Ma allora è un vizio!

Galimberti copia intere frasi da un filosofo rumeno.

07 Marzo 2011

Il filosofo Umberto Galimberti (lapresse).

Il filosofo Umberto Galimberti (lapresse).

(B.G.) Il professor Umberto Galimberti (docente di filosofia della storia e psicologia dinamica all'università di Venezia) è famoso oltre che per la cospicua attività saggistica e pubblicistica, anche per la intricata storia dei plagi. Frasi e concetti (ma soprattutto frasi) copiate e incollate da altri testi, che ha inserito nei suoi libri. Oggi si aggiunge una ulteriore testimonianza, come risulta dall'articolo del filosofo rumeno Costica Bradatan, professore alla Texas Tech University ha scritto per Lettera43.it.
Questa volta il saccheggiato si chiama Constantin Noica (1909-1987), filosofo rumeno della stessa generazione di Mircea Eliade. Sei malattie dello spirito contemporaneo (Il Mulino, 1993) di Noica viene copiato in diversi punti nel libro di Galimberti Orme del sacro (Feltrinelli, 2000). Grazie a Bradatan abbiamo i confronti puntuali.
GLI ALTRI PLAGI. E per riassumere i casi galimbertiani segnaliamo i precedenti. Il 17 aprile 2008 un articolo de Il Giornale ha rivelato che il libro di Galimberti L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli), riporta passi del volume Le plaisir et le mal, traduzione italiana Il piacere e il male, di Giulia Sissa, (sempre) Feltrinelli. Il libro viene menzionato una sola volta, en passant, ed il titolo dell’edizione italiana è reso con Sesso, droga e filosofia che in realtà è il sottotitolo del libro. Pochi giorni dopo, sempre Il Giornale scova un caso prededente, sul quale il tribunale di Roma si era pronunciato nel maggio del 2006. 
Nell’occasione è stato accertato che Galimberti, in un articolo pubblicato su la Repubblica, intitolato La stinta metropoli che spegne le emozioni, ha riportato pari pari brani del libro di Alida Cresti, Nell’Immaginario cromatico, edito dalla Medical Books di Palermo. L'ordinanza proibisce a Galimberti il riutilizzo dell'articolo.
Un caso che risale al 1987 è stato segnalato dal quodidiano Avvenire nell'aprile 2008. Nel libro Gli equivoci dell'anima Galimberti ha reimpastato due articoli del filosofo e compagno di studi Salvatore Natoli. Dalla seconda edizione del libro il nome di Natoli viene citato.
Di nuovo Il Giornale, in un articolo del 6 giugno 2008, rivela le somiglianze fra Invito al pensiero di Heidegger, pubblicato nel 1986 da Galimberti (Mursia) e Heidegger. I sentieri dell’essere di Guido Zingari, edito da Studium nel 1983. Anche in questo caso l'originale non è stato citato. Un riferimento a Guido Zingari è inserito nelle edizioni successive. dopo un patteggiamento fra gli avvocati dei due autori. E adesso ci risiamo».

Ladri di parole

di Costica Bradatan (Texas Tech University, Usa)

In una certa misura, il plagio è più un’arte da ammirare che un vizio. Se è un vizio, è uno di quei vizi perdonabili, benigni, addirittura anche un po’ «virtuosi», per così dire. Soprattutto, il plagiatore è un uomo innamorato della bellezza delle parole (cioè, le parole degli altri), «colpito» da essa in maniera irresistibile. Inoltre, si può dire che lui non è proprio un malvivente, ma piuttosto una vittima. Se c’è colpevolezza in tutto questo, il colpevole è lo stesso testo plagiato. In maniera simile, in alcuni sistemi giuridici islamici, in caso di stupro, è quasi sempre la donna che viene condannata per istigazione allo stupro.
UN LADRO DI PAROLE. Lasciando lo scherzo, potete chiedervi se il plagio è arte di ammirare, cosa c’è esattamente di “sbagliato” in esso? Perché condanniamo il plagiatore? Per una semplice ragione: il plagio è una cosa brutta perché è un atto di “amore” accompagnato sempre dal tradimento. Al limite, il plagiatore dovrebbe essere solo un amanuense. Il mestiere del plagiatore non è scrivere, ma trascrivere. Quando il testo originale è cambiato, tradotto o “migliorato,” allora il plagiatore diviene un semplice ladro di parole.

