Economia
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I soldi non fanno la felicità
Financial Times Deutschland: il Pil e un nuovo indicatore di benessere.
da Berlino
Pierluigi Mennitti
Finora, per misurare la felicità delle nazioni si è utilizzata la misura che indica ogni anno la tendenza del Prodotto interno lordo. Un segno più o meno decreta sorrisi o tristezze, premia o boccia l’attività di un governo e la prestazione dell’economia. L’altalena dei dati negli ultimi due anni ha scandito l’umore dei tedeschi: dalla depressione per il -4,7% del 2009 all’euforia per il +3,6% del 2010 il passo è stato, in fondo, piuttosto breve.
Ma il Financial Times Deutschland, dando conto di un lungo dibattito apertosi qualche tempo fra tra gli economisti, si è chiesto se il Pil sia ancora l’indicatore utile a misurare la felicità di una nazione. «Da tempo gli scenziati hanno criticato il Pil come unico misuratore per determinare lo sviluppo di uno Stato», ha scritto il quotidiano finanziario, «ora pare che anche il governo tedesco abbia deciso di prendere in considerazione questi dubbi».
UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA. Da lunedì 17 gennaio, l’esecutivo di Angela Merkel ha messo in piedi una speciale commissione d’inchiesta che ha il compito di elaborare un diverso concetto di sviluppo. «I critici del Pil sostengono che esso fornisca una rappresentazione deformata dello sviluppo economico», ha proseguito il Financial Times Deutschland portando a esempio il problema delle catastrofi ambientali, espressamente citato nella decisione del Bundestag di avviare la revisione degli indicatori: lo sfruttamento del territorio danneggia di fatto uno Stato, perché aumenta i costi pubblici della sua riqualificazione, pur facendo schizzare in alto il Pil.
Il consumo delle risorse naturali e la distruzione dell’ambiente non vengono considerate nel Prodotto interno lordo, ma hanno un riflesso negativo sui conti dello Stato e sulla soddisfazione dei cittadini.
Non solo Pil ma un mix di fattori eterogenei
Riecheggia insomma il vecchio detto popolare che i soldi non fanno la felicità. E, aggiungono alcuni economisti, non determinano neppure il grado di evoluzione di una nazione. Il benessere non è dato solo dal guadagno singolo, ma da tutta una serie di condizioni che il Pil non riesce a misurare: la cultura, l’istruzione, l’assistenza ai bambini o agli anziani, il numero dei computer nelle scuole. «Anche il lavoro nero sfugge al Pil», ha aggiunto il quotidiano, badando più al sodo.
UN NUOVO INDICATORE DI SVILUPPO. Insomma, sarebbe tempo di impegnarsi a individuare un indicatore più ampio per misurare lo stato di una nazione, capace anche di comprendere concetti come benessere e qualità della vita, che assumono una sempre crescente importanza nella percezione della felicità dei cittadini. «Il nostro obiettivo è proprio questo», hanno affermato i componenti della commissione parlamentare, «sviluppare un nuovo indicatore dello sviluppo che, pur basandosi ancora sul Pil, modifichi le categorie finora utilizzate agganciandole a nuovi criteri. Il Pil da solo non basta e fornisce un quadro distorto e incompleto quando si tratta di definire aspetti come benessere e qualità della vita».
LE CONCLUSIONE A FINE LEGISLATURA. Il gruppo di lavoro è costituito da 17 deputati e altrettanti esperti della materia, economisti, sociologi, politologi. Lavoreranno a ritmo continuo per sfornare le conclusioni entro la fine della legislatura, nel 2013. Da loro ci si attendono proposte concrete che verranno ulteriormente discusse: «L’abbandono del Pil come misura principale e la sua sostituzione con un nuovo indicatore», ha commentato il quotidiano finanziario, «sarà quindi un passo successivo».
L'INIZIATIVA DELLA GESAMTMETALL. In Germania la ricerca non parte da zero. Un anno fa, il prestigioso istituto Iniziativa per una nuova economia sociale di mercato (Insm), fondato nel 2000 a Berlino dalla Gesamtmetall, l’associazione degli industriali dei settori metallurgici ed elettronici, aveva commissionato a un gruppo di socio-economisti dell’università di Münster il compito di elaborare un Pil della felicità. Gli studiosi avevano raccolto, attraverso una serie di sondaggi, dati che coprivano di fatto l’intero periodo della riunificazione tedesca, dal 1991 al 2008, dimostrando empiricamente che Pil e felicità non vanno di pari passo: «A fronte di una crescita quasi costante del prodotto interno lordo – scrivevano gli studiosi – il tasso di felicità dei cittadini è rimasto praticamente costante, con addirittura una lieve flessione nelle regioni occidentali».
LE ESPERIENZE INTERNAZIONALI. La Germania, però, non è sola in questa nuova ricerca. Dall’Human Development Index di Amartya Sen all’Happy Life Expectancy di un gruppo di ricerca olandese, dalla decisione del Bhutan di introdurre un suo Pil della felicità alle ricerche promosse da David Cameron e Nicolas Sarkozy, la ricerca di un’alternativa alla dittatura del Pil è a buon punto. Il Financial Times Deutschland, tuttavia, ha raffreddato gli entusiasmi: «Difficile sarà condensare in un unico codice la varietà di dati di cui il nuovo indicatore dovrà tener conto. Al contrario del Pil, i valori che esso dovrà valutare non potranno essere ricondotti a unità».
Martedì, 18 Gennaio 2011
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furbate politiche
l'esercito dei governanti furbi,che andando male le cose,decidono di scaricarsi le responsabilità misurandole cambiando il metro,non si è mai arrestato.Ed altre bizzarrie da accato di voti,ad es.,in Italia,le statistiche ufficiali dicono che vi sono 2.138.000 disoccupati,mentre vi sono 5 milioni di immigrati cui è stato necessario affidare posti di lavoro,perchè di tipo che gli italiani non vogliono più fare,insomma ,posti ne crescono,ma così ai cd disoccupati vengono erogati i più vari sussidi a carico di pantalone,perchè non dichiarano nulla al fisco,e tutti ringraziano i governanti,tanto paga pantalone,o il consumatore ignoto.
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