Fabiana Giacomotti

LA MODA CHE CAMBIA

L'uomo che vende le belle addormentate

Chi è Arnaud De Lummen, il consulente di moda più ricercato al mondo.

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27 Maggio 2012

Arnaud De Lummen.

(© Getty) Arnaud De Lummen.

Se digitate il nome «Arnaud de Lummen» nella sezione «Immagini» di Google, visualizzate nelle prime trenta voci, o circa, Matteo Marzotto in primissimo piano, bello e sorridente. Aguzzando la vista, come nella famosa rubrica de La Settimana Enigmistica, scorgete pure un ragazzino dalla faccia adulta, 30 anni all'incirca, capelli neri, volto affilato, statura contenuta.
È il vostro uomo, e se vi occupate di moda, vorreste farlo o se semplicemente vi interessa il settore, cercate di memorizzarne nome e tratti perché da adesso in poi sentirete parlare spessissimo di lui, e perché dietro l'attuale tendenza mondiale al recupero di nomi della moda apparentemente defunti e dimenticati se non dagli specialisti c'è lui, il francese de Lummen.
Attualmente è l'uomo più consultato dai fondi americani e cinesi, il consulente più ricercato e anche il venditore più abile di belle rimaste addormentate talvolta per un secolo. Quello che si potrebbe definire una tendenza fatta uomo.

De Lummen, un curriculum scandito dalle maison

Vi dice qualcosa il nome Mainbocher? Dovrebbe, perché era il sarto (americano, contrazione di Main Rousseau Bocher, pronuncia in velare sorda, “k”) preferito di Wallis Simpson. L'avete vista fotografata migliaia di volte nel famoso abito azzurro che le disegnò per le nozze con il duca di Windsor. Brand e diritti sono suoi, di de Lummen.
La centenaria casa pellettiera Moynat acquisita di recente da Bernard Arnault? Era sempre sua. Come sono suoi i diritti del leggendario creatore di scarpe Herbert Levine (non era solo Ferragamo a mettere scarpe ai piedi di Marilyn Monroe).
Fu de Lummen, nel 2006 anche se il deal venne siglato tre anni fa, a proporre la maison Vionnet chiusa da cinquant'anni all'accoppiata Marzotto-Gianni Castiglioni (marito di Consuelo, anima creativa di Marni) e di cui cinque giorni fa il duo ha ceduto la maggioranza alla regina delle socialite con le idee chiare, la kazaka Goga Askenazi, debutto diciottenne al Billionaire, flirt col principe Andrea, matrimonio di pochi mesi con l'imprenditore alberghiero californiano Stefan Askenazi e relazione molto discussa con il petroliere Timur Kulibayev causa sponsali di quest'ultimo con la figlia del presidente kazako, che alla notizia della tresca e di un figlio in arrivo gli sequestrò 3 miliardi di beni in patria.
Goga, diventata ricca, ha investito in Vionnet i soldi necessari a imprimerle uno sviluppo che, in caso contrario, sarebbe impossibile (la maison cresce, fattura circa 10 milioni di euro, ma il tasso concorrenziale attuale rende improbabile pensare a una sua affermazione effettiva senza grossi capitali alle spalle), ma saggiamente ha lasciato a Castiglioni e Marzotto la gestione del business. Piazzato il colpo, Marzotto sta pianificando il futuro, e de Lummen pure.
Nella cassaforte del suo ufficio, sono infatti conservati gli atti di proprietà di molte altre maison apparentemente decotte, in realtà ricercatissime dagli investitori cinesi, coreani o di Hong Kong a caccia di quello che è il nuovo feticcio del business della moda: l'heritage, che vuol dire e naturalmente molto più di eredità.

L'importanza di chiamarsi 'Heritage'

“Heritage” è quel patrimonio di storia, di racconti familiari, di qualità nella manifattura che li rende interessanti, ovvero ammantabili di leggenda e di fasti passati, a pubblici immensi ma confusi fra troppi marchi e troppe opzioni. Visto che non tutti possiedono il denaro e anche la fortuna imprenditoriale di Diego Della Valle, che dopo aver acquisito la maison Schiaparelli a metà degli anni 2000 ha potuto permettersi di aspettare il momento migliore per rilanciarla, e c'è voluto parecchio tempo perché il progetto della grande mostra al Met attualmente in corso prendesse forma e le sue personali fortune si consolidassero anche negli Usa, molti altri si affidano a de Lummen per capire come orientare flussi di denaro che all'estero certo non mancano, ma che hanno bisogno di progetti validi per essere indirizzati.
Per anni, de Lummen ha investito il denaro delle sue attività di consulente legale nella ricerca, nell'acquisto e soprattutto nella ridefinizione dello spesso complesso parco-licenze che questi marchi, questi designer da libro di storia, avevano concluso negli anni, e in particolare negli ultimi anni, quelli solitamente più difficili.
Un lavoro lungo, difficile ma anche affascinante, come quando, incerto se acquisire o no il brand Levine, de Lummen mandò uno dei suoi associati al Costume Institute del Met scoprendo che la collezione di calzature della coppia Herbert e Beth Levine lì conservata era di oltre duecento paia, seconda solo a quella di Roger Vivier. Così ripuliti, ma ancora ricchi di fascino, i dossier sono finiti a poco a poco sulle scrivanie dei tycoon del settore, tutti convinti, come de Lummen peraltro e prove alla mano, che dopo un buon piano di rilancio, il pubblico si sarà completamente dimenticato che la maison aveva dovuto chiudere.

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