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Economia 

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Nord Africa nuova frontiera

Tagesspiegel: Dopo le rivolte, l'Ue pensi agli scambi commerciali.

di Pierluigi Mennitti

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da Berlino

«Non basta richiedere agli Stati nordafricani che si stanno liberando dai loro dittatori di rafforzare la democrazia, creare partiti politici moderni e organizzare elezioni regolari. La chiave è piuttosto nell’economia e nella liberalizzazione dei mercati europei, delle merci e degli uomini».
Il suggerimento è arrivato da Annegret Bendiek, studiosa della Stiftung Wissenschaft und Politik, una delle più autorevoli fondazioni di scienza politica di Berlino che si occupa di politica estera, distillando rapporti e analisi capaci di influenzare le politiche del governo tedesco.
In un commento scritto per il Tagesspiegel, la Bendiek ha capovolto il punto di vista prevalente nelle cancellerie europee, offrendo spunti utili al dibattito anche negli altri Paesi dell’Unione.
I DUBBI DELL'EUROPA. Che fare di fronte alle conseguenze delle rivolte che stanno rivoluzionando la geografia politica del Nord Africa? Quali misure può prendere l’Europa, per evitare il ciclico problema dell’emigrazione di giovani forze da quei Paesi?
Finora si è detto: aiutiamo la transizione democratica, facciamo in modo che i popoli di Egitto, Tunisia e, si spera in un prossimo futuro, anche Libia, Algeria e degli altri Stati dell’area mediterranea e medio-orientale possano costruire e vivere istituzioni rappresentative capaci di articolare maggioranze e opposizioni in un corretto processo politico.
«Questo è necessario», ha scritto la politologa, «ma non è sufficiente, da un lato perché è sempre difficile calare la democrazia dall’alto, senza che un reale processo dal basso accompagni la formazione e la condivisione di nuove istituzioni, dall’altro perché ogni forzatura da parte europea viene facilmente strumentalizzata come un nuovo tentativo di colonizzazione e di esportazione dei propri valori, una sorta di paternalismo».

Bendiek: «L’Europa deve ribaltare la propria politica commerciale»

Le rivolte popolari sono una cosa, ha ricordato la Bendiek, la realizzazione razionale di meccanismi democratici un’altra. Il dibattito in corso fra i governi europei rischia di impantanarsi nella definizione di una politica di vicinato legata soltanto all’individuazione di più strette condizioni politiche cui condizionare gli aiuti economici.
«Se l’Unione vuole davvero affrontare il problema delle emigrazioni, dei profughi e della fuga delle giovani generazioni dal Nord Africa», ha proseguito la studiosa nel commento sul Tagesspiegel, «è obbligatorio passare da una politica di condizionamento a quella di liberalizzazione: i mercati europei devono diventare completamente aperti ai beni provenienti da quelle regioni, così come il mercato del lavoro dell’intera Unione Europea deve essere considerato parte integrante di una nuova e interdisciplinare politica europea per l’immigrazione e per i rifugiati. Solo così sarà possibile affrontare concretamente, e a lungo termine, il problema della disoccupazione giovanile, che è il principale carburante delle rivolte popolari che stiamo osservando».
NUOVA FRONTIERA ECONOMICA. Sul piano teorico si tratterebbe di realizzare la maggiore integrazione possibile fra i mercati interni dell’Unione Europea e del Nord Africa. «Di fatto», ha osservato la Bendiek, «l’Europa deve ribaltare la propria politica commerciale, passando dagli attuali piani di azione bilaterale a un progetto comune complessivo e, soprattutto, abbandonando la tendenza finora seguita a nascondersi dietro un muro doganale che rende difficile la penetrazione dei prodotti dai mercati della sponda sud del Mediterraneo. Questo è avvenuto in particolare nel settore agroalimentare, con grave danno per le economie di quei paesi». Anche istituzioni governative come l’Unione per il Mediterraneo hanno scarso potere di azione nei confronti degli Stati vicini, di fronte al comportamento fortemente protezionistico dell’Unione.
«Anche per quanto riguarda l’apertura del mercato del lavoro», ha concluso il commento del Tagesspiegel, «bisogna uscire dal luogo comune che i migranti accrescano il numero dei disoccupati, considerazione che non è vera neppure in periodo di crisi, come testimoniano i dati dei due anni passati. La politica verso i rifugiati deve orientarsi più decisamente verso le esigenze socio-economiche, che in alcuni Stati dell’Unione possono privilegiare l’arrivo di forze giovani, allentando gli interessi sulla sicurezza che sinora hanno prevalso».

Venerdì, 18 Febbraio 2011


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