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Economia 

Energia

Eni e l'abbraccio russo

Dopo le intese con Gazprom parte il dialogo con Rosneft.

di Ulisse Spinnato Vega

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Un piede in due scarpe. Danzando in uno stretto abbraccio con la Russia senza però far arrabbiare l'Unione europea e soprattutto i sospettosi Usa. L'Eni è appena tornata a produrre petrolio in Libia dopo la fase calda di una guerra che ha ancora una coda velenosa. Da quelle parti il Cane a sei zampe si muove come nell'orto di casa, uno spazio coltivato da oltre 50 anni con una presenza di leadership assoluta e una fornitura per il fabbisogno del nostro Paese che rappresentava, prima del conflitto, oltre un quarto del totale di petrolio e il 12,5% di gas naturale.
Oggi la Cirenaica, regione in cui si trovano i 15 pozzi Eni dell'antico giacimento di Abu-Attifel, è un'area abbastanza sicura per tornare a lavorare in pace. Eppure, malgrado il sospirato rientro in Libia, il colosso energetico italiano continua a puntare lo sguardo soprattutto verso Oriente. Verso il Mar Nero, verso l'Ucraina, forse fino alla piattaforma continentale artica e, comunque, verso la Russia.
Il quadro geo-strategico dello scacchiere euro-asiatico è molto complesso e sempre più tormentato da fattori come la perdurante crisi economica o gli sconvolgimenti politici in corso da mesi, per cui un gigante come Eni non può che muoversi con diverse pedine.

Al lavoro per un'alleanza con Rosneft per il giacimento Val Shatskogo

Voci che arrivano da Mosca dicono, per esempio, che il gruppo guidato da Paolo Scaroni stia lavorando a un accordo con il primo produttore di greggio russo, Rosneft, per lo sviluppo congiunto del giacimento Val Shatskogo (Shatsky Ridge), proprio sul Mar Nero. Le riserve di petrolio dell'area sono stimate in 860milioni di tonnellate.
Piazzale Mattei potrebbe acquisire il 33% del progetto in joint-venture da 32miliardi di dollari e finanziare i lavori iniziali di esplorazione per un ammontare di circa 1 miliardo. L'estate scorsa Rosneft aveva siglato un'intesa con la statunitense Chevron, che però poi si era chiamata fuori dall'affare. E successivamente era sfumata anche la candidatura dei francesi di Total, che nel frattempo stanno cercando di togliere terreno all'Eni in Libia.
Non è chiaro se il progetto, che avrebbe base nella città costiera di Tuapse, coinvolgerà anche l'americana ExxonMobil. Ma quali sarebbero i vantaggi di una nuova avventura sul Mar Nero per il Cane a sei zampe? E i russi cosa chiedono in cambio? Interpellata a Lettera43.it su questo caso, Eni ha preferito non rispondere.
UN'OCCASIONE PER CRESCERE IN RUSSIA. L'intesa con Rosneft può aprire a Eni la strada a qualche altra grossa iniziativa in Russia, dato che tutto, da quelle parti, passa attraverso la stessa Rosneft o Gazprom e le sue controllate.
L'operazione potrebbe trasformarsi in un ulteriore biglietto di presentazione per il colosso energetico italiano, che dovrebbe mostrare a Mosca i livelli di know-how tecnologico raggiunti per nuovi e più redditizi metodi di sfruttamento del giacimento.
«D'altronde per Eni quella tecnologica è la parte più profittevole del business», dice a Lettera43.it Marzio Galeotti, ordinario di Economia dell’ambiente e dell’energia presso la Statale di Milano. Quindi, il professore, che è anche research director dello Iefe (Centro di ricerca sull’economia e politica dell’energia e dell’ambiente ) dell'Università Bocconi, aggiunge: «Non si tratta solo di avere il controllo parziale o totale sulle risorse, ma si tratta di candidarsi poi alla parte tecnologica dell'affare».
LA LIBIA COME “MONETA DI SCAMBIO”. In cambio, Eni potrebbe aprire a Rosneft proprio il cancello dell'orto di casa, lasciando che i russi entrino in uno dei tanti golosi asset che il gigante italiano detiene in Libia.
Era circolata voce che pure Rosneft fosse interessata all'enorme giacimento “Elephant”, nella zona del Fezzan, a 800 chilometri da Tripoli. Ma fonti vicine al progetto confermano a Lettera43.it che Rosneft non avrebbe intenzione di dar fastidio a Gazprom, titolare di una prelazione, attraverso la controllata GazpromNeft, per acquisire entro due anni il 33% di “Elephant” (ossia metà della quota Eni) alla cifra di 163milioni di dollari.
L'accordo Eni-Gazprom era stato siglato in febbraio e poi congelato per il conflitto libico, però adesso le due multinazionali hanno ribadito di voler portare a compimento l'operazione. D'altronde il Cane a sei zampe ha molte altre opportunità da offrire in Libia, mentre a Rosneft interessa soprattutto rompere un tabù ed entrare nell'importante mercato africano.
UNA CONTROPARTITA TROPPO GENEROSA. Ma qualche osservatore fa notare come l'apertura dello scacchiere energetico libico ai russi (che non hanno mai lavorato nell'area negli ultimi 30 anni) sia una contropartita troppo grossa rispetto al valore del progetto nel Mar Nero, che peraltro presenta varie incognite e un certo grado di rischiosità economica.
D'altra parte, però, è possibile che il Val Shatsky sia considerato da Eni alla stregua di un trampolino verso la piattaforma continentale artica. E pare che si stia discutendo di un consorzio assieme a ExxonMobil per la valorizzazione dell’Artico in partnership strategica con la Russia. Dal Cane a sei zampe non arrivano né conferme né smentite e questo significa già molto. Denis Borisov, analista della Bank of Moscow, tira le somme: «Si tratta di un venture project dal futuro incerto, anche se per Eni potrebbe essere il biglietto d'ingresso nell'industria petrolifera russa».
EUROPA PERPLESSA E USA CONTRARI. D'altra parte l'alleanza sempre più stretta con Gazprom e lo sdoganamento dei russi in Libia, attraverso l'operazione su “Elephant”, incontra le forti perplessità europee e la netta contrarietà degli Usa. Washington da tempo avversa l'affare e teme che in definitiva Eni consentirà a Mosca di assediare a tenaglia l'Europa partendo da Sud oltre che da Est. Dopotutto, è in gioco la diversificazione e dunque una certa quota di indipendenza energetica dell'Ue e dell'Italia stessa, un tema delicatissimo se si considera che il Vecchio Continente assorbe già quasi un terzo del suo fabbisogno da Gazprom.
SOUTH STREAM: SPAZIO A EDF E WINTERSHALL. Peraltro gli Stati Uniti hanno da tempo un diavolo per capello a causa di un altro dossier: quello del nascituro gasdotto South Stream. In questo caso Piazzale Mattei ha deciso di utilizzare una certa dose di diplomazia industriale e ha pensato bene di rabbonire almeno l'Unione europea consentendo alla francese Edf e alla tedesca Wintershall (gruppo Basf) di entrare nell'affare con una quota del 15% ciascuno. Il Cane a sei zampe è sceso così al 20%, mentre Gazprom mantiene il suo 50%.
Il grande impianto che porterà il gas russo in Europa, tagliando fuori l'Ucraina, diventa dunque un affare meno italo-russo e più “europeo”, nella speranza che sia più agevolmente finanziato e meglio digerito politicamente dall'Ue, nel frattempo impegnata sul concorrente Nabucco, da costruire nel periodo 2013-2017, proprio per affrancarsi dal giogo russo. Scaroni si augura in tal modo di tranquillizzare un po' pure gli Stati Uniti e punta a un iter autorizzativo più svelto.

