Torture, gli Usa non pubblicano il rapporto

Oltre 7 mila pagine. Ma solo 525 sono pubbliche. Il dossier Usa sulle torture nella guerra ad al Qaeda rischia l'insabbiamento. E nemmeno Obama vuole leggerlo.

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17 Gennaio 2016

Manifestanti contro la guerra in Iraq durante una protesta davanti alla Casa Bianca.

(© GettyImages) Manifestanti contro la guerra in Iraq durante una protesta davanti alla Casa Bianca.

Settemila pagine che scottano. Nel dicembre del 2014 la commissione Intelligence del Senato statunitense pubblicò una sintesi fortemente censurata di un rapporto su una lunga indagine relativa al programma di arresti e interrogatori messo in atto dalla Cia negli anni della guerra al terrore scatenata da George W. Bush.
Il documento era di 525 pagine e già conteneva un nutritissimo elenco di episodi, tutti documentati, di maltrattamenti, arresti illegali e torture compiuti dalla Cia, spesso con l’avvallo della Casa Bianca.
RELAZIONE CONSULTABILE. La relazione è pubblica e consultabile, ma l’intero e dettagliato resoconto dell’inchiesta della Commissione che si compone di quasi 7 mila pagine, non è mai stato diffuso al pubblico ed è stato consegnato in copia alla Casa Bianca, al dipartimento della Giustizia, al dipartimento della Difesa, al dipartimento di Stato e al direttore della National intelligence.
A quanto pare l’incartamento non è mai stato aperto. Neppure nello Studio ovale. È una mancanza voluta. Leggere quelle pagine significherebbe confrontarsi con le pratiche descritte nel rapporto, identificare nome e cognome dei responsabili e quindi imporrebbe di prendersi carico e di individuare le responsabilità di quanto commesso.
Le conseguenze di questo sarebbero imprevedibili e porterebbero a coinvolgere quasi tutti gli organi dell’amministrazione dell’era Bush. L’intera indagine rischia così l’oblio. Chi ha commesso e autorizzato le torture non dovrà probabilmente mai rispondere di quello che ha fatto.
ANALIZZATI 6 MILIONI DI PAGINE DI DOCUMENTI DELLA CIA. Il rapporto della Commissione senatoriale, presieduta dalla Senatrice democratica della California Dianne Feinstein, è stato il frutto di un lavoro iniziato nel 2009 sotto l’amministrazione Obama che ha portato all’analisi di più di 6 milioni di pagine di documenti della Cia e decine di testimonianze raccolte nel corso degli anni sia da inchieste interne della Cia che dal Senato.
Le conclusioni della Commissione, diffuse pubblicamente, sono, seppur scandite da migliaia di omissis, già sufficientemente gravi. La Cia dopo l’11 settembre attuò un sistema di arresti e interrogatori «potenziati» («enhanced interrogations») mirati a ottenere informazioni cruciali nella lotta contro il terrorismo. Il programma, secondo la relazione, faceva ricorso alla tortura e portò alla morte di diversi detenuti, non contribuì a fornire informazioni strategiche di grande valore.
DETTAGLI NASCOSTI E BUGIE DALLA CIA. La Casa Bianca venne informata dell’utilizzo di tecniche di interrogatori «enhanced», ma i direttori della Cia che si sono succeduti nel corso degli anni (Tenet, Goss e Hayden) e i loro funzionari nascosero particolari o mentirono consapevolmente in diverse occasioni sulle reali procedure e sulle conseguenze che stavano avendo, impedendo qualsiasi indagine e supervisione ed enfatizzando, sia nei confronti dell’amministrazione che dell’opinione pubblica, i risultati del programma. Secondo la commissione, dunque, la Cia operò come organo al di fuori di qualsiasi controllo legale o politico.

Feinstein: «Non vogliono diffondere il rapporto»

La senatrice democratica della California Dianne Feinstein.

(© GettyImages) La senatrice democratica della California Dianne Feinstein.

