Suez, le mani dell'Isis sul Canale dell'Egitto

In Sinai proliferano i jihadisti. Che vogliono mettere le mani sul passaggio commerciale. E al Sisi sfrutta la paura del Califfato per farsi armare dagli Usa.

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14 Novembre 2014

La più grande nave container al mondo, la francese Jules Verne, attende di passare il Canale di Suez.

(© Getty Images) La più grande nave container al mondo, la francese Jules Verne, attende di passare il Canale di Suez.

Dopo la diga di Mosul, il canale di Suez.
I jihadisti dello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis) guardano con interesse agli estremisti islamici che popolano il Sinai egiziano, primo tra tutti il movimento capofila di Ansar beit al Maqdis (Abm), noto anche come Ansar Jerusalem.
Fondati ufficialmente nel 2011, i miliziani egiziani, che operano tra il Mar Rosso e Israele, occupano una regione strategica per la stabilità globale.
LA REGIONE È STRATEGICA. A Nord Est ci sono i tunnel dei traffici illeciti verso Rafah, nella Striscia di Gaza; a Ovest c'è il Canale di Suez, il passaggio artificiale più trafficato al mondo da mercantili e petroliere; in mezzo c'è la penisola desertica, dove, da mesi i militari egiziani conducono un'offensiva antiterroristica, anche per difendere la frontiera israeliana, senza ottenere grandi successi.
LOTTA INTERNA ALL'ABM. Di Abm si hanno poche notizie certe, neanche la stampa egiziana ha accesso al territorio dove è in crescita la radicalizzazione islamica.
L'annuncio, arrivato attraverso un audio attribuito all'organizzazione, di affiliazione all'Isis e di fondazione di un Califfato in Sinai, con «l'obiettivo di invadere Gerusalemme», è stato sconfessato dai vertici dell'Abm, che sarebbero divisi in due fazioni: una più fedele ad al Qaeda e un'altra disposta alla fusione.
Come in Libia e in Tunisia, i jihadisti egiziani sembrano un gruppo ancora occupato a combattere una lotta interna, piuttosto che a guardare alla Palestina o a un grande Califfato che vada dal Nord Africa al Medio Oriente.
SUEZ, UN TESORO AMBITO. Ma il quadro è complesso, perché Abm è la punta dell'iceberg di gruppi jihadisti che si moltiplicano ormai nella regione.
Poco organizzati, con nomi sempre nuovi, sono soprattutto fluidi. E sono capaci, insomma, di confluire nell'Isis anche per soldi. E si sa che per i miliziani neri, pecunia non olet.
Il varco in Sinai verso il canale di Suez, sul cui ampliamento (di larghezza e introiti) il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi si gioca il rilancio economico del Paese, sarebbe per i jihadisti un'assicurazione sulla vita.
In Egitto, comunque, anche i generali di al Sisi hanno interesse a sbandierare il pericolo di una radicalizzazione per ottenere armi e soldi dalle potenze straniere.

Dal Canale egiziano passa l'8% del commercio internazionale

Palestinesi aprono una breccia nel muro della West Bank, per il 25esimo della caduta del Muro di Berlino.

(© Twitter) Palestinesi aprono una breccia nel muro della West Bank, per il 25esimo della caduta del Muro di Berlino.

