Economia
Polemiche
Marchionne ingrato. O no?
Gli economisti giudicano le parole del numero uno Fiat.
di Antonietta Demurtas begin_of_the_skype_highlighting end_of_the_skype_highlighting
«Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l'Italia». Le parole dell'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, sono arrivate dal salotto della trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio a quello degli italiani la sera del 24 ottobre 2010. E all'improvviso il clima, fuori dallo studio televisivo di Raitre, si è fatto tempestoso.
Dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, alla casalinga di Voghera tutti hanno detto la loro (leggi l'articolo). L'irritazione è stato il sentimento più comune, che spesso però ha lasciato spazio anche alla riflessione e al mea culpa.
Lettera43.it ha raccolto tre differenti punti di vista. Quello degli economisti Tito Boeri e Andrea Di Stefano, e quello di Dennis Redmont, giornalista e responsabile media e sviluppo del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti, think tank affiliato al Center for the United States and Europe presso il Brookings institution di Washington (e di cui proprio l'amministratore del Lingotto è presidente).
La Fiat ragiona come una multinazionale
«Nemmeno un euro dei 2 miliardi di utile della Fiat arriva dall'Italia», aveva detto il capo della Fiat (leggi l'articolo). Secondo Di Stefano, «prima di tutto Marchionne deve spiegare quanta parte di quei soldi sono frutto della decisione di rinviare gli investimenti. Una scelta che ha infatti permesso al gruppo di avere sì risultati migliori, ma solo sul breve periodo».
Il vero problema è che «Marchionne è arrivato con l'idea di rimettere in piedi la Fiat dal punto di vista industriale, ma si è accorto di non avere gli strumenti di mercato, non solo perché esiste un problema di sovracapacità dell'industria automobilistica, ma perché l'azienda torinese ha difficoltà con i suoi stabilimenti, e non solo in Italia. Per questo ha rincorso le offerte di sostegno pubblico, dalla Polonia alla Serbia», ha sottolineanto Di Stefano.
Un'opinione non condivisa da Tito Boeri: «Il punto è che la Fiat non è più un'azienda italiana, ma una multinazionale che ragiona come tale, con una logica legata al conseguimento del profitto. Se la filiale del Brasile è stata per molto anni in passivo, ma ora registra profitti consistenti, è logico che investa lì e non qui», ha detto a Lettera43.it.
Il problema dei nuovi modelli è cruciale
Anche sulle richieste fatte dai sindacati per conoscere il piano dei nuovi modelli previsti, la risposta del top manager ha infuocato gli animi: «Di nuovi modelli ne abbiamo quanti se ne vuole, dobbiamo però dare ai nostri stabilimenti la possibilità di produrre ed esportare, gli impianti devono essere competitivi, altrimenti non possono produrre e vendere niente», ha detto Marchionne.
«Ma se la Fiat ha un'offerta sul parco modelli che è la metà della Volkswagen ed è in ritardo di sei mesi su quelli nuovi, le responsabilità non sono solo degli stabilimenti», ha ribattuto Di Stefano.
Per Redmont, invece, è la mancanza di garanzie da parte dei sindacati la vera spina nel fianco: «In Crysler solo dopo aver firmato una tregua di tre anni con la Uaw (United auto workers), Marchionne ha iniziato a investire su modelli e sistemi, qui in assenza di tali condizioni non rischia».
Prendere atto di una realtà sempre più problematica è il suggerimento di Boeri: «Per mantenere la Fiat in Italia l'unica soluzione è fare una riforma seria delle rappresentanze sindacali, le quali dovranno assumersi impegni nei confronti delle imprese che vogliono investire in Italia».
L'esempio? Cesare Romiti
L'idea è che il top manager italo-canadese arrivato con buoni intenti e idee rivoluzionarie, si sia ripiegato su vecchi modelli: «Sta seguendo la stessa strada di Cesare Romiti, cercando di ottimizzare i risultati finanziari sul breve periodo e puntando sullo spin off. E pure su questo abbiamo solo dati generici. Ci deve dire se la proprietà di Fiat auto sarà mantenuta o no», ha affermato Di Stefano.
Ma anche in questo caso, a dare ragione a Marchionne sono le classifiche. Nel 2009 nell'indice della Banca mondiale sul doing business, l'Italia è al 65º posto: prima ci sono persino la Namibia, la Jamaica, il Messico. «Licenziare un lavoratore qui costa 11 settimane di stipendio rispetto alle due degli Usa. E ancora per l'accesso al credito l'Italia era nel 2008 al 79º posto e nel 2009 è scesa all'84º. Sulla capacità di rispettare i contratti, arranca al 156º posto. È quindi logico che fare impresa in Italia sia difficile, Marchionne ha detto quello che è sotto gli occhi di tutti. E poi se è vero che tre o quattro persone possono bloccare la catena di montaggio, di cosa ci lamentiamo?», ha commentato Redmont.
