Nini Giacomelli: «Sanremo? L'autore è diventato un hobby»

Il Festival premia testi e musiche. Ma oggi anche un Maestro come Sergio Bardotti «avrebbe difficoltà a raggiungere i cantanti», dice la sua storica collaboratrice. Gli interpreti, così, perdono l'anima.

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12 Febbraio 2016

Il Festival di Sanremo trascina imperterrito i suoi 11 milioni di telespettatori, tra cover del passato, nuove performance canore che non decollano mai, abiti di dubbio gusto e dubbia moralità. Eppure, qualche sforzo per riportare la canzone al centro del seguitissimo evento, sempre più simile a un Gran Varietà, almeno in teoria ci sarebbe.
PREMI INTITOLATI A BIGAZZI E BARDOTTI. Nel 2016, per la prima volta, sarà assegnato il premio per la canzone con la miglior musica, intitolato al Maestro Giancarlo Bigazzi, autore e produttore tra i più apprezzati nel mondo. E già da due anni viene ufficialmente riconosciuto anche il miglior testo, con il premio intitolato al Maestro Sergio Bardotti, paroliere di Gino Paoli, Lucio Dalla, Luigi Tenco, Ornella Vanoni e traduttore di Charles Aznavour, scomparso nel 2012.
GIACOMELLI: «INTERPRETI BLINDATI». Con Bardotti, che ha scritto capolavori come Occhi di ragazza e Piazza Grande, ha lavorato per anni la scrittrice Nini Giacomelli. Intervistata da Lettera43.it, l'autrice ha offerto il suo personale punto di vista sul Festival. E ha ricordato la figura del suo Maestro: «Bardotti, negli ultimi anni, mi diceva che se avesse avuto un bel pezzo in tasca da proporre per esempio a Laura Pausini, avrebbe avuto qualche difficoltà a farglielo ascoltare. Con il cantante, oggi, non si riesce più a parlare. C'era un filo che si è spezzato. Ecco perché le canzoni di Sanremo passano, senza lasciare tracce durature nel tempo».

 

  • Sergio Bardotti, paroliere di Lucio Dalla, scomparso nel 2012. Nel riquadro la sua collaboratrice, Nini Giacomelli.

 

DOMANDA. Come si diventa paroliere?
R.
Io ho iniziato da giovanissima, a 23 anni. Allora, su riviste come L'Intrepido e Il Monello, c'erano gli indirizzi diretti dei cantanti. Feci una scommessa con le mie amiche, che mi obbligarono a scrivere dei testi. Non l'avevo mai fatto prima. Scrissi due strofe e un ritornello. Quindici giorni dopo mi sono ritrovata a lavorare con Ornella Vanoni. Queste però sono cose che oggi non succedono più.
D. Perché?
R.
Attorno ai cantanti si è creato un compartimento stagno. Quelli di successo sono completamente blindati. Con Sergio Bardotti si lavorava in modo diverso. Negli ultimi anni, lui stesso mi diceva che se avesse avuto un bel pezzo in tasca, da proporre per esempio a Laura Pausini, avrebbe avuto qualche difficoltà a farglielo ascoltare.
D. Come si lavorava con il Maestro Bardotti?
R.
Con lui avevo imparato a lavorare per vasi comunicanti. Andavamo in casa degli artisti, c'era uno scambio, una ricchezza unica. Si imparavano moltissime cose. Oggi quel filo si è spezzato, con il cantante non si riesce più a parlare. È difficilissimo. E il mestiere dell'autore è diventato un hobby.
D. In che senso?
R.
È un mestiere artigianale rimasto privo di un riconoscimento economico adeguato. Senza tariffa, per così dire. A meno che tu non scriva canzoni per quei quattro o cinque grossi nomi che vendono realmente, ma che sono circondati da un entourage che non lascia passare più nessuno: Laura Pausini, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti, Albano e Romina, Fiorella Mannoia (che ormai però scrive i testi da sé). Scrivere canzoni per gli altri, al di fuori di questa cerchia, è diventato un hobby.
D. Cos'è cambiato dai tempi del Maestro Bardotti?
R. Lui, innanzitutto, aveva una qualità che oggi non è più necessaria nel mondo dello spettacolo: una cultura immensa, che non faceva cadere dall'alto. Era un maestro esigente, ma era un maestro disponibile. Sapeva ascoltare e dare consigli. Tra la fine degli Anni 80 e l'inizio degli Anni 90, però, il settore discografico ha smesso di investire in persone e in anime.
D. Con quali risultati?
R.
Tutti quei passaggi che io ritengo umani, umanistici e arricchenti, i vasi comunicanti tra autori e interpreti, sono saltati. Oggi ci sono voci bellissime, tecniche ineccepibili, ma ai cantanti mancano anima e carattere. Non è un caso se ultimamente, di belle canzoni passate da Sanremo in grado di lasciare un segno duraturo nel tempo, ce ne ricordiamo poche. E tutte legate al mondo cantautorale, come Chiamami ancora amore di Vecchioni.
D. Ha visto il Festival di Sanremo in questi giorni?
R.
Ho visto la prima puntata.
D. Cosa pensa delle canzoni che ha potuto ascoltare e dei loro testi?
R.
Gli Stadio ed Enrico Ruggeri non mi sono dispiaciuti. La canzone dei Bluvertigo, forse, poteva essere carina, ma Morgan (poverino) non aveva voce. Forse il testo che mi sarebbe piaciuto di più è La borsa di una donna di Noemi. Ma è un'opera incompiuta. Manca un volo, un piccolo volo.
D. E del Festival nel suo complesso?
R. Apprezzo gli sforzi di Carlo Conti, ma il Festival è diventato un varietà. C'è di tutto e di più. E quando c'è di tutto e di più, non c'è la canzone. La canzone bisogna cercarla, scovando compositori che sappiano comporre e autori disposti a mettersi in gioco. Ma non possono farlo per hobby. In giro ce ne sono ancora, di autori bravi. Ma il fatto che il loro lavoro non sia più economicamente riconosciuto, rende tutto più difficile.
D. Crede che Bardotti avrebbe apprezzato la conduzione di Carlo Conti?
R.
Quando la musica ha cominciato sempre meno a somigliare a qualcosa di umano, Bardotti ha iniziato a fare l'autore per la televisione. Credo che sarebbe stato molto contento di vedere Conti all'Ariston. Lo amava molto, aveva lavorato per tanti anni con lui, in molte trasmissioni della Rai.
D. Come giuduca i talent show?
R.
Non li demonizzo, ma fare musica e cantare non sono esattamente la stessa cosa. Dai talent può venire fuori il personaggio giusto, che può avere un po' di fortuna. Ma non credo che possa uscire un artista in grado di lasciare un segno duraturo. Non si può essere artisti senza aver conosciuto anche dell'altro. Al di là dell'ugola, della tecnica perfetta, mi sembra tutto molto impoverito.
D. Che musica ascolta oggi?
R. Seguo con passione il Premio Tenco e i cantautori. Il Tenco è ancora un posto dove ci sono i vasi comunicanti. Ci s'incontra, si può parlare, ragionare su tante cose e arricchirsi molto. È ancora un posto sicuro, per giovani e vecchi autori. Un polmone verde.

 

Twitter @davidegangale

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