Paolo Poli su omosessualità e politica

L'attore fiorentino si racconta a Lettera43.it.

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08 Gennaio 2013

Giacca e papillon. Quando non è sul palco Paolo Poli, classe 1929, si veste sempre così, come usava fare il padre la domenica quando, tolta la divisa da carabiniere, indossava l'abito civile. Poli di divise ne ha tante e ogni volta che cala il sipario le lascia appese nel camerino.
Sono i suoi abiti di scena: giacche, pantaloni, vestiti, minigonne, cappelli, piume. Ma anche ciglia finte e rossetti. Armi del mestiere, che in oltre 60 anni di carriera gli hanno permesso di trasformarsi in uomo, donna, animale. Non c'è essere che l'attore e regista fiorentino non sappia interpretare.
DALLE SANTE AI POETI. Sotto i costumi però, per cantare come un usignolo, pregare come Rita da Cascia, comandare come Caterina De' Medici, verseggiare come Giovanni Pascoli, Poli nasconde ben altri trucchi. Quelli del teatro italiano, di cui è uno dei maggiori interpreti.
Ma guai a chiamarlo maestro. «Per carità, se Dio vuole sono laureato quindi dottore, maestro era Mussolini», dice a Lettera43.it.
Intelligente e irriverente, garbato come un gentleman d'altri tempi, Poli ci apre le porte del suo camerino poche ore prima di andare in scena.
LA MEMORIA DELL'ITALIA RURALE. Al teatro Elfo Puccini di Milano sino al 13 gennaio con il suo spettacolo Aquiloni, Poli racconta attraverso i versi di Pascoli, la memoria di un'Italia rurale e genuina in via di estinzione, rievocando l'ancora arzillo e celebrato Novecento. Tempo da cui prende il titolo anche Il Novecento è il secolo nostro (Maschietto editore), libro nel quale è descritto il suo lungo rapporto artistico con lo scenografo e illustratore Lele Luzzati, scomparso nel 2007.
«IL 900, IL NOSTRO SECOLO». Un secolo che Poli definisce «nostro», perché «altro non si è avuto. Non è stato tutto rose e fiori. È il secolo della Seconda Guerra mondiale. Il mio amico Luzzati, essendo ebreo, fu cacciato dalla scuola e scappò in Svizzera. Però verso la fine siamo tornati a lavorare molto bene, con gioia, abbiamo fatto il mestiere che ci piaceva, siamo stati fortunati».