L'accusa: non ha investito in innovazione
Una considerazione che non ha convinto Di Stefano. A chi vorrebbe legare la produttività degli impianti alle scelte del personale, «bisognerebbe ricordare che se la produzione ha subito un calo è perché la Fiat ha ritenuto di non avere le quote di mercato necessarie per continuare la produzione in tutti gli stabilimenti, e ha messo alcuni lavoratori in cassa integrazione».
Insomma, il costo del lavoro è solo una piccola parte del problema, «è la mancanza di innovazione tecnologica la vera bestia nera. La Fiat ha solo rivendicato gli incentivi sulla rottamazione, e sul resto non ha investito granché», ha osservato l'economista.
«Difficile però investire quando i numeri ti dicono di non farlo», quella di Redmont è, ancora una volta, una difesa basata sui numeri: «l'Index of economic freedom sulle opportunità di business e la prosperità vedono l'Italia al 74º posto su 179 (nel 2009 era al 62º), in Europa è addirittura al 35º su 43 paesi considerati.
Lavorare in un paese che non funziona
«Quella di Marchionne non è quindi una sparata contro gli operai. Ha gridato: il re è nudo, per denunciare un sistema che non funziona», ha sottolineato Redmond. L'Italia è quindi un paese dove la scarsa capacità di attrarre capitali e la mancanza di competitività del lavoro diventano un male cronico. Ma se parlarne è come sparare sulla croce rossa, «bisogna anche riconoscere che il nostro è un sistema di piccole medie imprese che funziona, inoltre abbiamo ripreso ad esportare. Che si evitino quindi le dichiarazioni populiste», ha continuato Di Stefano.
«Non è questione di frasi fatte, ma di problemi che non si vogliono risolvere», ha ribadito Redmont, «Se una parte del Paese è sotto il radar, non si vede, in quanto economia sotterranea del lavoro in nero, l'altra è penalizzata dal costo del lavoro. Che può anche essere più o meno simile a quegli degli altri Paesi, ma almeno lì reti di trasporto e infrastrutture funzionano senza gravare sulle imprese».
Le riforme mancate dello Stato che non c'è
Questione di responsabilità, che non sono solo aziendali. E a puntare il dito contro uno Stato che non c'è, sono tutti d'accordo: «Siamo in totale assenza di politiche economiche, quelle che negli altri Paesi sono al centro delle strategie industriali. Se avessimo piani di mobilità sostenibile, sul trasporto pubblico e leggero e sull'accesso all'auto elettrica cambierebbe tutto», ha osservato Di Stefano.
La mancanza di riforme è sottolienata anche da Boeri: «è necessario adottare politiche sul settore automobilistico integrate a livello europeo, altrimenti siamo e resteremo fuori dalla competizione».
É infatti proprio su queste carenze che lo stesso Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria è intervenuto dopo le dichiarazioni di Marchionne: «I problemi reali sono il costo dell'energia, la riforma fiscale che dovrebbe ridurre la fiscalità sul lavoro».
Il manager contro il canto delle sirene
Il rischio è quindi che l'accusa a Marchionne di ingratitudine sia stata montata ad arte, «e invece il suo intervento», secondo Redmont, «dovrebbe servire per guardare in faccia la realtà: per mettere in allarme chi dorme». E ad essere in letargo è il sistema lavoro italiano prima di tutto, «che non offre flessibilità, non è basato sulla meritocrazia e non investe nell'innovazione. Per questo le imprese straniere non vengono qui».
Ma come al solito la questione economica è affrontata a livello politico: «è questo il vero problema dell'Italia, che è il paese delle coalizioni, dove più sei piccolo, più sei potente. É il paradosso italiano, i grandi non vincono mai, perché non riescono a governare. E questo vale anche nell'economia», ha detto Redmont, «perché pur essendo un paese del G8, in Italia sino a poco tempo fa il business era per il 50% in mano allo Stato. Difficile quindi pensare e agire in maniera autonoma».
Un sforzo che bisognerà compiere al più presto, «anche perchè bisogna prendere atto che la politica non ha più quella forza che aveva un tempo sulla Fiat», ha concluso Boeri.
Lunedì, 25 Ottobre 2010
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concorrenza
Una volta tanto ,ecco uno che parla da imprenditore e non il politichese,esponendosi anche a critiche strumentali-va lodato-Quando Marchionne dice che 6mila operai in Polonia rendono come tutti quelli degli stabilimenti che lavorano per lui in Italia,il messaggio è chiaro:gli stabilimenti Fiat in Italia non reggono la concorrenza con quelli esteri: l’Italia avrebbe il dovere di capirlo,senza speculazioni ideologiche.
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