Massimo Del Papa

MUSICA

Bowie e la Rai, quando la sciatteria va in tivù

Per la morte dell'artista tutti i media del mondo hanno terremotato i palinsesti. Viale Mazzini no. Si è limitata a un compitino. Pieno di strafalcioni e sciatteria.

di

|

16 Gennaio 2016

Che succede se muore una rockstar, o popstar, o semplicemente star, a piacere?
Succede che l'informazione “copre”, il che sta non per soffocare, silenziare, ma tutto il contrario: dilatare, divulgare, coprire, appunto, il mondo.
È successo, ovviamente, con David Bowie, che, da rockstar globale, ha goduto di adeguata copertura planetaria: i maggiori network a ogni latitudine possibile e immaginabile hanno immediatamente preso a mitragliare la notizia, terremotando i palinsesti; le varie Bbc e Cnn (per citare solo due esempi) hanno fornito attenzioni degne di un leader politico o religioso, con un tale spiegamento di mezzi che a qualcuno è parso addirittura esagerato; ma fino a un certo punto, se è vero che la stessa Santa Sede, per bocca del suo organo ufficiale, l'Osservatore Romano, si è scomodata sottolineando l'importanza di un artista controverso  ma «mai banale» (parole sante).
PURE IL VATICANO HA DATO SPAZIO A DAVID. Segno dei tempi? Di un nuovo pontefice allergico alle polveri vaticane e determinato a spazzarle via, a svecchiare per quanto possibile? Sì, forse anche questo. Ma una simile apertura, inedita nel caso di un artista “pop” dalla carriera così trasgressiva, può anche suggerire altre letture: per esempio, non ossessionarsi oltre sulla depravazione, la celebre decadenza da rockstar, su quella vita “sprecata” tra droghe, eccessi, sessualità mescolata e tutto il resto della mercanzia retorica.
Forse nel Nolite iudicare ut non iudicemini suggerito in modo così sfumato, così informale, eppure lo stesso sorprendente, non sta un invito a non rendersi conto, a chiudere gli occhi, a considerare tutto uguale a tutto nel segno di un improponibile quanto insidioso relativismo assoluto, ma, semplicemente, la constatazione, inespressa, che tutti possiamo essere “eroi” (solo per un giorno) se ne abbiamo l'occasione, che una rockstar in fondo è solo uno che si è trovato al centro di un mondo pericolosamente fatato, che la depravazione è quella dimensione nella quale ciascuno di noi sprofonda se gli capita.
Insomma che siamo deboli, siamo carne. Con il non trascurabile dettaglio che, invece, il talento, la capacità di sviluppare un Canone dispersivo, contraddittorio, a volte frainteso ma totale, in grado di compromettere chi lo riceve, di pretendere continua e adeguata maturità nel tempo, beh, quella è roba di pochi, e le va reso il giusto tributo.
Per questo il mondo si scomoda quando si spegne una Blackstar.
LA TIVÙ PUBBLICA ITALIANA, CHE DISASTRO. Non la Rai. Aldo Grasso ha rilevato «l'estremo provincialismo» della nostra televisione pubblica, la quale ha inserito la notizia nei telegiornali, ma poco o niente di più: un film in seconda serata, uno speciale Blob, una retrospettiva su Rai5, che resta un canale di nicchia.
Niente di paragonabile alle altre televisioni, statali o commerciali, di tutto il mondo. Con frequenti strafalcioni, potremmo ancora aggiungere, e con l'insopportabile passaggio nell'orbita di Mollica, che riduce ogni evento a un cartone animato da Doreciakgulp e figuriamoci se poteva farsi sfuggire l'occasione di parlare più del suo amicone Celentano che di Bowie (al quale bastò una parola per liquidare la faccenda). E questo è stato forse l'aspetto più fastidioso, perché più mortificante, dell'intera “copertura” da parte di Viale Mazzini.

