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Cultura 

David di Donatello, un pasticcio all'italiana

La divisione tra giuria di serie A e giuria di serie B non risolve la questione dell'affidabilità del voto. Anzi, la peggiora meldestramente.

CINEMA

di Michele Anselmi

editoriale

Accade spesso, nell’Italia dei pastrocchi, che il rattoppo sia peggio del buco. Vale anche per il cinema, in questo caso per il premio più rappresentativo: il David di Donatello. Venerdì 3 maggio alle 18 scadevano i termini per la prima votazione della 57esima edizione, chiamata a predisporre le cinquine da diffondere alla stampa il 10 maggio. Poi, in vista della serata di gala del 14 giugno, è previsto si proceda allo scrutinio definitivo per definire i vincitori delle 21 categorie, a partire dal riconoscimento più significativo, quello per il miglior film. 
Da tempo si discute se la giuria dei David, l’anno scorso arrivata a 1.721 membri, non sia pletorica, gonfia, poco rappresentativa, spesso disinformata. Trattasi, in effetti, di consesso allargato, soprattutto per la presenza di numerosi parenti (figli, mogli, fratelli, suocere, nipoti) e di qualche vip piuttosto estraneo all’ambiente del cinema (Luca Cordero di Montezemolo, Antonio Catricalà, Ferdinando Imposimato, Maria Pia Dell’Utri, Francesca Malagò, sorella di Giovanni, eccetera). Non che per gli Oscar votino in pochi: due anni fa erano 6 mila. E ai francesi César si esprimono in 3 mila. Ma certo colpisce la quantità di giurati rubricati sotto la voce Spettacolo o quella, ancora più generica, Società
GIURIA DI SERIE A E GIURIA DI SERIE B. Detto questo, siccome siamo italiani, quindi pasticcioni, ecco la toppa maldestra. Zitto zitto, il Consiglio direttivo dell’Accademia del cinema italiano ha deciso a maggioranza di modificare lo statuto.
Si ignora se abbiano votato Renata Polverini, che ancora figura come presidente della Regione Lazio, o Giancarlo Leone, oggi direttore di RaiUno. Resta il risultato, discutibile: invece di una sforbiciata seria, volta a far votare, sul modello degli Oscar, solo i tecnici del ramo già candidati o premiati nelle diverse categorie, si è preferito dividere i giurati in due gironi: la serie A e la serie B. 
UNA CATEGORIA DI ADDETTI AI LAVORI... Della prima fanno parte (leggere articolo 4) «registi, attori e attrici, sceneggiatori, produttori, direttori della fotografia, montatori, fonici di presa diretta, scenografi, costumisti, truccatori, acconciatori, effetti digitali, musicisti, esercenti e distributori». Questi possono esprimersi su tutte e 21 le specialità previste, nell’ordine: film, regia, regista esordiente, sceneggiatura, produttore, attrice protagonista, attore protagonista, attrice non protagonista, attore non protagonista, direttore della fotografia, musicista, canzone originale, scenografo, costumista, truccatore, acconciatore, montatore, fonico di presa diretta, effetti speciali visivi, miglior film dell’Unione europea e miglior film straniero. 
...E UNA DI APPASSIONATI. Della seconda fanno parte i rappresentanti dello Spettacolo e della Società, i quali votano solo «per i registi, gli attori e le attrici, protagonisti e non, per il film europeo, per il film straniero e per il miglior film»: nove voti in tutto. E qui nascono le perplessità.

Da Mereghetti a Maltese, nomi illustri nella giuria

Sono uno dei giurati del David, in quota Agis, alla voce Spettacolo. Mi occupo professionalmente di cinema dal 1980, vedo più film italiani all’anno di tutti i registi che votano e sono in buona compagnia. A sfogliare il corposo elenco rintracciabile in Rete (basta digitare: «David di Donatello – Giuria») trovo colleghi autorevoli come Fabio Ferzetti, Paolo Mereghetti, Piera Detassis, Mario Sesti, Giorgio Gosetti, Franco Montini, Barbara Palombelli, Curzio Maltese. Siamo abusivi? Non meritiamo di farne parte? Così da tempo sostiene il produttore Domenico Procacci, secondo il quale dovrebbe poter votare «solo chi abbia avuto in passato almeno una candidatura». 
Non avendone mai ricevuta una, il sottoscritto è pronto a mollare anche ora nel caso prevalesse l’idea di azzerare tutto e di lasciare la palla solo agli artisti. Ma che siano tali.
I RISCHI DI UNA DEMAGOGIA FRETTOLOSA. I colleghi sopra citati non sanno riconoscere, magari meglio di un esercente o di un distributore, se una sceneggiatura è ben scritta, se un produttore ha avuto fiuto e coraggio, se una canzone è bella e se la fotografia di un film merita un premio? Questa non è una difesa corporativa, sia chiaro. È che la demagogia frettolosa fa prendere decisioni discutibili. A occhio, in base alla riforma dello Statuto che in parte taglia fuori i rappresentanti dello Spettacolo e della Società, non voteranno per tutte le categorie circa 600 giurati su 1.700 e passa. Siamo proprio certi che d’ora in poi i palmarès saranno più limpidi, qualificati e incontrovertibili? Io penso di no. 
OTTO DE LAURENTIIS E CINQUE MASSARO. Certo, è sempre antipatico fare nomi. Però viene da chiedersi se otto De Laurentiis, da Aurelio a Valentino, non siano un po’ troppi. Ci sono anche cinque Massaro, quattro Manfredi, tre Cerami; e francamente non risulta che l’attore Paolo Conticini, per quanto di bella presenza, sia mai stato candidato ad alcunché. Naturalmente non tutti i giurati votano: l’anno scorso poco più di un migliaio su 1.721. Alcuni, anche tra gli artisti, vanno poco o mai al cinema, altri si affidano al consiglio distratto degli amici. Non sta bene, e tuttavia ha qualche ragione il presidente Gian Luigi Rondi, anche lui retrocesso alla voce Spettacolo, quando sostiene che «l’allargamento della giuria ha portato a una maggior sfaccettatura nelle nomination». 
SERVE FIDUCIA NEGLI APPASSIONATI. Che fare, allora? Un tempo, con la giuria ristretta, sul modello dei 400 del Premio Strega, ci si lamentava temendo operazioni di lobbying volte a orientare il risultato. Oggi che è troppo ampia ci si lamenta egualmente, gridando all’incompetenza. Una strada possibile? Sfoltire un po', senza furore corporativo, provando a riqualificare il valore del voto, fidandosi anche di chi i film li vede davvero.
Non a caso Francesco Bruni, presidente dell’associazione 100 Autori, sceneggiatore e regista, confessa a Lettera43.it: «Non abbiamo riflettuto sul fatto che, in base al nuovo regolamento, i critici non avrebbero potuto esprimersi su categorie importanti. Un nostro errore, indubbiamente». Come dargli torto?

Venerdì, 03 Maggio 2013 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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