Economia
Politiche industriali
La locomotiva lascia la Germania
Sull'Handelsblatt, la migrazione dei grandi gruppi per i costi energetici.
Da Berlino
Pierluigi Mennitti
Vengono celebrate come le salvatrici della patria. Sono le industrie tradizionali, quelle che solo qualche anno fa erano considerate il residuo di un’era geologica ormai chiusa, reperti destinati a finire presto nei libri di archeologia industriale. Fabbriche di automobili e di macchinari, acciaierie: old economy, figlie di un modello industriale al tramonto. Il nuovo era rappresentato dalle aziende Internet, nel meraviglioso mondo digitale, la tanto inseguita new economy: un aggettivo di derivazione anglosassone divideva nettamente il passato di cui sbarazzarsi dal futuro da abbracciare al più presto.
Finché non è arrivata la crisi globale, dura e implacabile, prima finanziaria, poi economica a spazzar via profitti e posti di lavoro. Ed è allora che le vecchie fabbriche hanno tenuto a galla la Germania, hanno continuato a produrre auto e macchinari e a forgiare nel fuoco lastre di acciaio. Una solidità industriale alla quale si è aggrappato il Paese per risalire la china, più in fretta degli altri, come dimostrano i più recenti dati sulla crescita del Pil e sul calo della disoccupazione. La old economy ha salvato la locomotiva d’Europa e le ha permesso di tornare a sbuffare.
Tasse ecologiche insostenibili
Ma anche le favole più belle hanno una fine. Il quotidiano economico Handelsblatt il 4 novembre ha raccontato tutta un’altra storia. Una storia di abbandono e delocalizzazione, una lenta ma inesorabile fuga verso altri lidi: non alla ricerca di operai sottopagati, ma di costi energetici più sopportabili. Gruppi industriali come Thyssen-Krupp, Aurubis, Norsk Hydro, Slg Carbon hanno iniziato una silenziosa marcia oltreconfine, senza far troppo rumore.
Sono imprese ad alta intensità di consumo energetico, per le quali i costi della bolletta sono una parte fondamentale del costo economico. E tra aumento delle tasse ecologiche, condizioni inasprite per l’acquisto dei certificati CO2 e crescita delle quote di fonti energetiche rinnovabili, i costi sono diventati talmente insostenibili da lasciare poche alternative: morire o partire.
La Slg preferisce gli States
«La Germania rischia una deindustrializzazione strisciante», ha lanciato l'allarme l’Handelsblatt, che passa in rassegna i casi più eclatanti. Come quello del gruppo Aurubis, il più grande produttore europeo di rame: «A causa dei costi energetici crescenti», ha rivelato al quotidiano Bernd Drouven, capo del colosso amburghese, «non siamo più interessati a investire in Europa. Le nostre fabbriche consumano grandi quantità di energia e i prezzi qui sono almeno il doppio di quelli al di fuori del nostro continente. In cinque anni i costi sono raddoppiati e la politica energetica tedesca non lascia molte speranze».
Stesso discorso per gli specialisti di grafite della Slg Carbon, che sta ultimando una fabbrica per produrre fibre di carbonio negli Stati Uniti: «Avremmo volentieri realizzato l’investimento in Germania, ma i costi dell’energia sono proibitivi», ha confermato il responsabile Robert Koehler.
E non sono solo le imprese tedesche a varare i nuovi investimenti all’estero, ma anche i consorzi stranieri che negli anni passati hanno fatto della Germania la loro base, attratti da personale altamente qualificato e eccellenti infrastrutture. I norvegesi della Norsk Hydro, per esempio, hanno ridotto di un terzo la capacità produttiva della più grande fabbrica di alluminio tedesca, a Rheinwerk bei Neuss, e stanno prendendo in considerazione l’idea di chiuderla del tutto per aprire stabilimenti in Qatar e Brasile. Anche in questo caso, il problema è il costo dell’energia.
La Thyssen investe 5 milioni in Brasile
«Ci sono però anche altri fattori che spingono le aziende tedesche a lasciare il suolo patrio», ha spiegato l’Handelsblatt. Il gruppo Thyssen-Krupp ha investito 5 milioni di euro in una acciaieria in Brasile per produrre minerale di ferro, una materia prima sempre più richiesta e costosa. E la tendenza pare investire in pieno il settore dell’auto, spinto all’emigrazione dalla voglia di avvicinarsi a mercati più redditizi.
Due simboli dell’auto tedesca fanno da apripista. La Bmw ha ampliato la capacità della sua fabbrica americana di Spartanburg e pianifica lì nuovi investimenti. La Daimler sposterà nel 2014 la produzione della Mercedes di classe C da Sindelfingen, alle porte di Stoccarda, all’estero. «Il ministro dell’Economia Rainer Brüderle si dice allarmato da questi dati», ha concluso il quotidiano anseatico, «e punta tutto sul nuovo piano di politica industriale del governo che sarà presentato a Berlino proprio il 4 novembre».
Giovedì, 04 Novembre 2010
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sicumera UE
Ha ragione alice48,ma se gli Stati UE continueranno con sicumera pretenziosa,a caricare di tributi ,vincoli e divieti le aziende,ed al contempo pretendendo da esse sviluppo e piena occupazione,ci attende rapida povertà.Persino a Cuba,si sono svegliati:licenziano 1 milione di pubblici dipendenti,ed è notizia di questi giorni,stanno aprendo alle imprese e capitale privato.
siamo destinati all'estinzione?
Siccome l'unica cosa che governa il mondo è il mercato e di conseguenza il profitto, se non ci sarà una scoperta rivoluzionaria per l'energia, il mondo diventerà invivibile. Dovremo scegliere tra morire di fame o di inquinamento? Quando avremo avvelenato tutto ciò che è vitale, non potremo mangiarci il denaro.
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