DOMANDA. Tanto fortunato che a 83 anni è ancora sul palco, o come dice lei, vista la sua pensione, le tocca ancora lavorare?
RISPOSTA.
Mi tocca prendere quello che viene, ma va bene così, mi arrangio.
D. Nel tempo libero che fa, guarda la tivù?
R.
No, se Dio vuole ho altro da fare. Vado ancora al cinema, abbiamo vissuto un periodo fantastico del cinema nel 900. Con la pellicola in bianco e nero abbiamo visto cose bellissime, con quei grigi misteriosi.
D. Nostalgico?
R.
Rimpiango quel periodo fortunato che era il Neorealismo. C'erano Visconti, Fellini, Rossellini. L'altro giorno ho visto il film di Giuseppe Tornatore e l'ho trovato buono, però in confronto alle cose di un tempo...
D. Per esempio?
R.
Umberto D di Vittorio De Sica: commovente, bellissimo. Il protagonista era il mio professore di glottologia all'università di Firenze. Era andato a Roma e aveva incontrato per strada De Sica che gli offrì la parte.
D. Prima era tutto più bello?
R.
Erano gli Anni 50, la metà del secolo. C'era molta più poesia e in noi delle folte speranze che la vita tornasse alla normalità. Ci si immaginava una vita che forse non è mai esistita.
D. In che senso?
R.
Le vite degli antichi romani e dei greci, in realtà, sono favole dentro la nostra mente. Chissà come era davvero la moglie di Augusto, o come era Ottavia, la moglie di Cesare.
D. Si chiede se erano davvero belle?
R.
Ottavia doveva essere una ragazza molto furba perché appoggiò suo nipote Ottaviano e gli fece far carriera. Ma il cadavere di Cesare non lo voleva dopo le pugnalate. A Roma c'era anche Cleopatra, ma tutti rifiutarono quel povero cadavere.
D. Anche lei contro le donne, tutte arrampicatrici?
R.
No, non sono misogino. Nei miei spettacoli ci sono tante donne che lavorano con me. Penso che abbiano ancora una grande potenzialità che non hanno potuto esprimere nei secoli passati, a parte qualcuna che era talmente furba che comandava ugualmente gli uomini.
D. Quali sono le sue preferite?
R.
Tante. Del mio tempo c'è rimasta Natalia Aspesi, una che scrive con una penna spiritosissima, una donna buona, generosa. Anche Adele Cambria. Adoravo Rina Morelli. E poi ricordo Camilla Cederna.
D. In una puntata del suo varietà Babau 70 proprio con Cederna mise in scena i peggiori difetti dell'uomo medio italiano come il mammismo e lo snobbismo. Sono ancora gli stessi?
R.
Non saprei, oggi come allora non se vuole parlare. Quella trasmissione passò in televisione 10 anni dopo che l'avevamo preparata, quando su un altro canale c'era un incontro di pugilato. E tutti videro quello, a cominciare da me. La Rai era combattuta e divisa tra i partiti maggiori, c'era la Dc, il Pci, il Psi...
D. Un po' come oggi.
R.
Ora è tutto più confuso, ci sono figure meno emblematiche. I politici di allora erano quelli che avevano sopportato il fascismo, erano stati in galera. Insomma avevano avuto una vita laboriosa e difficile.
D. Ben diversa da quella dei politici attuali.
R.
Questi di oggi mi paiono più avvantaggiati e superficiali, sono delle comparse. Come diceva Diderot: la finzione conta più della sincerità.
D. Che cosa pensa del suo conterraneo Matteo Renzi?
R.
Renzi non mi piace. Parla bene, lo vedo sciolto, disinvolto, però sono le azioni che contano, non le chiacchiere.
D. Monti invece?
R.
Forse conosce la sua materia, ma non saprei dire altro. Questo non è più il mio tempo, io sono solo un sopravvissuto.
D. E quale fu il suo tempo?
R.
Ho vissuto l'infanzia durante il fascismo. La voce di Mussolini ci arrivava attraverso la radio, era una cosa impressionante, oltre alle canzonette, c'erano tutte marcette di guerra, perché già all'inizio del 900 Filippo Tommaso Marinetti aveva detto che la guerra era la sola igiene del mondo. Mussolini espirmeva pochi concetti e sbagliati. Quindi aveva ragione (dice con un sorriso ironico).
D. Oggi invece abbiamo la televisione e Berlusconi.
R.
Sì, con la nutella in testa. Mah, speriamo bene. Sono fiducioso nell'avvenire, perché cambiano le forme, il sistema di vita ed è difficile capire quello che avviene anche quando è già avvenuto.
D. Nell'attesa si affida alla poesia del passato. Perché ha messo in scena Pascoli?
R.
Per pigrizia ho scelto il primo poeta che ho conosciuto. A cinque anni recitavo queste poesie e sono i primi applausi che ho preso. In vecchiaia ho voluto rivisitarlo e vedere oltre questa tragedia familiare che lui ci ha raccontato in mille salse.
D. Ma il suo poeta preferito chi è?
R.
Leopardi che è più profondo, anche lui ha avuto grandi disgrazie ma non ce le racconta, le poesie sono leggere. Come gli idilli, l'Infinito...
D. E di D'Annunzio cosa ne pensa?
R.
Sin dall'inizio per me era odioso data la sua amicizia con il fascismo. Certo è una penna, ha arricchito il nostro vocabolario. Inoltre a scuola non ci facevano certo studiare le poesie sensuali.
D. E cosa?
R.
«A una torpediniera nell'Adriatico, Naviglio d’acciaio, diritto veloce guizzante, bello come un’arme nuda...». Tutta roba che rendeva virili. Infatti si vede come sono venuto su perfetto...