L'analisi in parallelo dei passi

La copertina del volume di Galimberti sotto accusa.

La copertina del volume di Galimberti sotto accusa.

Per non rimanere in astratto, vorrei fare un esempio: come si può vedere di seguito, alcuni passi del Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2000) sono golosamente “prese in prestito,” per cosi dire, dal libro Sei malattie dello spirito contemporaneo, scritto negli anni Settanta da un filosofo romeno poco conosciuto, Constantin Noica, tradotto in italiano da Marco Cugno e pubblicato dal Mulino nel 1993. Cosa importantissima, nel libro di Galimberti non si fa mai menzione al nome di Noica o al suo libro.
Primo di tutto, Galimberti è capace di un’ammirazione incredibile. Lui è un lettore cosi innamorato che ampi passi del libro di Noica vengono “trasferiti” nel proprio libro. Alcuni pezzi sono semplicemente deliziosi. Per esempio (riporto in grassetto dove il testo è identico):

Noica: «Anche il cielo è malato. Gli antichi credevano nell’incorruttibilità degli astri e delle sfere celesti (così come credevano nell’incorruttibilità divina). Ma il cannocchiale di Galileo venne a dimostrare le imperfezioni della luna che il suo contemporaneo Cremonini non voleva vedere; e oggi pare che si sia giunti a identificare delle malattie galattiche. Nel cosmo è nascosto un tarlo.» (p. 50)

Galimberti: «Anche il cielo è malato. Gli antichi credevano nell’incorruttibilità delle sfere celesti, così come credevano nell’incorruttibilità divina. Ma il cannocchiale di Galileo venne a mostrare le imperfezioni della luna che i suoi contemporanei non volevano vedere. Oggi si è giunti a identificare le malattie galattiche. Nel cosmo è nascosto un tarlo.» (p. 48)

E ancora:

Noica: «Anche la luce è malata. Goethe credeva ancora nella sua perfezione, protestando contro Newton, che la considerava una mescolanza di sette colori, e dunque impura.[ ...la luce] venne anche misurata [...] la luce è anche fessurata internamente, essendo insieme corpuscolo e onda. Quante malattie in un semplice raggio di luce!” (p. 50)

Galimberti: «Anche la luce è malata. Goethe credeva ancora nella sua perfezione, e perciò protestava con Newton che la considerava una mescolanza di sette colori e quindi impura. Poi la luce venne misurata [...] è fessurata internamente, essendo insieme corpuscolo e onda. Troppe malattie in un semplice raggio di luce.» (p. 48)

Veramente una grande arte di ammirare! Non ho mai visto un lettore così innamorato: non ci sono proprio differenze tra i due autori. La comparazione può continuare quasi nella stessa misura:

Noica dice: «[la] Vita [...] è malata, con le approssimazioni e le sue incertezze[...] Non è apparsa tale ai biologi contemporanei, per i quali è il risultato di un caso trasformato in necessità, una specie di tumefazione incidentale della materia...?» (p. 50)

Galimberti dice: «Anche la vita è malata con le approssimazioni e le incertezze segnalate dalla biologia contemporanea, per la quale la vita è una semplice tumefazione della materia, un caso trasformato in necessità.» (p. 48)

E anche qui:

Noica dice: «è malato il Logos, che si manifesta spezzato in lingue naturali... quando dovrebbe portare in sé, come dice il suo nome, l’unità della ragione.» (p. 50-51)

Galimberti dice: «Malato è anche il logos spezzato in lingue regionali quando dovrebbe portare con sé, come dice il suo nome, l’unità della ragione.» (p. 48)

O qui:

Noica: «...anche il Tempo, il tempo assoluto, omogeneo e uniforme[...] si è rivelato meno maestoso, dal momento in cui è diventato un semplice tempo locale, o un tempo solidale con lo spazio, mentre lo spazio stesso si trasformava, a sua volta, da ordine universale di coesistenza delle cose[...] in una sorta di realtà regionale...» (p. 50)