Se da Panama passa circa il 5% del commercio internazionale, Suez è attraversato dall'8% del traffico, di cui il 3% riguarda petrolio e gas.
Entro agosto 2015, i generali egiziani hanno annunciato il raddoppio del Canale per 72 dei suoi 193 chilometri, riducendo significativamente le strettoie che, al momento, costringono i grandi mercantili e le petroliere a passare in senso alternato, aspettando fino a 18 ore.
LAVORI DI AMPLIAMENTO. Per il «cantiere del secolo», al Sisi ha fatto stampare tre francobolli celebrativi e varato una maxi campagna di finanziamento interna: circa 8 miliardi di dollari, attraverso l'emissione di obbligazioni riservate agli egiziani, andate a ruba a tassi d'interesse annui fino al 12%.
Dal potenziamento del Canale, l'esercito, responsabile dei lavori, stima di ridurre di almeno sette ore i tempi di attesa delle navi di grande stazza, aumentando gli introiti commerciali di almeno il 2,6%.
IL CAIRO INCASSA 5 MLD. Attualmente una cinquantina di navi al giorno attraversa il canale, per un guadagno del governo di 5 miliardi di dollari annui, ma nel 2020 le imbarcazioni potrebbero salire a un centinaio.
In prospettiva, si pensa di aprire l'indotto anche agli investitori stranieri: porti, cantieri, industrie metalmeccaniche ma anche resort e stazioni per nuove crociere lungo il Nilo potrebbero fiorire attorno alla nuova struttura.
Ma intanto l'ingranaggio messo in moto nell'estate 2014 alimenta la macchina di propaganda del presidente.
UN MURO CONTRO L'ISIS. Sono circa 25 mila gli operai di una sessantina di aziende egiziane che sono occupati nei cantieri: oltre al raddoppio parziale di Suez che costa circa 4 miliardi di dollari, infatti, ci sono lavori preventivati per altri 8 miliardi tra stazioni cargo e per i passeggeri, tunnel stradali e ferroviari e infrastrutture varie.
A corollario del Canale, tra le prime opere da completare «entro otto mesi», c'è un muro con filo spinato e torrette, su entrambi i lati (un totale 320 chilometri), per proteggersi dai jihadisti del Sinai.
INSTABILITÀ A LUNGO TERMINE. La saldatura tra estremisti islamici e beduini nella penisola è un problema precedente alle rivolte arabe del 2011. Ma con la caduta del presidente egiziano Hosni Mubarak, il fenomeno si è rinfocolato, per esplodere poi con la defenestrazione, nel 2013, del capo di Stato Mohammed Morsi, leader della Fratellanza musulmana.
DAGLI USA ARMI AD AL SISI. Per Azzurra Meringolo, esperta di area egiziana dell'Istituto affari internazionali (Iai), «nel lungo periodo le misure repressive del regime non porteranno alcuna stabilità all'Egitto. Una stabilità di breve periodo sarà il risultato della violazione dei diritti umani».
Certo è, ricorda a Lettera43.it, che «sollevando l'allarme di Abm e del presunto Califfato islamico, al Sisi ha ottenuto dagli Usa la consegna dei 10 elicotteri apache che erano stati bloccati dal golpe contro Morsi».

Washington teme che l'Abm possa saldarsi con altri estremisti

Un'operazione antiterrorismo in corso nel Sinai egiziano, al confine con la Striscia di Gaza.

(© Getty Images) Un'operazione antiterrorismo in corso nel Sinai egiziano, al confine con la Striscia di Gaza.

Con il bubbone dell'Isis, la questione di lunga data degli attentati e dei traffici illeciti in Sinai è tornata di primo piano anche per gli Usa.
Il pericolo che tra Abm o altri gruppi di jihadisti, fluttuanti nella regione, ci siano - o possano nascere - collusioni o saldature con Hamas (al governo a Gaza) o con movimenti islamici palestinesi ancora più estremisti è una possibilità da mettere in conto.
MILIZIANI VERSO ISRAELE. Dalla Siria, nei suoi proclami l'Isis ha lasciato intendere di essere interessata a espandersi fino al Sinai, passando per la Giordania, Israele e la costa dal Libano.
Esponenti del Califfato hanno esortato i jihadisti egiziani a estendere gli attacchi fino al Cairo. E in altri comunicati, sempre attribuiti ai miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi, si dichiara che l'Isis in Sinai è un «primo passo per l'invasione di Gerusalemme».
È un dato di fatto che, caduto Morsi, gli attentati di gruppi islamici sempre nuovi siano dilagati dal Sinai, al Delta del Nilo, fino nella capitale: nell'ultimo attacco, Abm ha ucciso 33 soldati.
UNA DIGA PER IL SINAI. I generali hanno accusato i jihadisti di «cooperare con i palestinesi, contro le forze armate egiziane». E, in risposta, al Sisi ha programmato di costruire a Rafah (divisa a metà tra la Striscia di Gaza e l'Egitto) un canale che separi il Sinai: 13 chilometri di buffer zone, larga 500 metri, che obbligherà al trasferimento coatto «alcune centinaia di persone».
Ma nella penisola operano «24 gruppi di estremisti islamici, alcuni anche di pochissimi affiliati, a composizione spesso mista però», spiega a Lettera43.it Giuseppe Dentice, ricercatore dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) e coautore dell'e-book New (and old) patterns of jihadism, per il capitolo sul Sinai.
L'OBIETTIVO È GERUSALEMME. In questa terra di passaggio operano beduini del deserto, palestinesi, un'ala radicale della Fratellanza musulmana fuoriuscita per aderire ad Abm e arabi salafiti. Altrettante sigle jihadiste proliferano nella Striscia di Gaza e pure in Giordania ci sono formazioni con la mission di riprendersi Gerusalemme.
«Un quadro in continua evoluzione. Soffocare l'Islam moderato, marginalizzando i Fratelli musulmani, ha generato risentimento, frammentazione ed esclusione sociale. Una radicalizzazione continua dell'area», conclude Dentice, «che ha spinto Hamas a essere più attiva, per non perdere la leadership, quanto meno dando il suo tacito assenso ai traffici dei jihadisti a Rafah».

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