Davide Atomo Tinelli: «Sto con Blu, la street art vive solo sui muri»

Parla il veterano dei writer milanesi, sulla scena dal 1982: «La mostra di Bologna è un'operazione meschina e scommetto che sarà un fallimento. Vi spiego perché».

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15 Marzo 2016

Davide 'Atomo' Tinelli ha iniziato a fare street art nei primi Anni 80.
Vive e lavora a Milano, città grigia per definizione, almeno secondo il cliché meteorologico prevalente. Di recente i suoi colori hanno trasformato in opere d'arte 150 cabine semaforiche, che per essere ammirate non richiedono nient'altro che la voglia di farsi una passeggiata.
IL «GESTO PUNK» DI BLU. Intervistato da Lettera43.it sulla mostra Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano, che aprirà a Bologna venerdì 18 marzo, Atomo ha espresso il suo personale punto di vista sulla questione. Da giorni scrittori, artisti, curatori e appassionati si dividono e dibattono attorno alla scelta estrema di Blu, che per protesta contro lo 'stacco' di due suoi murales ha cancellato tutte le opere realizzate in città.
ATOMO: «LA MOSTRA NON PROTEGGE LA STREET ART». La filosofia che sottende la mostra, secondo Atomo, tradisce «un'operazione meschina». La street art «è un'arte effimera e deve rimanere sui muri. Perché se cambia di posto cambia anche di senso». E se anche non fosse esplosa la 'bomba' sganciata da Blu, «basterebbe guardare i manifesti pubblicitari della mostra per capirne la meschinità. Banksy & Co.: uno strillone da circo, per un'iniziativa che non ha nulla a che vedere con la salvaguardia dei graffiti».

 

  • Davide 'Atomo' Tinelli (foto Olivia Gozzano).

 