Galimberti: «Anche il tempo è malato. Il tempo assoluto, omogeneo, uniforme s’è rivelato meno maestoso dal momento che è divenuto semplice tempo locale, tempo solidale con lo spazio, che a sua volta si è ridotto a semplice coesistenza delle cose, talvolta a realtà regionale...» (p. 48)

Tuttavia, incontrando i seguenti passi, cominciamo a diventare un po’ disincantati con l’arte di Galiberti. In alcuni momenti l’ammirazione del maestro sembra un po’ esitante e incerta; in questi momenti egli comincia a cambiare il testo originale e tutto sta per compromettersi. Per esempio:

Noica dice: «Gli dei si sono rivelati malati. Dopo aver creato un mondo inferiore alle aspettative, alcuni di loro si sono ritirati diventando dii otiosi[...], altri, invece, si sono mescolati troppo nelle faccende umane [...] Gli dei sono malati.” (pp. 49-50)

Galimberti dice: «...le stelle si sono ammalate. Dopo aver vegliato su un mondo inferiore alle aspettative, alcune di loro si sono ritirate diventando stelle oziose, altre invece si sono mescolate troppo alle vicende umane [...] Le stelle si sono ammalate.» (p. 48)

«Le stelle» di Noica diventano «gli dei» nel testo di Galimberti. Non è un gran che, è vero, ma è abbastanza per segnalare un imminente atto di tradimento. Un plagiatore decente (il solo plagiatore perdonabile) deve sempre rimanere un amanuense, senza contributi personali, senza ambizioni, senza niente. E finalmente, ecco il tradimento: il punto dove l’innamorato di parole degli altri diviene il loro ladro. Di tutta l’ammirazione non è rimasto niente altro che tracce di uno stupro:

Noica dice: «Ma se tutte le grandi entità sono malate [...] e se la cultura viene a mostrare le loro malattie come costituzionali, come non parlare di malattie dell’essere?» (p. 51)

Galimberti dice: «Ma se tutte le grandi entità sono malate e se la cultura viene a mostrare le loro malattie come costituzionali, con che occhi possiamo guardare ancora il cielo?» (p. 48-49)

Certamente, non c’è niente di originale in quest’ accusa di plagio; nel corso dei ultimi anni Galimberti è stato accusato di aver plagiato, tra gli altri, Giulia Sissa, Alida Cresti, Salvatore Natoli. Ogni volta che viene beccato, lui si scusa, si giustifica (è solo «un errore redazionale»,ha dimenticato di «inserire i virgolettati» etc, etc) e i sui avvocati divengono occupatissimi. Ma poi tutto si dimentica e si comincia tutto da capo. Perché? Chi può dirlo? Tuttavia, il plagio da Noica funziona da “pistola fumante”.
LA RECENSIONE DOPO IL PLAGIO. Galimberti ha recensito il libro di Noica su Repubblica (2 agosto 2001), recensione poi ri-pubblicata nel suo libro I vizi capitali e i nuovi vizi (Feltrinelli, 2003). Ovviamente, in questo caso, la scusa comodissima – cioè, che lui ha dimenticato di «inserire i virgolettati» e fare menzione del nome di Noica o del suo libro) quando ha incorporato la recensione nel Orme del sacro – non vale per niente. Orme del sacro è stato pubblicato un anno prima della recensione. Prima plagiamo, poi ricensiamo.
LA DIFESA DI VATTIMO. Per quanto l’amichevole difesa di Gianni Vattimo («Filosofare è copiare») è spiritosa, ma purtroppo, niente di più. Se avesse ragione, la Xerox Corporation sarebbe il più grande dei filosofi.
Infine, c’è qualcosa di particolarmente ironico in tutto quest’affare di plagio. Come è noto, in Italia in alcuni gruppi di popolazione, è diffuso lo stereotipo secondo il quale i rumeni sono tutti ladri. Quasi tutti, si può dire adesso. Alcuni sono anche vittime. Vittime dei ladri di parole.

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