Cultura
THE SERIES MAN
Delocalizzati e felici?
Outsourced, business globale e declino dell’American Dream.
di Giuliano Di Caro
Cascasse il mondo, saprebbero comunque prendersi in giro, questi americani. Rappresentando se stessi, già che ci sono, come i più speciali di tutti, poco importa le difficoltà che attraversano, o i millenni di storia che gli altri hanno, e loro no.
La delocalizzazione del post American Dream
È l’America del declino economico, quella di questo periodo. Cioè della disoccupazione sopra i limiti di guardia, del crollo di competitività della sua economia e capacità produttiva, sopravanzata dai Paesi emergenti, Cina e India, la cui sterminata classe media rincorre qualcosa di simile a quell’American Dream che negli Usa ha perso credibilità.
THE MANAGER GOES TO INDIA. Ed è proprio in India che si trasferisce il protagonista di Outsourced, serie della Nbc tratta dall'omonimo film in cui un giovane neomanager al primo incarico è costretto dall’azienda a trasferirsi a Mumbai. Per guidare un ufficio, sì, ma di indiani.
Outsourced, con l’umorismo educato di Scrubs o Friends e ammantato di buonismi socioculturali alla Modern Family, incarna proprio la vicenda dell’America spodestata dal trono del business. Todd Dempsy è il ragazzone americano da manuale: belloccio, in carriera, con qualche complesso nei confronti dei successi del padre e del fratello maggiore, nella sua azienda ha fatto tutta la trafila e la gavetta, iniziando come addetto al call center della Mid American Novelties, immaginaria società che via catalogo vende ogni sorta di cianfrusaglia tipica dell’ossessione consumistica stelle e strisce, dal classico cuscino scoreggione ai costumini sexy e gli accessori demenziali per le varie feste americane, da Halloween al Thanksgiving e il 4 luglio.
I VUOTI UFFICI STELLE E STRISCE. Come ogni manager che si rispetti, il giovane Todd ha un’incrollabile fede nei prodotti che vende. Di ritorno dal corso di formazione pagato dall’azienda, entra allegro nel call center americano che pensava di dover dirigere e ci trova solo il capo, e un ufficio vuoto e smantellato. E gli impiegati? Outsourced, appunto, cioè tutti licenziati. Perché questo è il simbolo dell’economia americana, che per sopravvivere è ormai obbligata a delocalizzare, incubo del lavoratore medio americano.
Poche ore dopo, e senza battere ciglio perché le necessità del business sono le necessità del business, il neomanager Todd è su un aereo per Mumbai. Dove gli addetti di call center costano molto, molto meno. E dove la retorica del boom economico e della Shining India ha creato impiegati assai più malleabili e disposti a tutto pur di lavorare, e portare a compimento il sogno di una nascente classe media.
Cortocircuito culturale (e di business)
Così Todd si trova a dover spiegare la società americana, e anzi la stessa americanità, al suo gruppo di squinternati e ovviamente divertenti impiegati indiani, che parlano l’inglese alla perfezione ma a cui sfuggono le coordinate culturali di riferimento. Non bastasse, gli tocca farlo nell'unico modo che conosce: attraverso i prodotti venduti, cioè cianfrusaglie inutili, talvolta volgarotte, quell’accozzaglia di futilità su cui l’America aveva un tempo costruito parte del suo impero economico.
UNO SPACCATO DI GLOBALITÀ. Tutta la serie, teoricamente terminata dopo la prima stagione appena conclusa ma oggetto di una petizione alla Nbc da parte di migliaia di fan americani e indiani che chiedono il rinnovo, gioca sulle diversità culturali, sulle distanze abissali tra i due Paesi, specie sul terreno della libertà sessuale, le classi sociali, le abitudini quotidiane e religiose e le regole etiche sul posto di lavoro.
Outsourced racconta con tono leggerissimo, ironico e un po’ zuccherosamente stereotipato uno spaccato di società globale, come gli uffici delle aziende straniere nella caotica e affollata Mumbai, isole di occidentalità in cui le gang dei diversi call center di società americane, europee o australiane si contendono l’aria condizionata, l’ufficio migliore, i posti nella mensa comune.
Cortocircuiti del business globale che generano bizzarri cloni, come gli spietati e megalomani lavoratori indiani del call center della Apple, elegantissimi e pieni di sé, che guardano tutti gli altri dall’alto in basso perché offrire assistenza di alto livello per i MacBook e i sistemi informatici di mezzo mondo è vissuto, in questo microcosmo, come un capolavoro dell’ingegno umano.
Altro che vendere teste di cervo di plastica che si muovono, come accade al bizzarro team di lavoro della Mid American Novelties: la bella combattuta tra un matrimonio combinato e il fascino del capoufficio americano, il vice manager severissimo e classista eroso dall’ambizione per poter sposare una donna appartenente a una classe più alta della sua, l’imbranato logorroico in cerca di amici, il belloccio che seduce le consumatrici americane via webcam e così via.
DA THE OFFICE A OUTSOURCED. Il punto è che, in fondo, che si tratti di computer, costumi da infermiera sexy, armi da caccia o biglietti aerei di una compagnia australiana, sono tutti lati della stessa medaglia. Il mondo è cambiato, e così le riflessioni sull’universo lavorativo: dal romanzo sulle cattiverie tra impiegati di Ed Park, Maledetti Colleghi, al saggio/viaggio nel mondo del lavoro globalizzato Lavorare Piace, scritto in punta di penna da un maestro della parola come Alain De Botton. Fino, appunto, alle serie tivù, ai due The Office, la versione britannica e quella americana, che per anni hanno dipinto con comicità agrodolce le minute battaglie, ripicche, bizzarrie, ossessioni e compulsioni degli uffici.
Un mondo vagamente asfittico e autoreferenziale, parzialmente superato, come testimonia Outsourced, dalle nuove regole del mercato globale. In cui il Sogno Americano si è frammentato, ha fatto i bagagli e si è replicato altrove, in nuovi colori, profumi e contraddizioni. Giacchè non importa a quale latitudine: The show (and the business) must go on.
Lunedì, 27 Giugno 2011

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