La realizzazione di South Stream potrebbe costare 20 miliardi di euro

Intanto, però, c'è da fare i conti con le incognite economiche e di redditività dell'infrastruttura: il solo tratto sottomarino del South Stream (900 chilometri nel Mar Nero) potrebbe costare 10 miliardi di dollari e poi ce ne vogliono altrettanti per la parte terrestre portando il costo totale ad almeno 20 miliardi.
Dunque la decisione definitiva sull'investimento arriverà solo nella seconda metà del 2012, dopo il progetto di fattibilità. A quel punto si sceglierà un advisor che preparerà tutti i documenti per mettere in piedi un pool di banche finanziatrici.
ULTIMO BOND MENO ATTRAENTE DEI BTP. L'investimento richiederà comunque un forte impegno al gigante italiano se si pensa che nei primi sei mesi dell'anno in corso le attività operative dell'Eni hanno generato un cash flow di 8,5miliardi di euro e le attività di investimento hanno assorbito risorse per 6,5miliardi.
Inoltre, la corsa dei Btp, con rendimenti e spread alti dopo il declassamento dell'Italia da parte di Standard&Poor's, sta rendendo il collocamento da parte di Piazzale Mattei del bond retail da un miliardo (estendibile a due), in offerta fino al 4 ottobre, un po' meno facile del previsto. Infatti, pur tenendo presente il rendimento più alto prospettato, pari a 280 punti base sopra il tasso midswap a 6 anni, si arriva oggi a una cedola di circa il 5% lordo, dunque inferiore a quella del Btp.
«La mia impressione», osserva Galeotti, «è che la mossa di far entrare francesi e tedeschi in South Stream sia dettata soprattutto da principi di gestione economica, di diversificazione del rischio. Andare a fare questa roba da soli con Gazprom significava accollarsi una dose di rischio troppo alta per Eni».
Anche perché è vero che il South Stream si approvvigiona in Russia, mentre il Nabucco porterà gas dal Caspio e, dunque, in linea di principio non sono in competizione come più volte ha sostenuto Paolo Scaroni. Ttuttavia, osserva Galeotti, «credo che ci sia una certa concorrenza. Il progetto richiede quantità enormi di capitali e poi, una volta in attività, deve avere il gas da trasportare», aggiunge l'esperto di energia, «ossia Paesi che te lo danno e dall'altra parte un fabbisogno, una domanda importante. Va considerato che la crisi internazionale si sta prolungando, quindi i consumi potrebbero diminuire».
EFFETTO ATOMO SULLA DOMANDA DI GAS. L'abbandono del nucleare da parte di alcuni paesi, allo stesso tempo, potrebbe rappresentare una condizione favorevole per questa operazione. «La Germania», sottolinea Galeotti, «che ha rinunciato al nucleare, avrà bisogno di più idrocarburi, almeno nel breve e medio termine».
E poi aggiunge: «Senza considerare che anche in Francia c'è un certo ripensamento sull'atomo: ecco perché Edf entra in South Stream, per diversificare. In ogni caso, tutto il quadro geopolitico dell'area sta cambiando rapidamente con la potenza crescente della Turchia, i rapporti sempre più stretti di Ankara con l'Egitto e le tensioni con Israele e Cipro».

