Cultura
CINEMA
Il massacro verbale di Roman
Applausi a Venezia per Carnage, il film di Polanski con Jodie Foster e Kate Winslet.
di Pino Dato
Carnage vuol dire massacro, carneficina. Ma nel film di Roman Polanski presentato al festival di Venezia non ci sono morti, teste mozzate, sangue a fiotti. E allora di che carnage si tratta? È il massacro che, quotidianamente, in questo poco saggio mondo, ci auto infliggiamo e infliggiamo agli altri con le parole. Le pallottole di Polanski sono le parole. Parole che uccidono. Ma non i corpi, gli spiriti.
SPARATORIE VERBALI. La carneficina cui sottopongono i propri spiriti gli straordinari Jodie Foster, Kate Winslet, John C. Reilly e Cristopher Waltz, in appena 80 minuti di sparatoria verbale a tutto spiano, con una gragnuola di colpi politically uncorrect che lascia senza respiro, è davvero drammatica. Sfiora la ridondanza tragica della tragedia greca, evocata dalla parola che tutto spiega e tutto svela.
Dietro le discussioni dei coniugi Nancy e Allen Cowen (Winslet e Reilly) da una parte, e Penelope e Michael Longstreet (Foster e Waltz) dall’altra, attorno a un banale ma violento litigio (che si vede all’inizio, in campo lungo, sul parco: scena stupenda da grande cinema) fra i rispettivi figli, c’è tutto il mondo, tutto il vissuto di ognuno di noi, la nostra pochezza e il nostro anelito altruista, il nostro individualismo forsennato e la falsa generosità planetaria, la nostra forza e la nostra impotenza.
E, soprattutto, le meschinità quotidiane attorno al comune vizio supremo di consumatori del secolo tecnologico: la reificazione del mondo, incarnazione pagana della modernità.
Il protagonista silenzioso del film: la reificazione delle cose
È per questo che si ride moltissimo, quasi ininterrottamente, dall’inizio alla fine. Perché ogni battuta acida o compromettente, riuscita o offensiva, dei quattro coniugi in armi - a volte alleati contro, a volte in alleanze trasversali (mariti contro mogli) e a volte rivelatori dei rispettivi fallimenti matrimoniali («Ma le proibisco di offendere la mia famiglia», dichiara a un certo punto la Foster) - è una battuta che in qualche modo ogni spettatore adulto (diciamo sopra i 30 anni) sente applicabile al proprio mondo e alle proprie meschinerie.
Tutto questo il regista Polanski lo porge con una sapienza interpretativa davvero straordinaria, attraverso perfidie, rimbrotti, liti, consensi e dissensi dei quattro esponenti della nostra modernità borghese.
INSTANCABILE MACCHINA DA PRESA. Si deve essere divertito a fare questo film. Con una macchina da presa instancabile, doppia, tripla, quadrupla, è riuscito a mettere insieme un montaggio che si fa beffe di tutte le false tecnologie portate al cinema dagli effetti speciali. È un processo a tutto tondo, frontale, contro l’ipocrisia e la falsità del vivere borghese.
Ma il capolavoro resta il personaggio silenzioso eppure sempre presente, più forte di tutte le isterie e le umane debolezze dei personaggi in carne e ossa: le cose, e la loro consapevole reificazione. Le cose materiali, sulle quali lo stesso apparentemente rozzo Michael, fa a un certo punto una riflessione: «Siamo un po’ troppo legati a questo cazzo di cose».
Il libro d’arte rarissimo su Adam Kossowski, rovinato dal vomito improvvido della Winslet, il mazzo di tulipani acquistati per l’occasione, la bottiglia di doppio malto proveniente direttamente dal paesino della Scozia, e vero moloch della modernità, il Blackberry di Reilly, i cui squilli sono più letali e frequenti delle parole stesse. Tutte le cose alla fine, vomito a parte, sono sbugiardate. Sono quello che sono: cose. Ma i quattro personaggi che vi ruotano attorno, no. Restano con la loro tristezza. «È la peggiore giornata della mia vita», dice Winslet.
Nel finale, un barlume di speranza
Ma Polanski, a differenza del bel dramma che l’ha ispirato: Il dio della carneficina di Yasmina Reza (la Reza ha partecipato anche alla sceneggiatura) chiude con un barlume di speranza. Ma solo un barlume. Perché sulla dannazione delle parole e sulla loro forza distruttrice non c’è né soluzione né assoluzione. Ci può essere al massimo l’uso del savoir faire. E poi, riflette ancora a voce alta il personaggio eticamente più riuscito dei quattro, il marito apparentemente rozzo della Foster, Cristopher Waltz, c’è momento e momento: «Vi verrebbe mai in mente di recitare l’Ave Maria durante una scopata?».
BATTUTE PERFETTE. Le battute di questo film straordinario fanno ridere ma anche riflettere. Sono come i meccanismi sottili e delicati di un orologio di gran marca. Funzionano al momento giusto. Applaudita a scena aperta dal pubblico del Lido, l’altra battuta acida di Waltz sull’umanesimo planetario della moglie: «Ieri in tivù ho visto la tua amica Jane Fonda e subito dopo volevo comprarmi un manifesto del Ku Klux Klan».
Certo, con il cast scelto non era difficile fare un film bello. Ma la maestria di Polanski è di saper dosare tempi e ritmi, non dimenticando mai di far uscire tutta l’ipocrisia e la tristezza che gli interpreti straordinari rendono alla perfezione. Regina è la parola. Che uccide gli spiriti ma fa anche riflettere. Dimenticavo: c’è un maestro del genere, non citato, ma che per chi ha superato la cinquantina non può non tornare a mente, il Mike Nichols di Chi ha ucciso Virginia Woolf, con Elizabeth Taylor e Richard Burton. Polanski non l’ha certamente dimenticato.
Venerdì, 02 Settembre 2011
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misteri
applausi,ma non era inseguito da tutte le polizie del mondo per un delitto di 30 ani fa?Il tempo, insomma, se non cancella, comunque aggiusta tutto,cantò Baglioni,magari non ristora le vittime,scrisse Alessandra,perché in alcuni casi s’infierisce volentieri sugli autori di reati commessi 40 o 50 anni prima, e ormai in età avanzata, Kappler o Priebke, tanto per fare due nomi noti anche al grande pubblico.Misteri del diritto,se deformato dall’ideologia.
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