John Elkann, il rampollo in fuga dall'Italia

Dietro l'operazione Itedi-Espresso, la volontà di Elkann di allontanarsi dall'Italia. Per potenziare gli investimenti all'estero. E dopo La Stampa toccherà alla Fiat.

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04 Marzo 2016

È nato a New York. L’hanno svezzato tra la Gran Bretagna e il Brasile. Ha fatto le scuole a Parigi.
Certo, si è laureato a Torino, ma subito il cursus honorum imposto dalla famiglia l’ha visto fare l’operaio a Birmingham, l’addetto alla linea di produzione di Tichy e il venditore d’auto a Lille.
Se suo nonno, l’Avvocato, non l’avesse nominato erede dell’impero, John Elkann non se ne starebbe nella casa di famiglia sulla collina di Villar Perosa.  

Elkann è sempre più lontano da Torino. E dall’Italia  

John Elkann, presidente di Exor.

(© Ansa) John Elkann, presidente di Exor.

Da cosmopolita e poliglotta, forse vivrebbe nell’amata Parigi, dove scappa appena può, oppure nell’Estremo Oriente che, come disse Luca Cordero di Montezemolo, è per lui quello che gli Stati Uniti erano per il nonno. Una seconda casa.
Proprio per questo le scelte di “diluire” i giornali in capo alla Fiat (La Stampa e Il Secolo XIX) nel gruppo Espresso e di uscire dal Corriere della Sera vengono viste come un ulteriore allentamento della catena che tiene legata il giovane Elkann a Torino e all’Italia.  
LO SMACCO DEL CORRIERE. Un vecchio manager della Fiat molto vicino all'Avvocato vede nell’operazione Itedi–Espresso «una fuga dall’Italia, la fuga di un ragazzo che ha sempre visto Torino come il luogo delle vacanze dove andare a trovare i nonni». E che in quest’ottica non si è fatto problemi a chiudere l’affare con l’ingegnere Carlo De Benedetti, rispettato ma non certo amato dal ramo vincente degli Agnelli.
In questo più simile allo zio Umberto che al nonno Gianni, Jaki si muove come un investitore e non come un industriale. E in Italia non vede grande occasioni.
Ha speso quasi mezzo miliardo per rafforzarsi in Rcs e ne ha ottenuto soltanto perdite e lo sgarbo di non potere neanche nominare il direttore del Corriere della Sera. Come invece faceva l’Avvocato.
GLI INVESTIMENTI DI EXOR. La stessa Fiat, dopo il matrimonio con Chrysler, paga le tasse a Londra e ha sede in Olanda.  
La cassaforte di famiglia, la Exor, di cui Elkann è saldamente presidente, ha investito tanto in giro per il mondo.
Accanto al 26,3% di Fca, ci sono la Juventus e la Ferrari, con una quota del 23,5%.
La famiglia ha imposto a Sergio Marchionne uno spin off che il mercato non ha gradito. L’ex Iveco è finita fuori dal perimetro di Fiat e direttamente in capo alla dinastia di Villar Perosa, anche se con camion e macchine industriali (sotto il cappello societario di Cnh) si fanno soldi soprattutto in America.
TRA IMMOBILIARE, FINANZA ED EDITORIA. Per il resto Exor ha comprato partecipazioni nell’immobiliare (l’americana Cushman & Wakefield, che rivenduta ha fatto incassare 722 milioni di dollari, e l’anglofrancese Almacantar), nella finanza (Banca Leonardo che è attiva soprattutto a Parigi), nel riassicuratore Usa PartnerRe.
Nell’editoria si è portata al 40% dell’Economist e sopra il 17 del gruppo media transalpino Banijay.
Perché a Jaki i giornali interessano. Purché siano stranieri.
Quelli italiani, invece, li ha “affidati” a De Benedetti. 

Nel fortino di Villa Frescot con moglie e figli 

Elkann con la moglie Lavinia Borromeo.

(© GettyImages) Elkann con la moglie Lavinia Borromeo.

Lo stesso manager vicino a Gianni Agnelli ammette che, «conoscendolo, anche l’Avvocato avrebbe venduto La Stampa, se conveniva al suo portafogli. Ma c’era comunque un legame con il territorio che lui e il dottore Umberto avevano sempre mantenuto. Con la loro morte soltanto Andrea Agnelli è rimasto stabilmente a Torino».
Anche perché qui ha il grosso dei suoi business: la Juventus, le costruzioni e i campi da golf. 
Jaki vive con la moglie Lavinia Borromeo e i tre figli a Villa Frescot. Con la nascita della piccola Vita Talita la coppia si è fatta vedere sempre meno in città. E trascorre quasi tutti i weekend sulle nevi svizzere.
ORA TOCCA A FIAT. Ma questa non è soltanto una questione di residenze o di luoghi dell’anima. Uscire dal Corriere e dalla Stampa sembra l’ennesimo disimpegno dall’Italia della quarta generazione degli Agnelli.
Resteranno saldamente italiane la Juve, guidata dal cugino Andrea, e la Ferrari (Marchionne avrebbe faticato non poco a frenare le mire dei suoi azionisti su Maserati e Alfa).
Ma il prossimo pezzo che andrà via è la Fiat.
Dalla morte dell’Avvocato tutti i rami della famiglia hanno metabolizzato l’uscita dall’auto. Lo sa bene Marchionne, che ha scalato Chrysler senza chiedere quasi nulla al proprio azionista.
IL GELO CON MARCHIONNE. In quest’ottica, sembrava un ottimo viatico la decisione del manager italo-canadese di far confluire Fca in un gruppo più grande prima della sua uscita, nel 2018.
Ma i corsi di Borsa rendono quest’operazione meno conveniente per gli Agnelli: con il titolo ai minimi un merger non vuole dire soltanto perdere il controllo, ma anche tanti soldi.
Ci sarebbe soprattutto questa circostanza dietro il gelo che si è creato tra Marchionne e gli Elkann. I quali vogliono diluirsi, incassare laute cedole o massimizzare la partecipazione per diversificare i loro investimenti.
Anche perché Jaki Elkann ha dimostrato di aver un fiuto eccezionale per trovare ottime e remunerative occasioni all’estero.

 

Twitter @FrrrrrPacifico

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