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Economia 

Il ring del G20

La Merkel rimbalza Obama

Stampa tedesca: lo scontro Usa-Germania su politica monetaria.

Articolo completo

Da Berlino
Pierluigi Mennitti

Lo scontro che contrappone Angela Merkel a Barack Obama al G20 in Corea del Sud è forse meno spettacolare, ma assai più gravido di conseguenze di quello che nelle stesse ore vede di fronte George W. Bush e Gerhard Schröder. Quest’ultimo, è in fondo uno sfogo di risentimenti fra due uomini che non ricoprono più ruoli politici attivi (leggi l’articolo). Quello tra Merkel e Obama riguarda invece due potenze mondiali che condividono interessi stragici comuni che vanno al di là del terreno economico.

Berlino: il primato della competitività

L’Handelsblatt ha ricostruito l'11 novembre la vicenda che divide le due sponde dell’Atlantico e che vede Germania e Cina sullo stesso lato della barricata. Il presidente americano avrebbe consegnato ai colleghi del G20 una lettera preparatoria del summit, nella quale si auspica un impegno comune per una ripresa forte, equilibrata e duratura.
L’America, dice Obama, farà la sua parte, limitando il modello del consumo a credito con il quale ha alimentato lo sviluppo fittizio che ha innescato la bolla speculativa all’origine della crisi finanziaria del biennio passato. Allo stesso tempo altri Paesi, e il riferimento a Cina e Germania è evidente, dovranno concedere qualcosa, soprattutto sul piano dei volumi di esportazione.
Immediata la risposta dalla Cancelleria di Berlino: «Prima di imbarcarsi per il vertice di Seoul», ha ricordato l’Handelsblatt, «Angela Merkel ha opposto un chiaro rifiuto alla proposta americana». Il disappunto non è dissimulato dietro le consuete perifrasi diplomatiche: «La cancelliera mette in chiaro», ha ripreso il quotidiano, «che la disuguaglianza nelle relazioni commerciali ha anche a che fare con la capacità competitiva dei prodotti sul mercato e che obiettivi quantificati di riduzione del proprio export non saranno neppure presi in considerazione dalla Germania. Così come misure quali corridoi di destinazione o vantaggi per particolari flussi commerciali».
Nessuna misura, insomma, che possa alterare gli equilibri stabiliti dalla competizione del mercato e inficiare, di fatto, il pilastro fondamentale che guida la crescita economica tedesca.

La Merkel: Gli Usa rischiano ancora

Dalla presidenza sudcoreana del G20 sono trapelate indiscrezioni relative a forti contrasti fra le parti, emersi nel corso dei lavori preparatori del summit, con il ministro delle Finanze americano Timothy Geithner che si è scontrato a più riprese soprattutto con la delegazione di Berlino.
«Non è stato trovato ancora alcun compromesso», hanno ammesso i funzionari del governo di Seoul, «le discussioni sono state al contrario molto aspre». Oltre alla questione del contingentamento dell’export di alcuni Paesi, in alto mare restano le posizioni sulle valute, con gli Stati Uniti che accusano i cinesi di mantenere artificialmente basso il valore del renminbi per avvantaggiare le proprie esportazioni.
La Merkel ha invece rilanciato la palla in campo obamiamo, mettendo in guardia gli Usa dal proseguire in una politica monetaria che potrebbe causare nuovi rischi per l’economia: «Nessuno può avere interesse a una nuova bolla speculativa», ha ripreso il quotidiano economico anseatico, «mentre tutti devono poter vedere che, questa volta, la crescita può essere sostenuta e duratura».
Le preoccupazioni sono piuttosto concentrate sulla decisione della Fed, annunciata qualche giorno fa da Ben Bernanke (leggi l'articolo) di immettere 600 miliardi freschi per finanziare l’economia a credito.

L'anomalia del «protezionismo keynesiano»

Tentativi di convincere i tedeschi a porre un freno alle loro esportazioni non sono una novità. Qualche tempo fa ci provò il presidente francese Nicolas Sarkozy, portando la questione anche in sede europea, ma scontrandosi con lo stesso muro che Berlino oppone adesso a Obama.
La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha dato voce a una serie di economisti americani, interpellandoli sulla questione. «La tesi della disuguaglianza nei rapporti commerciali è assai controversa» , ha sostenuto Melvyn Krauss, economista alla Stanford University, «i deficit o i surplus nella bilancia delle partite correnti non sono disuguaglianze che necessitano correzioni. Questa è semplicemente cattiva economia».
Krauss risulta una voce isolata negli Stati Uniti, almeno nel ristretto gruppo che ruota attorno ai circoli economici che concorrono alla strategia della Casa Bianca. Tuttavia le sue parole suonano come una dolce melodia alle orecchie degli intervistatori tedeschi: «La proposta di Obama e Geithner», ha detto l’economista alla Frankfurter, «è una curiosa miscela di protezionismo e pensiero keynesiano, secondo il quale un aumento della domanda interna dovrebbe, per misteriosi percorsi, condurre a una crescita dell’export americano».
Ma il conto non torna. Se il governo tedesco pensasse di finanziare la domanda interna con il debito, i privati sarebbero indotti a risparmiare, preoccupati dalle condizioni delle finanze statali. Le speculazioni sulla disuguaglianza nei rapporti commerciali servono solo agli americani per scaricare l’adeguamento del peso del deficit statunitense sulle spalle dei Paesi in surplus commerciale come Germania, Cina e Giappone. «L’idea della casa Bianca produce dunque l’unico risultato di compattare quei paesi che ne uscirebbero danneggiati», ha concluso l'economista. Che è poi quello che sta accadendo.

Giovedì, 11 Novembre 2010


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Barack Obama e Angela Merkel al margine del G20 di Seoul (Ansa).

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