«Sono convita che non vogliano diffondere questi fatti», ha dichiarato Diane Feinstein. «E mi riferisco all’amministrazione, all’intelligence e al dipartimento di Giustizia».
La senatrice ha anche scritto una lettera a novembre al ministro della Giustizia e al direttore del Fbi sollecitandoli a leggere i documenti. «Il lascito storico di questo rapporto», ha dichiarato, «non può essere sepolto in qualche cassaforte degli uffici dell’esecutivo, senza essere analizzato da coloro che più devono imparare da quanto è accaduto». 
«SOLO UN RIASSUNTO». L’aspetto più grave, secondo lei, è che il rapporto pubblico è solo un riassunto e la reale dimensione di quello che è accaduto può essere compresa solo leggendo la relazione completa.
I documenti pubblici per quanto stringati e sbianchettati sono un’antologia di racconti dell’orrore. Nel novembre 2002 Gul Rahman un prigioniero afgano venne incatenato nudo e al pavimento e morì di freddo in una prigione della CIA; due anni dopo un afgano chiamato Janat Gul venne arrestato con l’accusa di essere al corrente di un possibile attacco di al Qaeda sul territorio americano e venne deportato in un centro di detenzione segreto (forse in Europa) qui, dopo un'autorizzazione del ministro della giustizia Ashcroft,  venne sottoposto agli «interrogatori potenziati». 
TORTURATI ANCHE DEGLI INNOCENTI. Ci si rese conto che il detenuto non sapeva nulla, ma dagli Usa ordinarono di insistere. Gul arrivò al punto di chiedere a chi lo interrogava di «ucciderlo o di lasciarlo morire». Dopo mesi di detenzione si appurò che era stato la vittima di un depistaggio. Il saudita Mustafa al Hawsawi, tuttora detenuto a Guantanamo, ha subito danni permanenti all’intestino dopo forzate applicazioni di una procedura chiamata «alimentazione rettale».

Un programma costato più di 300 milioni di dollari

George W. Bush, ex presidente Usa, con il suo vice Dick Cheney.

(© GettyImages) George W. Bush, ex presidente Usa, con il suo vice Dick Cheney.

Questi episodi, secondo la stessa Feinstein,  sono solo la punta dell’iceberg. Il programma di interrogatori della Cia costò più di 300 milioni di dollari, alcuni Paesi il cui nome non compare nella relazione pubblicata, percepirono tangenti per accettare la presenza delle prigioni segrete americane sul proprio territorio. «La Cia diede milioni di dollari in contanti a governi stranieri». 
È lecito supporre che nella relazione integrale sia scritto quali siano questi governi e quali funzionari furono pagati.
INVOCATO IL FOIA. Le associazioni per i diritti umani si stanno intanto attivando sul piano legale per riuscire a rompere il muro di omertà e segretezza e per poter arrivare a individuare almeno qualche responsabile.
La American civil liberties union ha richiesto che l’intera documentazione legata all’inchiesta rientri tra i documenti soggetti a diffusione secondo il Freedom of information act (Foia).
L’organizzazione inoltre, non potendo agire contro uomini della Cia protetti da documenti top secret, ha intentato causa a nome di alcuni ex prigionieri nei confronti di due psicologi, James Mitchell e Bruce Jessen.
GLI INTERROGATORI APPALTATI A DUE PSICOLOGI. La loro vicenda nel documento reso pubblico dalla Commissione è solo accennata senza citare i loro nomi e rappresenta un altro lato oscuro di questo scandalo. I due avevano come unica esperienza sul campo quella di essere stati docenti a un corso di sopravvivenza organizzato dall’Air force (l'aeronautica militare). Non avevano alcuna conoscenza di terrorismo, intelligence o di al Qaeda.
Erano privi di formazione linguistica o background culturale relativi ai Paesi in cui l’America stava combattendo. Proposero però alla Cia un programma di interrogatori che si basava su alcune tecniche di «persuasione» basate su teorie psesudo-scientifiche e fondarono una compagnia privata che ben presto fu messa sotto contratto dal governo Usa. La 'Mitchell Jessen and associates' divenne così un contractor e si prese carico di decine di interrogatori «potenziati». Dal 2005 la Cia appaltò quasi tutti gli interrogatori a questa società che ha ricevuto in tutto una parcella di 81milioni di dollari.
AMNESTY: «NON SI POSSONO SEPPELLIRE QUESTE STORIE». «Queste storie non possono essere sepolte», ha scritto in un editoriale Elizabeth Beavers, portavoce di Amnesty international. «La tortura è illegale, senza alcuna eccezione ed è contro a ogni valore che gli Stati Uniti rappresentano. In un clima di paura non è impossibile che questa storia si ripeta in futuro e, anzi, alcuni candidati alla presidenza non hanno escluso che il programma possa essere riattivato».
Quelle 7 mila pagine non vedranno la luce nel prossimo futuro, troppo scomode in un anno elettorale in cui gli Usa devono affrontare la minaccia di un nemico come l’Isis, temibile anche più di al Qaeda. 
L’attuale presidente della commissione Intelligence del Senato il repubblicano Richard Burr, che è subentrato alla Feinstein, ha chiesto addirittura la restituzione del rapporto definendolo «partigiano» e solo fonte di inutile imbarazzo per il mondo dell’intelligence. A troppi conviene far fina di non sapere.

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