L'omossessualità, l'amore, i figli

D. Parlando di virilità e femminilità, lei non ha mai nascosto la sua omosessualità?
R.
No, tutti abbiamo gli ormoni mescolati. E comunque non importa. Il sesso non è una barriera per me, di persone intelligenti ce ne sono tante, chi se ne frega del pisello o non pisello.
D. Oggi l'Arcigay denuncia molte discriminazioni. Ai suoi tempi era peggio?
R.
Non saprei. Ero abbastanza bellino e avevo donne e uomini che mi avvicinavano facilmente. E poi allora non se ne parlava.
D. Era un tabù?
R.
Mussolini disse: «Ma no, queste robe sono degli inglesi, l'italiano è sobrio». L'argomento non interessava, anche se le cose avvenivano non si raccontavano. Era come il tradimento: solo l'800 ha fatto dell'adulterio un argomento di romanzo, di teatro. Ed è stata una fortuna.
D. Che cosa pensa dei matrimoni tra omosessuali?
R. Adesso gli uomini vogliono sposarsi tra di loro? Va bene si arrangino, a me non interessa. E poi che barba. Mi ha sempre annoiato il matrimonio normale, figurarsi quello fra due uomini o due donne.
D. Quindi non ha mai pensato di sposarsi?
R.
Mai. Mentre i Promessi sposi iniziano con il fidanzamento e finiscono con il matrimonio, Madame Bovary comincia con il matrimonio e si conclude con l'arsenico. Molto meglio.
D. Lei è uno scapolone?
R.
No, come si dice ora sono single. La convivenza non si può sopportare. È difficile anche con le persone di famiglia. Il focolare domestico diventa un nido di vipere, mamma mia.
D. Negli Anni 60 cercò di portarsi via due bambini dall'opera maternità e infanzia di Roma.
R.
Ho provato a prenderli perché non si divertivano, stavano male. Ho visto gli orfanotrofi e penso che qualunque bambino si trovi molto meglio a vivere con un single che gli parla e lo fa sentire un individuo. Sempre meglio che farlo vivere in branco, dove sono solo parte di una totalità.
D. Ha mai voluto avere dei figli suoi?
R.
No mai, sono felice così. Ho i nipoti.
D. Ha mai incontrato il principe azzurro?
R.
Mai uno solo, tanti.
D. Così come gli amici. Si vede spesso con Franco Zeffirelli?
R.
Ora lo frequento un po' meno perché lui in vecchiaia si è circondato di tante persone, ha la sua corte. Io invece, come nella mia epoca giovanile, adoro la solitudine. La mia è una scelta, non un ripiego.
D. Che cosa pensa della polemica sulla genitorialità omosessuale?
R.
Non me ne frega nulla. I bambini sono carini, sono come i cuccioli degli animali, tutti vorrebbero averli. E comunque ora ci sono le provette.
D. Non pensa che siano necessarie entrambe le figure: maschile e femminile?
R.
E l'esempio della Sacra famiglia allora? Maria è rimasta incinta da vergine, il padre è putativo, famiglia più disastrata di quella non c’è. E poi penso che per l'educazione dei bambini sia molto importante la scuola, che dovrebbe essere migliore.
D. Lo dice perché sua madre era una maestra montessoriana?
R.
Maria Montessori è stata un genio perché ha mescolato i maschi con le femmine. Invece ai miei tempi eravamo separati, anche nei banchi in chiesa. Sembra che la proibizione sia un incentivo al desiderio ma non è così.
D. E com'è?
R.
Come diceva Rousseau: «Il bambino è perfetto, la società è sbagliata». Mia madre mi diceva sempre: «Fai di testa tua e non sbaglierai mai».
D. È religioso?
R.
No.
D. Che cosa pensa di Papa Raztinger?
R.
Non mi piace, ha questo sorriso inquietante come le bambole di Norimberga che fanno vedere i dentini.
D. Il Vaticano la inquieta?
R.
Quando ero piccolo andavo sempre in chiesa. Mentre il fascismo aveva questa patina di militaresco, la Chiesa ha sempre avuto lo spettacolo: 20 secoli di prove generali. Mi piaceva servire messa, fare tutti i rituali, l'incenso, il vino, era una gioia. E cantavo come un usignolo.
D. Le piaceva così tanto che nel 1967 fece anche uno spettacolo su santa Rita da Cascia. E fu censurato.
R.
Fu più che una censura, venne proprio chiuso il teatro.
D. Perché?
R.
Perché ero un uomo e facevo la santa. Un maschio vestito da suora era inaccettabile, anche se la gente rideva.
D. Oscar Luigi Scalfaro fece addirittura un'interrogazione parlamentare sul caso.
R.
Certo Scalfaro non era una persona piacevole, ma alla fine da presidente della Repubblica l'ho stimato perché quando Berlusconi faceva leggi che non andavano bene lui non firmava.
D. Nonostante le censure però non ha mai smesso di travestirsi?
R.
Sin da piccolo sono stato travestito. Perché i balilla cosa sono se non un travestimento? E comunque io lo faccio solo sul palco.
D. Mai nella vita reale?
R.
E per far che? Il mio caso non è certo quello di Platinette. Il travestimento è nel cervello non nelle gambe. Le persone sono tutte iridate, non c'è mai solo un colore, sicché non c'è bisogno di un vestito che sottolinei un carattere più che un altro.
D. Però al look ci tiene?
R.
Ma no, la giacca e le scarpe che indosso sono del mio fotografo che è ingrassato e mi ha dato i suoi vestiti. Non me ne frega nulla degli abiti. Li cambio così tante volte in scena che poi mi passa la voglia. È come la cucina: la cosa che mi piace di più è l'uovo al tegamino.

