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Economia 

Cirenaica merchant bank

Dalle casseforti del raìs alle compagnie di Bengasi.

ESTERI

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Come dirottare i beni congelati della Libyan investment authority (Lia) e della Central bank of Libya (Cbl), le due casseforti del regime di Muammar Gheddafi, e gli investimenti della National oil corporation (Noc) libica sulle nuove istituzioni finanziarie, che sono state costruite a loro immagine e somiglianza a Bengasi, capitale degli insorti dall'esplosione della rivolta.
Ne discuteranno, il 5 maggio, i potenti del mondo, riuniti a Roma per il gruppo di contatto sulla Libia.
IL VERTICE DI ROMA SUL PIANO ONU. Nella capitale, dove sono al lavoro anche i vertici miliari degli Stati dell'Ue per organizzare la missione Eufor Libya, i ministri degli Esteri della comunità internazionale, i rappresentanti della Lega Araba e il segretario di Stato americano Hillary Clinton hanno fissato una riunione per esaminare un «piano di riconciliazione, coordinato dall’Onu, e che prevede il cessate il fuoco e l'apertura di un corridoio umanitario».

Le nuove Central bank e Oil company di Bengasi

I canali per far arrivare aiuti economici ai ribelli saranno le neo-costituite, Central bank of Bengasi e la Libyan oil company, finora scatole vuote fondate, lo scorso 19 marzo dal Consiglio nazionale di transizione (cnt), in alternativa futura alla Cbl e alla Noc.
HSBC, IL FORZIERE DELLE LIBIA. Quanto alla Lia, l'autorità arrivata a veicolare fino a 70 miliardi di dollari di fondi sovrani libici in investimenti internazionali (tra cui le quote rilevate nelle italiane di Unicredit, Finmeccanica ed Eni), in Gran Bretagna i suoi asset congelati sono in gran parte custoditi nei forzieri della Hsbc, maggiore istituto di credito inglese e sesto gruppo bancario al mondo.
E non è un caso se, alla fine di aprile, un team di alti funzionari del colosso finanziario custode degli enormi introiti di Gheddafi dal petrolio (circa 37 miliardi di dollari) riposti nel Regno Unito, è sceso in Cirenaica per prendere contatti con la nuova Central bank.
FRANCESI IN MISSIONE SEGRETA. Un paio di settimane prima, il 13 aprile, un airbus della Difesa era decollato alla volta di Bengasi dallo scalo militare di Parigi, classificato come «volo umanitario del governo francese» e con a bordo, oltre al personale ospedaliero e ai medicinali, una ventina di manager di colossi petroliferi e industriali d'Oltralpe, in missione segreta per stringere contatti e contratti con i rappresentanti del Cnt e con i dirigenti nominati ai vertici delle nuove istituzioni.

Gli investimenti del post conflitto

 

Perché è chiaro che gli scambi in ponte per sostenere i ribelli nella guerra civile con il Colonnello, sono solo l'antipasto dei rapporti commerciali e degli investimenti strategici che potranno decollare dopo la fine del conflitto, approfittando della ricostruzione.
Finora si è parlato di una vendita di petrolio in cambio di aiuti e anche di un parziale scongelamento dei beni bloccati l'8 marzo 2011, in seguito alle misure Onu, da reindirizzare al Consiglio di transizione.
IL PRESSING DI UNICREDIT ED ENI. Tra gli almeno 120 miliardi di dollari sottoposti alle sanzioni internazionali, in Italia sono stati stimati rientrare circa 7 miliardi e i gruppi nazionali maggiormente interessati dalle partecipazioni libiche (Unicredit il 7,5%, Finmeccanica 2% ed Eni 1%) hanno fatto anch'essi pressioni per convogliare una porzione dei beni verso Bengasi.
Ma è pacifico che, rispetto agli assetti strategici precedenti al conflitto, all'Italia toccheranno solo le briciole degli affari in cantiere. Durante la visita del presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil e di altri emissari degli insorti a Roma, Unicredit ed Eni hanno già discusso di possibili licenze da attivare in Cirenaica.
TOTAL E BP IN AVANSCOPERTA. Ma con la scelta di schierarsi, da subito, dalla parte dei ribelli, Nicolas Sarkozy e il suo drappello di grandi investitori, tra i quali la multinazionale petrolifera della Total, si sono assicurati un posto al sole. Ma anche l'inglese British petroleum (Bp), in virtù dell'interventismo di David Cameron, si è posizionata in prima linea per scalzare l'Eni dal predominio energetico in Libia.
ITALIA, FANALINO DI CODA. Durante il regime della National oil corporation il cane a sei zampe, pagando nel 2007 un miliardo di dollari, si era accaparrata concessioni fino al 2042, seguìta dalla tedesca Wintershall. Se, al posto della compagnia nazionale, il meccanismo entrerà in vigore il meccanismo della Libyan oil company, il bello e il cattivo tempo lo faranno gli inglesi e dei francesi.
Nel nuovo risiko energetico costruito a tavolino dagli alleati in terra di Cirenaica, l'Italia sarà il fanalino di coda, seguìta dal blocco dei Paesi (Germania, Cina, Russia e Turchia) che hanno detto no alle bombe dei volenterosi.

Mercoledì, 04 Maggio 2011 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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La bandiera della Cirenaica appesa in un ufficio del quartiere commerciale di Bengasi.

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