Latino, un esercizio di democrazia

Dionigi: «È l'eredità del pensiero plurale».

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17 Novembre 2012

Può sembrare strano, ma in mezzo a disagi sociali, guerre pericolosamente vicine, un'inquietudine globale che sembra proiettarsi (sciocca, irresistibile metafora) perfino sugli eventi naturali, la Chiesa cattolica, il cui ruolo istituzionale è sempre più discusso, pensa al latino.
La notizia di queste settimane è l'istituzione, da parte Benedetto XVI, della Pontificia Accademia di latinità. Con lo scopo di promuovere la conoscenza della lingua e della cultura di Cicerone (e Virgilio e Agostino e San Girolamo, ma anche Erasmo e perfino Galileo) innanzitutto presso i sacerdoti.
LATINO, QUESTO SCONOSCIUTO. Lo stesso Joseph Ratzinger, nel motu proprio che ha accompagnato l'avvenimento, ha sottolineato che «nella cultura contemporanea si nota un generalizzato affievolimento degli studi umanistici». E il cardinal Gianfranco Ravasi, 'ministro della Cultura' del Vaticano, ha lanciato l'allarme scrivendo sul Corriere della Sera: «Molti vescovi non capiscono più il latino».
Via libera alla commissione, dunque, che sostituirà, si presuppone con maggiore energia, la vecchia Fondazione Latinitas, voluta da Paolo VI. Lo scopo è quello di potenziare l'insegnamento del latino nei seminari, ma anche di irrobustire il dialogo tra cultura latina cattolica e laica.
DIONIGI, UNA VITA DA LATINISTA. Presidente della Fondazione è Ivano Dionigi, 64 anni, rettore magnifico dell'Università di Bologna. Già professore di Letteratura latina, prima a Ca' Foscari, poi nella città felsinea, dove ha preso il posto del suo maestro, il mitologico Alfonso Traina, Dionigi è da sempre un difensore fermo ma non ideologico dell'eredità classica.
«Sono con Thomas Stearns Eliot», ha detto Dionigi a Lettera43.it, «che diceva: “Latino e greco sono lingue morte. Fortunatamente morte. Così ce ne possiamo spartire l'eredità”». E mercoledì 21 novembre Dionigi terrà il suo discorso d'insediamento.
 

 

DOMANDA. Con tutti i problemi che abbiamo la Chiesa si occupa del latino. È una scelta elitaria?
RISPOSTA. Sono consapevole anch'io che questo non è il primo problema della Chiesa. Il suo primo scopo è evangelizzare, non certo difendere il latino.
D. E allora?
R. E allora, se cominciamo col benaltrismo non finiamo più. Il latino è importante per chi fa parte della Chiesa. E può esserlo anche per creare un ponte fra le culture.
D. È  fondamentale innanzitutto per la gerarchia cattolica, dunque.
R. È impensabile che chi accede al sacerdozio non sappia il latino. La liturgia è latina, la filosofia, patristica e scolastica, è latina. In un seminario dovranno tornare a studiare la lingua della Chiesa.
D. È un sostenitore della messa tridentina, preconciliare?
R. A me che conosco il latino piace, me la godo di più. Ma non la posso infliggere a chi non sa la lingua. Il problema, l'aveva già detto Sant'Agostino, è se vogliamo privilegiare i grammatici o i popoli. Le Chiesa deve curarsi dei popoli, non delle élite di colti. Ma il guaio serio e un altro...
D. Ci dica...
R. Nasce se si degrada il fenomeno culturale a feticcio ideologico.
D. Ed è successo questo?
R. Certo. La messa in latino è diventata sinonimo di conservatorismo, di opposizione al Concilio vaticano II. Ma l'uso improprio del latino è una storia vecchia: già il fascismo aveva recuperato la romanità in chiave ideologica, politica. Da lì nasce l'idea del liceo classico come scuola elitaria, borghese.
D. Elitarismo combattuto dalla sinistra...
R. Negli Anni 60, quando si abolì il latino alle medie, in parlamento ci fu un dibattito tra nani. Pietro Nenni fece titolare L'Avanti: «Latino, la lingua dei signori». Come se la classicità fosse di destra e le scienze e fossero di sinistra.
D. Classica situazione da «cos'è la destra, cos'è la sinistra» di Giorgio Gaber...
R. Appunto. Non se ne può più di queste scempiaggini. Concetto Marchesi e Palmiro Togliatti, due comunisti, non si accodarono a questa idea. Loro erano colti...
D. Sì alla cultura latina e no all'ideologia, quindi.
R.
Quelli che si vestono da antichi romani e fanno lezione in latino sono ridicoli, i peggiori avvocati delle buone cause.
D. Ma il latino ha ancora qualcosa da dire anche nella cultura laica?
R. L'Europa ha la famosa triplice radice: ebraica, greca e latina. Ma ricordiamoci che conosciamo Gerusalemme e Atene principalmente attraverso Roma. Il tramite linguistico è il latino: dall'impero romano alla cristianità medievale e all'Umanesimo, fino alla prosa scientifica del 600. Pensiamo solo al diritto romano: l'opus perpetuum è un'opera continua che appartiene a tutti.
D. E queste sono le ragioni della cultura umanistica. Ma ora l'imprinting è scientifico, per lo più...
R. Certamente. Ma Thomas Kuhn ci ha insegnato che il paradigma scientifico sostituisce una teoria vecchia con una nuova, mentre quello umanistico le conserva entrambe. Oggi della concezione del cosmo di Tolomeo non frega niente a nessuno. È un fossile. Invece Dante è ancora vivo. Ma c'è un fatto ancora più importante.
D. Quale?
R. La cultura antica è un'eredità di pensiero plurale. Il mondo classico non è abitato dal pensiero unico, ma da una pluralità di concezioni rivali. Stoici ed epicurei, Platone e Aristotele. Tutto nel segno, almeno, del due. I classici, se la vogliamo dirla con Elias Canetti, sono i «custodi delle metamorfosi». Culture che educano al linguaggio della diversità.
D. Studiare il latino, quindi, ha un valore metodologicamente democratico?
R. Oggi sono tutti allarmati e spiazzati dalle culture nuove. E invece basta pensare all'impero romano che assimilava le divinità locali fino a creare un pantheon meticcio. Più avanti, le invasioni dei barbari sono state le anticipazioni della globalizzazione. Oggi serve questo patrimonio interiore, altrimenti si rischia un conflitto di ignoranze.
D. Ma, molto banalmente, ai giorni nostri il latino a cosa serve?
R. Innanzitutto a conoscere meglio la lingua che parliamo, che è neolatina. Tempo fa tenni un corso sull'etimologia latina delle parole italiane e risultò affollatissimo. E non era necessario conoscere né declinazioni né coniugazioni. Il latino permette di parlare in maniera più propria, sfumata e sottile, l'italiano.
D. Una questione di patrimonio lessicale, quindi?
R. Non solo. Nel greco l'importanza maggiore è del lessico, dei vocaboli. Nel latino no.
D. E cosa c'è di più importante del lessico nel latino?
R. Il verbo. Indica l'azione che si svolge nel tempo. Il latino è tutto basato e modulato sugli aspetti delle forme verbali, passato, presente, futuro. È sub specie temporis. Non è la lingua delle forme, ma dell'evento, dell'accadere. Aiuta a recuperare la nostra dimensione essenziale. L'uomo è tempo. Non forma. 

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