Letteraratura e teatro: un amore indissolubile

D. C'era quindi un filo di delusione quando disse: «Pensavo questo fosse il secolo del sesso, invece era del cibo?»
R. Sì che noia. Sulla cucina sono sempre tutti d'accordo. Accendi la tivù e sono lì che sbattono, infornano. E poi la cosa più odiosa è quando si mangia e senti uno che dice: «Vedi prima ho messo a crudo l'aglio, poi ho tolto la cipolla e da ultimo il pomodoro». E l'altro: «Ah, perché se lo metti prima, ai ai ai».
D. Insomma non le piace cucinare?
R.
È un piacere perverso. E poi che fatica prepararsi il cibo da sé, preferisco andare in ristorante.
D. Va anche a teatro. Quali sono oggi i maestri?
R.
Non saprei. Ho conosciuto Gabriele Lavia quando era giovane, ma è tanto che non lo vedo.
D. Dicono che Marco Messeri sia il suo unico vero erede. 
R. Messeri è un caratterista, era allievo di mia sorella al liceo artistico, venne a trovarmi a Roma e iniziò così, però non saprei... Preferisco Mariangela Melato, una che si è fatta una fisionomia e un carattere in scena.
D. Una donna, quindi.
R.
Sì, poi l'altro giorno è venuta a trovarmi Ornella Vanoni, che è anche brava a recitare. Ma vederla da vicino... è molto meglio da lontano.
D. C'è chi non si arrende alla vecchiaia e si affida al chirurgo plastico, che male c'è?
R.
Nessuno. Però tutta la mia generazione sta scomparendo: chi ha i malanni, i dolori. Da poco ho rivisto le gemelle Kessler, sono ancora belle, però… (dice tirandosi il viso con le mani).
D. Anna Magnani, per esempio, non si sarebbe mai rifatta...
R.
No, al truccatore diceva sempre: «Le rughe non coprirle che ci ho messo una vita a farmele venire». Una volta mentre girava Bellissima, ordinò: «Fatemi le lacrime». Poi si girò e mi chiese: «Perché mi guardi? Non devo mica piangere io, devo far piangere gli altri». Era di una intelligenza estrema.
D. Lei esalta le donne però un giorno disse che non capiscono nulla di politica.
R.
Mai detto, quelli sono i giornalisti che quando scrivono fanno il proprio autoritratto, come Raffaello.
D. C'è qualcuno che le piace?
R.
Ormai di grandissimi ce ne sono pochi. I vecchi che sanno il congiuntivo e la consecutio temporum li cacciano via. Poi molti grandi non scrivevano già allora, avevano dei servi, come faceva Alexandre Dumas dei Tre moschettieri che era un meticcio e aveva dei neri che scrivevano per lui.
D. Lei cita sempre tanti autori maschili. Una donna?
R.
Ce ne sono tante: Ada Negri, Amalia Guglielminetti. Anche se era meglio il suo ragazzo, Guido Gozzano che come Aldo Palazzeschi usava il linguaggio parlato.
D. Oriana Fallaci?
R.
Non mi era simpatica, la conoscevo perché ero compagno di scuola della sorella Nera che morì giovane. Con lei facevamo i concorsi di letteratura per guadagnare qualcosina e un giorno le dissi: «Non prepariamo D'Annunzio che può piacere o non piacere visto le sue simpatie fasciste. Facciamo Dante, con lui non si sbaglia mai».
D. Avrà pensato la stessa cosa anche Roberto Benigni?
R.
Benigni è bravo, perché non solo ha letto la Divina Commedia ma ha detto anche una parola positiva sulla nostra Costituzione e l'inno nazionale. È una persona gentile, buona. Mentre tutti i grillini urlano solo insulti.
D. Il comico fiorentino è anche un suo seguace.
R.
Dice così. Ma Benigni seguiva più le orme di Carmelo Bene. Che ha fatto anche tante stranezze nel cinema.
D. Perché?
R.
Bene sapeva che il 900 era il secolo di Hitler, quindi, o si urlava come lui o si dicevano stranezze come Ionesco. Per esempio: la cantante calva si pettina sempre allo stesso modo.
D. Qual è il personaggio che ha interpretato con più piacere?
R.
Dopo Pirandello sono i personaggi che vanno a cercare l'autore non vice versa. Tutta la letteratura è meravigliosa, anche la più umile. Benedetto Croce diceva che è accattivante anche il foglietto che tiene il pappagallo della zingara dove c'è scritto: giovinetto, giovinetta, donna bionda vi vuole male, attenzione, giocate al lotto 5-7-11.
D. Le sue letture preferite?
R.
Durante le vacanze estive rileggo sempre i classici: Ariosto, Tasso. A scuola studiavamo solo alcuni brani. Come il capitolo su Venere, ma mai tutto l'Adone del cavalier Marino. E poi, come si legge volentieri il Candido di Voltaire.
D. Tra i contemporanei?
R.
Non saprei, Camilleri? Fa piacere che in vecchiaia abbia avuto il suo momento di guadagno e di successo. Però Flaubert è meglio.

Twitter: @antodem

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Canoi 08/gen/2013 | 21 :25

Piccolino e grande
Bellissimo sentirlo:.....no..no marinaio non mi toccare il bosforo..... Grande e vacuo piccolo e intrigante. Sono stato una volta, a Venezia, due ore ad ascoltarlo dire niente. Che malinconia il 900 che se ne va.

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