DOMANDA. Com'era accolta la street art quando hai cominciato tu, nei primi Anni 80?
RISPOSTA.
All'epoca veniva riconosciuta come arte solo se arrivava dall'estero. Solo gli stranieri venivano elogiati e santificati, in virtù del solito provincialismo culturale di cui soffre il nostro Paese.
D. È cambiato qualcosa oggi, nell'atteggiamento delle istituzioni?
R.
Qualcosa si è mosso, soprattutto a Milano, subito dopo la grande mostra inaugurata dall'allora assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi, che con Street art, sweet art ha di fatto sdoganato nel 2007 questa forma d'arte. Però...
D. Però?
R. A parte rari casi, la street art è ancora considerata l'arte dei poveri. Le istituzioni la prendono per buona quando devono salvare un quartiere periferico, oppure abbellire un luogo degradato. Ecco che allora chiamano in aiuto la street art. Per il resto, la considerano un pugno in un occhio.
D. Vedi delle differenze tra le scene urbane delle diverse città italiane, tra Milano e Bologna, tra Bologna e Roma?
R. Francamente credo che l'atteggiamento delle istituzioni sia uguale da tutte le parti. I famosi cento muri liberi di Milano, per fare un esempio legato alla giunta Pisapia, non sono una forma di salvaguardia della street art. Sono una palestra per allenarsi, disegnare, fare un po' quello che si vuole. Ma non bastano.
D. Di cosa ci sarebbe bisogno?
R. Di scelte precise di recupero e riqualificazione dell'ambiente urbano attraverso l'arte. I muri liberi sono l'analogo della costruzione di un parco giochi per bambini. Niente di più.
D. La mostra di Bologna, di cui tanto si parla in questi giorni, secondo i curatori è un'occasione per ragionare sul futuro della street art. Tu che ne pensi?
R.
Io la leggo come un'operazione meschina. Possono riempirsi la bocca e dire ciò che vogliono sulla loro volontà di salvaguardare l'arte. In realtà per me hanno compiuto un furto.
D. In che senso?
R. Hanno compiuto un furto alla città di Bologna. Hanno fatto come i tombaroli, che vanno a cercare reperti per poterli conservare privatamente. Hanno creato un danno per soddisfare un loro piacere, per arrivismo e giochi di mercato. 
D. Ti riferisci allo stacco dei murales di Blu?
R.
Se una persona regala un'opera d'arte alla città, a un quartiere, a un muro... lo fa perché pensa esattamente a quel muro, a quel contesto, a quel non-luogo. Se l'istituzione vuole salvaguardare la sua opera - per quanto effimera, perché la street art è effimera per definizione - caso mai va sul posto e la restaura. Non la porta via per metterla in bella mostra a pagamento in un museo, dove non sarà più fruibile da chiunque. È sicuramente un'operazione meschina.
D. I curatori dicono che i murales di Blu non erano fruibili, che i muri verranno presto demoliti e che l'associazione Italian Graffiti non può e non intende rivendere alcunché: è davvero un'operazione così meschina?
R.
Se anche non fosse successo tutto quello che è successo, basterebbe guardare i manifesti pubblicitari per capire la meschinità della mostra. Banksy & Co: a te non sembra uno strillone da circo? Venite venite, che bello che bello?
D. Credi sia questo lo scopo della mostra?
R.
È un circo. Un carrozzone. L'idea è: organizzo la mostra e la faccio pagare. Che l'associazione sia senza scopo di lucro non ha alcuna importanza, perché a mantenere tutta la struttura è comunque qualcuno che piglia sempre lo stipendio. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la salvaguardia della street art. È un'operazione messa in piedi per far girare una mostra, per far girare dei soldi, per vendere i biglietti.
D. Da cosa lo deduci?
R.
L'impostazione, altrimenti, sarebbe stata completamente diversa. Fare una grande collettiva, con opere di valore di artisti da tutto il mondo, va bene. Ma da qui a mettere in piedi un evento mediatico spettacolare, ne passa. Vuol dire che l'interesse dei promotori è un altro. È creare un carrozzone che domani potrà essere riutilizzato per qualsiasi altra mostra. Perché l'importante è generare interesse, creare un mercato. 
D. Un mercato?
R. Sì. E sono curioso di sapere chi sarà disposto a comprare le opere d'arte strappate dai muri. Banksy è il primo che, quando subisce uno stacco, disconosce i suoi lavori, li cancella dal sito e nega di esserne l'autore.
D. Ma il problema della vendita in questo caso non si pone. I murales di Blu non possono essere venduti.
R.
È il gesto che è sbagliato! Se un artista decide di creare un'opera all'esterno e sceglie di farla su un determinato muro, è perché crede che abbia senso farla lì. Punto. Che bisogno c'è di prenderla e rubarla per organizzare una mostra privata? Al massimo, gli si chiede una tela. L'artista non vuole? Benissimo, non lo metti in mostra e ne scegli un altro.
D. Blu però era stato contattato...
R. Ci mancherebbe anche. Un tentativo l'hanno fatto, perché sapevano che la stavano combinando grossa. Ma non è una scusante. Gli hanno chiesto il permesso per salvare le apparenze, tanto avrebbero fatto comunque quello che volevano.
D. Non importa sapere che senza stacchi i muri sarebbero stati demoliti dai loro proprietari, distruggendo le opere di Blu?
R. Va bene. È questa la vita della street art. È così. È un'arte effimera. Se non ci pensano le intemperie, ci pensa qualcun altro che ci disegna sopra. O magari i 'grigioni' pagati dal Comune nei giorni del cleaning day. La street art vive solo sui muri.
D. Eppure ci sono artisti di strada che espongono, no?
R. D'accordo, ma quando io decido di andare in galleria non faccio i lavori che faccio sui muri. Perché il muro è quel punto, quello scorcio, quel quartiere, quel luogo. Ci lavoro in una certa maniera. Se devo andare in galleria o in un museo, penso a un'altra cosa. Utilizzo spazi più piccoli, ragiono diversamente rispetto a quello che faccio con un muro.
D. Questa mi sembra la vera questione di fondo: c'è chi pensa che la street art possa essere patrimonializzata e chi invece si oppone. Per quale ragione?
R. Prendiamo per esempio Banksy. Banksy è andato in Palestina e ha disegnato sul muro di separazione israeliano disegni e stencil provocatori e di protesta, contro quella che per lui è una forma di apartheid. 'Buchi' e scorci che permettono di vedere oltre, al di là del muro. Immaginiamo che un'istituzione voglia salvaguardare le sue opere, perché altrimenti passa l'esercito israeliano e le cancella.
D. Come dovrebbe comportarsi?
R.
Cosa fai, le strappi e le porti in un museo per metterci sotto una didascalia? «Questa era l'opera di Banksy sul muro dell'apartheid israeliano-palestinese»? Che senso avrebbe? Quelle opere devono stare lì, su quel muro. E se non ci stanno più perché qualcuno le cancella, amen.
D. Ma non credi che senza musei e senza collezionisti l'arte dei secoli passati oggi non esisterebbe più? La street art è così radicalmente diversa, secondo te, da non poter essere pensata per altre destinazioni?
R.
La street art è un'arte veloce, ha contagiato tutto il mondo, è l'arte contemporanea per eccellenza. Però è un'arte che si cannibalizza e si autoriproduce. Nei musei ci vanno le tele. L'istituzione vuole proteggere e tramandare la memoria di Banksy? Può commissionargli una tela e custodirla gelosamente. E sarebbe sicuramente un lavoro diverso dal murales sull'ambasciata francese a Londra, che Banksy ha disegnato per protestare contro il trattamento dei profughi accampati a Calais. Cambiando il posto, cambia il senso.
D. A proposito di proteste: che ne pensi della scelta di Blu di cancellare tutte le opere dai muri di Bologna?
R. È un gesto fortissimo, credo sia stato doloroso anche per lui. Però, che altro mezzo aveva Blu per boicottare questa mostra organizzata dai potentati locali? Le potenze mediatiche vanno combattute con gesti tanto eclatanti da costringerle a parlare anche di te.
D. Blu in questo modo non ha contribuito ad alimentare quel circo mediatico che tu stesso prima criticavi?
R. Sì, ha contribuito, ma per boicottare la mostra. Adesso ne parla tutto il mondo e tutti la deplorano.
D. Quindi scommetteresti che la mostra di Bologna sarà un fallimento?
R. Spero. Ci scommetto e lo spero. Blu ha compiuto un gesto punk, ha fatto harakiri. Detto questo, le sue opere sono in giro in tutto il mondo. Non c'erano solo quelle di Bologna. Però Bologna è la sua città e con Bologna doveva essere chiaro e forte. Io, come Banksy, sto con lui.

 

Twitter @davidegangale

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