Economia
Il forum di Roma
W la finanza islamica
L'Italia si affaccia su un mercato in espansione.
di Giuliano Di Caro e Federica Zoja
Il 22 ottobre è la data che probabilmente segnerà un importante passo avanti nell’avvicinamento dell’Italia alla finanza islamica, terreno strategico cruciale dell’economia globale. L’Abi, associazione bancaria italiana, chiama a raccolta i decision maker nazionali. L’occasione è il forum internazionale Making islamic finance: how and why di Roma, a Palazzo Altieri.
Tra capitale e retail
«Finalmente sono i decision maker, l’associazione di categoria delle banche italiane, a sentire la necessità di oltrepassare le frontiere della finanza islamica. Ed è un’ottima notizia per l’Italia», ha spiegato a Lettera43 Alberto Brugnoni, ex-direttore di Merrill Lynch Bank Suisse e fondatore di Assaif (www.assaif.org), società di consulenza che si occupa di creare per conto di associazioni, governi e altri soggetti delle strutture di finanziamento che rispondano ai criteri shariatici.
«Stiamo parlando di un mercato immenso che si muove in due direzioni: da un lato il mondo dei capitali, che riguarda da vicino le grandi società. L’altro filone, altrettanto strategico, è quello del retail, dove vengono proposti prodotti finanziari per i singoli consumatori orientati ai piccoli investimenti o in cerca di un mutuo per comprare casa che risponde a criteri differenti da quelli della finanza tradizionale».
Nel mutuo islamico la banca non presta soldi, bensì è comproprietaria della casa. Le persone pagano progressivamente l’affitto alla banca sulla percentuale che possiede, riscattando gradualmente l’intero importo. Come molti altri prodotti retail islamici, una formula molto allettante anche per i non musulmani.
Sukuk all'italiana
«Un punto assolutamente cruciale è fare piazza pulita di stereotipi e pregiudizi. In Italia, fisicamente al centro del Mediterraneo e spontaneamente rivolta ai paesi del golfo, dove la finanza islamica sta diventando il modello predominante, scontiamo una certa disinformazione e arretratezza psicologica. Qui terrorismo ed estremismi di vario genere non c’entrano niente, è un modello finanziario al tempo stesso etico e strategico.
È l’ora della demistificazione e della comprensione per adeguarci ai progressi degli altri Paesi europei, Inghilterra in prima fila» ha argomentato Brugnoni. Che nel suo intervento al forum proporrà al viceministro del Commercio Adolfo Urso l’idea del lancio di un sukuk (strumento di raccolta di capitali simile alle obbligazioni) sovrano italiano.
«Sarebbe un segnale politico fortissimo e un’operazione vincente sui mercati internazionali. Quando ci sarà la volontà politica di risolvere alcuni ostacoli fiscali sfavorevoli alla finanza islamica, nel giro di 15 settimane l’Italia sarà pienamente operativa e pronta a raccogliere la sfida».
D’altronde la rivoluzione è già in corso. Il forum romano precede l’imponente missione italiana in Arabia Saudita di Confindustria, Abi e Ice e sostenuta dai ministeri degli Esteri e dello Sviluppo economico. Dal 5 novembre porterà 180 imprenditori in un’area strategica per l’export italiano, cresciuto nei primi sei mesi del 2010 del 45% in Libano, del 4,5% in Giordania e del 1,5% in Kuwait. L’Arabia Saudita investirà 400 miliardi di dollari in infrastrutture sul territorio.
Rischi e profitti condivisi
I principi cardine della finanza islamica sono affascinanti. È una finanza imperniata su transazioni reali anziché speculazioni sul virtuale, e per questo passata indenne attraverso il battesimo del fuoco della crisi. Si basa sul risk and profit sharing: chi presta i soldi per un progetto condivide pienamente sia i rischi che i profitti, e questo impone una valutazione molto attenta del business plan che si va a finanziare. È vietata l’applicazione del tasso di interesse, considerato immorale, e non si può investire in armi, tabacco, produzioni dannose per la salute pubblica.