Una sciatteria che squalifica il cosiddetto Servizio pubblico

Ora, ci si potrebbe chiedere il motivo di tanto tirar via in Rai davanti alla scomparsa di Bowie (ma poteva succedere, e di fatto accade, con qualsiasi stella dell'arte e della cultura: un servizietto alla svelta, quasi infastidito, “e ora voltiamo decisamente pagina”).
Le ipotesi possono essere tante, ma convergono verso una spiegazione che tutte le racchiude: la sciatteria, la sufficienza di chi sa di non rischiare niente, quel certo languore romano di chi sa che «tutto passa a 'sto mondo, che ce la pigliamo affà, chi sarà stato mai sto “Bovi”»?
Poi quest'anno non possono più evadere, il canone lo blindano dentro la bolletta della luce, al governo «se so' rimagnati» pure i tagli, restano le frattaglie.
TOTALE IGNORANZA DELLA MUSICA ROCK. La morte di Bowie come una storia italiana, anzi romana, anzi della Rai.
Viva la Rai: sarebbe bello fare una piccola storia dei tanti antagonisti, poi diventati, trenta o quarant'anni dopo, fieri sostenitori del canone: ne uscirebbe fuori un Bignami del provincialismo tricolore, questo modo di fare informazione all'amatriciana da un colosso che ha un numero spropositato di dipendenti, e, soprattutto, di funzionari.
Ma, forse, c'è qualcosa di peggio del languore: c'è la fiera sconoscenza della musica rock nel Servizio pubblico, considerata da sempre qualcosa di meno rilevante delle farfalline di Belen e del festival dei riesumati di Sanremo.
Il diavolo si nasconde nei dettagli, e basta verificare la pronuncia dei vari artisti stranieri quando la Rai se ne occupa: Mick Jagger diventa immancabilmente «Mike Iaigher», Ron Wood un batterista e Charlie Watts un sassofonista, e così via.
LA DECADENZA CULTURALE DEL NOSTRO PAESE. No, la Rai non ama il rock, non lo conosce e dunque non le piace, e presume che non interessi neanche ai suoi spettatori.
A fine anno, la cara azienda aveva chiuso (salvo auspicabili ripensamenti) il bel programma di Carlo Massarini, Ghiaccio Bollente, che offriva servizi e retrospettive di classe sul blues, sul rock, sul jazz, sul folk, insomma su un pianeta musicale, pressoché a costo zero: Carlo (ricordare Mr. Fantasy?) faceva praticamente con mezzi propri, con quella passione autodivorante che hanno gli innamorati.
E proprio Rai5, dove Ghiaccio Bollente passava, se ne giovava, era una delle poche trasmissioni capaci di fornire lineamenti a un canale culturale in perenne crisi d'identità (che vergogna).
Vedi come cambiano le cose, vedi i paradossi della storia: il Vaticano apre al rock, la Rai chiude.
Ma noi, al canone in bolletta preferiamo il canone boweiano: un servizio privato che tutto il mondo potrà sempre godersi, a patto di cambiare canale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

comequandoperchè 18/gen/2016 | 19 :49

tutto giusto, tutto vero. ma
doveroso aggiungere che mediaset sky e la7 non hanno fatto meglio, anzi semmai peggio, sia quanto a Bowie nel particolare sia quanto al rock in generale. se poi vogliamo parlare delle radio, pubbliche e private..

LeoneBrera 17/gen/2016 | 11 :11

Rai chi??
E chi la vede più. Rai 5 è l'unica che dice qualcosa. Comunque "terremotare" i palinsesti non lo trovo giusto. Gli appassionati di Bowie sanno dove trovare tutto.

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
Banche, industria e consumi: l'Italia saluta la ripresa

Il Paese rischia di chiudere male il 2016. Pil a +0,8%. Domanda interna bloccata. Ordini e importazioni in calo. E così si complica il lavoro di Padoan in Europa.

Terrore, la narcosi della coscienza ci può salvare

Nizza, Monaco, Rouen: ci abitueremo al male. E l'ossessiva ricerca di soluzioni risulta ripetitiva e inefficace. Successe già negli Anni 70. L'analisi di Lia Celi.

prev
next