Superate le controversie sul finanziamento del progetto Severenergija

Intanto Scaroni cerca da tempo di convincere gli Usa che South Stream non dà fastidio al Nabucco e che, in fondo, l'ingresso di Gazprom in Libia riguarda al momento solo il petrolio e non il gas.
D'altronde l'abbraccio russo sembra sempre più caloroso per Eni, malgrado qualche antica ruggine tra lo stesso Scaroni e il colosso energetico del Cremlino. Qualche giorno fa Gazprom e Severenergija (51% alla Yamal Development, cui partecipano pariteticamente Novatek e GazpromNeft, 30% Eni e 19% Enel) hanno siglato un contratto con il quale Gazprom si impegna ad acquistare il gas prodotto da Severenergija. L'estrazione di gas da parte di questa società è stata più volte rinviata per colpa delle discussioni tra gli azionisti sugli schemi di finanziamento del progetto. E infatti nel 2010 Gazprom ha venduto le sue quote alla joint-venture creata da Gazpromneft e da Novatek.
SI STUDIA ACCORDO CON NAFTOGAZ. Intanto Eni guarda anche all'Ucraina e si prepara a un probabile accordo con Naftogaz, assieme alla stessa Gazprom, Total, Hulliburton e ExxonMobil, per i giacimenti offshore, per quelli recentemente scoperti nella zona di Iuzov e per le risorse minerarie dell'Ucraina occidentale.
La Russia di Vladimir Putin, tuttavia, resta sempre il partner strategicamente più importante: d'altro canto l'accordo Eni-Gazprom del 2006 ha consentito al Cane a sei zampe di fare il suo ingresso nell'upstream russo e Gazprom ha invece imboccato la porta del mercato italiano del gas. Il volume delle vendite dirette entro il 2010 avrebbe dovuto raggiungere la media di 3miliardi di metri cubi annui, ma oggi i volumi restano inferiori.
LA DIPENDENZA ITALIANA AL 85%. Scaroni, comunque, deve muoversi su un crinale diplomatico stretto. E Galeotti sintetizza bene: «L'amministratore delegato andrà avanti per la sua strada di relazioni privilegiate con Gazprom cercando al tempo stesso di tenere buoni gli Usa. D'altronde l'Italia ha una posizione unica in Europa dal punto di vista del fabbisogno, con una dipendenza dell'84-85%». In altre parole: non c'è da fare gli schizzinosi e non si guarda in faccia nessuno. E infatti Piazzale Mattei non si è tirato indietro quando, in passato, si è trattato di pestare i piedi proprio a Gazprom per qualche contratto succulento, come la fornitura di gas alla Croazia a partire dal 2011. L'analista russo Valery Nesterov disse preoccupato: «I Paesi europei hanno iniziato a sganciarsi da Gazprom, vogliono rimpiazzare il gas russo». E il timore è che altri seguano l'esempio di Zagabria.
Le incognite sul futuro, invece, si legano inevitabilmente ai destini politici dei due grandi amici: Putin e Silvio Berlusconi. Ma Galeotti non vede grossi stravolgimenti in vista: «I cambi di regime non hanno mai messo in discussione i contratti. Nel settore vige il pragmatismo e la realpolitik. Un'eventuale uscita di scena del nostro premier non muterebbe granché i rapporti industriali tra i due colossi».

Sabato, 01 Ottobre 2011


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