Uccise in viaggio, il post su Facebook è un caso mondiale

Sul social network una studentessa racconta in prima persona l’omicidio di due giovani argentine. Centinaia di migliaia di condivisioni.

11 Marzo 2016

Marina Menegazzo e Maria Josè Coni, le due ragazze argentine uccise da due uomini in Ecuador.

Marina Menegazzo e Maria Josè Coni, le due ragazze argentine uccise da due uomini in Ecuador.

Una bionda, l'altra mora, entrambe giovanissime e con tanta voglia di girare l'America Latina con uno zaino sulle spalle e pochi soldi in tasca.
È la storia di Marina Menegazzo e Maria Josè Coni, due ragazze argentine di Mendoza barbaramente uccise da due uomini in Ecuador. La vicenda, già virale sui social media e sulla stampa, nelle ultime ore si è trasformata in un caso mondiale.
«Ieri mi hanno uccisa. Non mi sono fatta toccare e mi hanno spaccato il cranio». Guadalupe Acosta, una studentessa paraguaiana, ha iniziato a raccontare in prima persona su Facebook l’uccisione delle due ragazze. Le sue parole sono diventate un atto di denuncia e hanno dato il via a una campagna per rivendicare il diritto delle donne a viaggiare da sole in sicurezza.

 

 

 

Ayer me mataron.Me negué a que me tocaran y con un palo me reventaron el cráneo. Me metieron una cuchillada y dejaron...

Pubblicato da Guadalupe Acosta su Martedì 1 marzo 2016

 

 

In America Latina il femminicidio è diventato una piaga sociale. Nel solo 2014, in Argentina, sono state uccise 225 donne, una ogni 40 ore, e nel 57% dei casi l'omicida è un uomo che aveva un vincolo sentimentale o familiare con le vittime. Una realtà simile ad altri Paesi latinoamericani, svelata da un rapporto della Corte Suprema di Buenos Aires.
«DOPO LA MORTE L'UMILIAZIONE». Guadalupe ha voluto dare voce su Facebook a ciascuna delle due giovani uccise: «Peggio della morte è stata l’umiliazione che è venuta dopo. Dal momento in cui è stato trovato il mio corpo, nessuno si è chiesto dove si trovasse l’uomo che aveva ucciso i miei sogni, le mie speranze, la mia vita. Anzi, hanno iniziato a farmi domande inutili. A una morta, che non può rispondere. Che vestiti avevi? Perché viaggiavi da sola? Sei entrata in una zona pericolosa, cosa ti aspettavi? Hanno criticato i miei genitori per avermi insegnato a essere indipendente, come qualunque essere umano. E da morta mi sono resa conto che per il mondo non sono uguale a un uomo. Che la mia morte, in fondo era colpa mia. Mentre se a morire fossero stati due ragazzi le persone starebbero parlando del dolore per quelle morti e chiederebbero la pena maggiore possibile per i loro assassini».

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