Una finanza solidissima, basata su criteri di eguaglianza e condivisione. Come nella finanza etica, si guadagna solo col sudore della fronte. Principi di buonsenso che fino a 30 anni fa facevano parte anche della finanza occidentale, ma che via via sono stati accantonati.
E sia chiaro, gli islamici non hanno niente contro il profitto che, al contrario, è caldamente raccomandato. Criteri che hanno reso questo tipo di finanza sostanzialmente impermeabile all’ondata di crolli finanziari degli ultimi due anni, poiché non soggetta alle deformazioni del nostro sistema. E che già oggi hanno sedotto l’Europa.
Regno Unito capofila
La finanza islamica mondiale è un’industria del valore di mille miliardi di dollari (secondo l’agenzia Moody’s, con un potenziale di espansione fino a 5 mila miliardi) che rappresenta 1 miliardo e 600 milioni di fedeli musulmani, oltre a investitori non credenti interessati a diversificare il proprio portafoglio.
In Europa, il debutto è avvenuto in Gran Bretagna, nel 2004, con l’integrazione della Islamic bank of Britain (Qatar) nel sistema legislativo nazionale. Da allora fino al 31 dicembre 2009 si sono aggiunti allo scenario inglese altri quattro istituti integralmente “filo-sharia”: European islamic investment bank, Bank of London and Middle east, Qatar islamic bank Uk e Gatehouse bank (Kuwait).
Nel primo quinquennio di vita, vari aggiustamenti legislativi hanno permesso la piena adattabilità al sistema nazionale, disinnescando subito il rischio di una doppia tassazione sulle transazioni.
Dopo il Regno unito, nel 2006 ha visto la luce a Ginevra il primo istituto bancario islamico svizzero, il Faisal private bank, ma già numerose banche nazionali offrivano prodotti finanziari islamici ai ricchi clienti musulmani. Nel 2008, poi, si è aggiunta Banque Sarrasin, sedicente unica banca privata musulmana al 100%.
I dubbi franco-tedeschi
In Francia, dal 2007 si lavora alla creazione di un ambiente legislativo-finanziario adatto a integrare istituti islamici. Le dimensioni della comunità musulmana francese, stimata in sei-otto milioni di cittadini, candidano Parigi a diventare il nuovo hub della finanza islamica della zona euro, capace di attrarre il 10% dell’industria globale.
Fra le agenzie nazionali create a questo scopo vi sono un comitato finanziario islamico e un gruppo di lavoro sui sukuk. Al momento, alcuni aggiustamenti al sistema di tassazione e una piattaforma normativa in materia di sukuk e murabaha (operazione di compra-vendita in linea con la sharia islamica) hanno segnato un passo avanti.
Intanto, nell’estate del 2010 Qatar islamic bank ha intrapreso la penetrazione della realtà francese in virtù di un accordo con Banque populaire caisse d’épargne nel comparto retail. Al pari di Parigi, anche Berlino continua a mostrarsi diffidente: nonostante un parco clienti di 3,5 milioni di cittadini musulmani e la disponibilità di prodotti creditizi islamici fin dal 2000, non è stato ancora concesso l’ingresso a nessun istituto integralmente “sharia-complied”. Alcuni istituti turchi sono presenti sul mercato in joint venture con banche nazionali, oppure queste ultime dispongono di succursali in Lussemburgo a disposizione dei clienti musulmani.
Ed è proprio il piccolo granducato, assieme a Malta, a mostrarsi più interessato al settore, sottolineano gli esperti, porgendo la mano agli istituti islamici. Intanto, su scala mondiale, i maggiori operatori si preparano a convergere al Forum globale della finanza islamica, a Kuala Lumpur, in Indonesia, dal 25 al 28 ottobre, dove si discuterà di come convincere i governi occidentali ad ammorbidire le proprie posizioni.
Giovedì, 21 Ottobre 2010
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forse devo andare un paio di anni su Marte!!
mi sono occupata di finanza islamica nel luglio del 2007, nello specifico relativamente al conto corrente islamico e sono sta presa per " visionaria nel senso buono del termine". sono contenta che 3 anni dopo qlc abbia capito l'importanza della materia. forse ci voleva questa crisi economica mondiale!!!
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