Molenbeek, dove il radicalismo islamico trova terreno fertile per la sua propaganda.
LA CATTURA NON CANCELLA I DUBBI. Non basta, pur essendo indubbiamente un fatto positivo, l'arresto di un attentatore per risolvere la lunga lista di problemi di un Paese balzato improvvisamente sotto la lente d'ingrandimento quando si è scoperto essere un focolaio per l'arruolamento dei jihadisti.
Il fallimento della supervisione sulle moschee radicali, la proliferazione di armi e documenti falsi, la scarsa coordinazione tra i vari apparati di sicurezza e amministrazione e, soprattutto, la bassa qualità di monitoraggio di alcune comunità sono sintomi di un quadro decisamente allarmante.
REPUTAZIONE ANCORA DA RICONQUISTARE. A fronte di tutto ciò, la reputazione del Belgio ha subito un forte colpo a seguito degli attentati parigini. E il modo e la velocità con i quali si riprenderà dipenderanno dai dettagli che emergeranno nelle prossime settimane sulle indagini che hanno portato alla cattura di Salah.
FONDAMENTALE UN COLPO DI FORTUNA. Se, come attualmente sembra ipotizzabile, la polizia deve il successo a un colpo di fortuna - una scoperta frutto della soffiata di un abitante di Molenbeek - non guadagnerà molto credito agli occhi della comunità internazionale. Specialmente se sarà confermato che Salah è rimasto sempre a Bruxelles in questi quattro mesi. Per gli osservatori internazioni, una volta superato l'entusiasmo iniziale, la domanda potrebbe diventare: «Perché ci avete messo così tanto?»
CRITICHE PER LA POCA FERMEZZA. Quesiti del genere sono destinati ad alimentare critiche sulla poca fermezza utilizzata dal Belgio nel rispondere alla minaccia domestica. E le operazioni di anti-terrorismo andate a lieto fine in questi giorni non scacceranno automaticamente la sensazione che le cause dell'estremismo non siano state affrontate a dovere. D'altra parte, a Bruxelles le complicazioni non mancano. La polizia comunale (la capitale è un agglomerato di nove Comuni) si occupa solo dei quartieri, senza titolarità sul terrorismo, che spetta al governo federale. Come se non bastasse, mancano spesso gli uomini e le volanti.
LIBERTÀ DI NUOVO IN DISCUSSIONE. Da più parti viene sottolineato come i leader che sedevano al fianco del premier Charles Michel al tavolo del Consiglio europeo (mentre dall'altra parte della città un intero quartiere veniva messo a ferro e fuoco) sappiano bene che in un mondo globalizzato la minaccia del terrorismo è diventata così pressante che le società occidentali non possono permettersi di essere liberali come un tempo. Per questo cresce il partito di chi pretende che vengano compiute scelte spiacevoli a fronte del particolare periodo storico: leggasi aumento della sorveglianza pubblica per garantire la sicurezza, a discapito di quelle libertà private un tempo garantite. E proprio il Belgio, in tal senso, potrebbe essere il primo Paese costretto a fere i conti con la questione.

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