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Economia 

Scenari

Quattro ruote alla pechinese

Spiegel: la crescita dei produttori di auto cinesi e la sfida dell'elettrico.

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Da Berlino
Pierluigi Mennitti

Agli automobilisti europei sono nomi che ancora dicono poco o niente. Marche come Dongfeng, Faw o Geely turbano invece già i sonni dei costruttori continentali. I loro ricavi crescono anche del 40% l’anno, conquistano quote di mercato mondiali, specialmente negli allettanti mercati emergenti e promettono di sbarcare anche da noi, magari sull’onda delle vetture elettriche, la frontiera futura del trasporto privato.
Sono le case automobilistiche cinesi, alle quali lo Spiegel ha dedicato, il 18 novembre, un ampio servizio nella sezione economica, partendo dalle considerazioni di Martin Winterkorn, il manager della Volskwagen. «Abbiamo l’obiettivo ambizioso di diventare il primo gruppo produttore di auto al mondo», ha dichiarato, «ma per farlo non dobbiamo avere nel mirino solo i giapponesi di Toyota. Nel futuro, dovremo guardarci anche dalla concorrenza dei cinesi».
Qualche mese fa, durante un congresso, Winterkorn aveva lanciato l’allarme: «Sulla produzione di auto elettriche, i cinesi ci hanno gà superato». Appunto, la frontiera del futuro.

Il gruppo Faw, incassi per 23 miliardi di euro

Ma anche per il presente, ha scritto lo Spiegel, è il caso di cominciare a guardare con più rispetto i concorrenti d’Oriente. Sono lontani i tempi del primo tentativo di sbarco europeo, con le versioni copiate di Bmw e Smart schiantatesi miseramente contro il muro dei crash-test.
La lezione è stata digerita e «sebbene le carenze tecniche e di sicurezza tengano ancora i cinesi lontani dai segmenti più alti, la marcia è iniziata». L’ultimo dato disponibile è del 2008: la Cina detiene il 6,2% del mercato mondiale dell’auto. Di anno in anno, stimano gli esperti, questa quota salirà.
La prima tappa è quella di rafforzarsi sul mercato interno, potenzialmente il più grande. Per farlo, le aziende cinesi hanno stretto una serie di joint-venture con partner occidentali. Il consorzio Saic coopera nel settore tecnico con la Volskwagen e la General Motors (leggi la notizia del ritorno a Wall Street) e, secondo voci di insider raccolte dalla Reuters, pianificherebbe l’acquisto di un grosso pacchetto azionario della casa americana che in Germania detiene la Opel.
La Dongfeng, numero due in Cina, collabora con la giapponese Nissan, con il gruppo francese Psa e con la coreana Hyundai. E la Geely, che qualche spazio se lo è già conquistato in Europa nel settore delle piccole auto economiche, ha da poco conquistato la svedese Volvo, acquisendo in un colpo il know how necessario per fabbricare auto più sicure e un canale privilegiato verso i mercati europei e nord americani.
Secondo uno studio del Center of Automotive di Bergisch Gladbach, «il gruppo Faw in otto anni ha moltiplicato i propri incassi da 400 milioni a 23 miliardi di euro, mentre la Dongfeng ha visto raddoppiato il proprio fatturato dal 2006, allargando ormai l’offerta dalle auto ai camion, fino ai motori diesel costruiti in proprio».

Pechino scommette sulla produzione di auto elettriche

I livelli inferiori di tecnologia e sicurezza, lungi dall’essere un freno alla crescita, permettono per il momento prezzi più bassi, che consentono di accrescere le quote di mercato nei Paesi in via di sviluppo, dove la maggioranza degli automobilisti non è in grado di permettersi i costosi modelli occidentali.
Soldi che le case automobilistiche reinvestono in sviluppo e innovazione, riducendo progressivamente il distacco: l’ormai cinese Volvo destina l’8% dei ricavi nello sviluppo dei prodotti, quasi il doppio di quel che fanno le case europee.
Dove invece la competizione è già alla pari, è nel settore delle auto elettriche dove giocano un ruolo decisivo i generosi contributi pubblici del governo di Pechino. La Build Your Dreams, partner della tedesca Daimler, ha messo su ruote la più grande auto di serie che viaggia a corrente, capace di un’autonomia di 100 chilometri.
E il governo cinese, che investe 1 miliardo di euro all’anno per corsi di formazione di elettrotecnica, ha creato un programma di incentivi per l’acquisto di auto elettriche e sta spingendo i gruppi energetici a dispiegare sul territorio una rete di rifornimento adeguata. Obiettivo: arrivare nel prossimo anno alla produzione di 500 mila auto elettriche. Gli aiuti alle imprese sono d’altronde strettamente collegati al raggiungimento di livelli produttivi fissati in anticipo, secondo il modello di capitalismo di Stato che domina il Paese.
E a proposito di motori, sempre lo Spiegel ha dato spazio alla presentazione avvenuta alla fiera dell’aeronautica di Zhuhai del nuovo velivolo C919 da 190 passeggeri, che secondo le aspettative dovrebbe fra qualche anno fare concorrenza all’Airbus 320 e al Boing 737. Prodotto dalla Comac, avrebbe già nel cassetto le prime 100 prenotazioni. Un altro settore nel quale i cinesi dimostrano di aver da tempo spiccato il volo dalle produzioni a basso valore aggiunto.

Giovedì, 18 Novembre 2010


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Catena di montaggio in uno stabilimento Faw in Cina.

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Commenti (1)

agenor 18/nov/2010 | 16:49

rischi italiani
Altro che Pomigliano e diritti sul lavoro,altro che mantenimento di Termini Imerese,con i costi italiani per la Fiat,che produce vetture per lo più di settore utilitario,il rischio è la fine.

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