Economia
AZIENDE
Lavorare è un'impresa
Licenziamenti facili: non basta la flessibilità per creare occupazione.
di Ulisse Spinnato Vega
Licenziare più facilmente? Solo per favorire le imprese che poi vogliono assumere nuovo personale, magari giovani e donne. È rassicurante il messaggio che il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, vuole far passare all'indomani della diffusione dei contenuti della lettera inviata dal governo all'Unione europea.
Ma è con una maggiore flessibilità in uscita che si dà una sveglia al mercato del lavoro e alla crescita? Quanto può giovare, realmente, alle aziende? Ha senso affrontare questo tema senza porsi il problema più ampio della mobilità sociale che non c'è, di un'indennità universale di disoccupazione e di un welfare attivo che accompagni con la formazione continua il lavoratore verso una nuova collocazione?
SOLO UN POLVERONE STRUMENTALE. Francesco Rotondi, avvocato, socio fondatore di LabLaw ed esperto di diritto del lavoro, ha parlato a Lettera43.it di «polverone strumentale che si è alzato su una formulazione priva di contenuti e che comunque non lede diritti e tutele dei lavoratori».
Rotondi è quindi entrato nel merito: «La dichiarazione dà allo Stato una responsabilità in più, perché il tema vero è quello del controllo, non l'erogazione degli ammortizzatori: gli organi preposti devono essere in grado di verificare se effettivamente quella data società che vuole licenziare è in crisi.
LA VERIFICA DELLO STATO DI CRISI. Se lo è, allora l'idea è quella di limare i paletti del licenziamento ordinario individuale o collettivo per giustificato motivo, poiché un'azienda in difficoltà conclamata», ha proseguito Rotondi, «non va equiparata a una che licenzia pur essendo “in bonis”». Secondo il giuslavorista ci vuole qualcuno che controlli se sussiste davvero lo stato di crisi e qualcuno che verifichi se il percorso avviato dal datore gli consenta di restare sul mercato.
E se i problemi dell'impresa sono reali, l'azienda deve poter licenziare senza andare incontro agli schiaffi del giudice, ha spiegato in sostanza il socio fondatore di LabLaw che ha aggiunto: «Il tema da sempre non è l'articolo 18, ma la riforma complessiva del mercato lavoro. La formazione è un capitolo enorme. Ma chi la verifica? Tutti si preoccupano dell'assegno al lavoratore messo a riposo, invece bisogna pensare a tenere alta o a modificare eventualmente la sua qualifica».
PRIMA DELLA FLESSIBILITÀ SERVONO REGOLE. C'è poi chi, come Alessandro Belleri, conosce la materia da dentro. È il direttore delle risorse umane di Coca Cola Hbc, una delle maggiori aziende italiane nel settore bevande analcoliche e primo imbottigliatore nella Penisola di prodotti della The Coca Cola Company. «La dichiarazione di principio del governo apre scenari che potrebbero rendere più dinamico il mondo del lavoro», ha osservato. «Ovviamente sarebbe una misura che non basta a risolvere tutto e la flessibilità va sempre accompagnata con le regole, ma un provvedimento sull'articolo 18 potrebbe dare un impulso interessante».
Alla ricerca di strumenti efficaci per incentivare i lavoratori
Dunque la libertà di licenziare per difficoltà aziendali può davvero servire a risollevare le sorti delle imprese? Belleri ha voluto precisare: «Noi qui abbiamo pochissimi atipici, generalmente optiamo per rapporti di lavoro permanenti. Ad esempio, il nostro settore vendite, 1.500 persone, di fatto è composto totalmente da contratti a tempo indeterminato».
Il manager ha mostrato poi interesse per l'evoluzione del contratto di apprendistato: «Si tratta di uno strumento di ingresso valido e lo abbiamo utilizzato parecchio negli ultimi due anni. Per il resto, tuttavia, ricorriamo ai tempi determinati solo in situazioni come le sostituzioni».
GESTIRE PERFORMANCE E MERITO. Secondo Belleri, poi, il tema di cui invece non si parla ma che andrebbe affrontato è quello della performance e della gestione del merito. «Non è solo un problema delle pubbliche amministrazioni: le regole del mercato del lavoro e le tendenze giurisprudenziali non prevedono strumenti o interventi efficaci per incentivare quelli bravi e disincentivare chi lavora male».
Vincenzo Scudiere è segretario confederale della Cgil. Viene dalla trincea industriale di Torino e conosce bene le trasformazioni della manifattura italiana: «Si fa finta di guardare una parte e non si guarda il tutto. Qui non siamo in Scandinavia o in Germania, dove puoi avere i licenziamenti più facili perché esiste un sistema di tutele forti. La libertà di mandar via il lavoratore ci fa tornare indietro di 30 anni e non risolve affatto la crisi».
IL SINDACALISTA: UN NUOVO ATTACCO AI DEBOLI. Il sindacalista ha poi attaccato il governo: «L'obiettivo dichiarato di far largo ai giovani è un bluff. Si tratta di un nuovo attacco ai più deboli. Oggi abbiamo 750mila persone in cassa integrazione. Con un provvedimento del genere non ci sarebbe ricambio di manodopera».
Quindi Scudiere ha rigettato le accuse di integralismo conservatore: «Sono loro che fanno dell'articolo 18 un problema ideologico. Oggi questo istituto viene usato con parsimonia perché, per fortuna, i licenziamenti individuali ingiusti sono pochi rispetto a quelli collettivi per crisi o ristrutturazioni. Dunque, è il governo che sbaglia bersaglio e si scaglia a testa bassa contro una norma che in realtà ha un peso marginale».
ARGOMENTI PER FRONTEGGIARE LA RECESSIONE. Ciò accade, secondo l'esponente del sindacato di Corso Italia, perché «non hanno altri argomenti per fronteggiare la recessione». Scudiere poi conclude: «Fanno propaganda anche quando dicono che vogliono limitare le forme parasubordinate. È solo un modo per tirare a campare qualche altro mese e arrivare fino alla campagna elettorale».
Venerdì, 28 Ottobre 2011
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GIORNALISMO DI DESTRA??
“Con Berlusconi – affermava Montanelli - la parola “Destra” diventerà impronunciabile per almeno 50 anni, per ragioni di decenza”
Potrà mai esistere, in qualche improbabile e sperduto luogo dell’infinito universo, una verità di destra opposta, contrapposta e contraria ad un’altra, di segno contrario? In un universo civile, sarebbe inimmaginabile ma, in un paese come il nostro, dove il relativismo etico è pratica relazionale e, il buon senso, una dannazione, assolutamente si!
Può dunque, questo stuolo di figuri, asserviti e alla mercé di un impostore nano, rappresentare la destra europea (liberista liberale libertaria e progressista) e i suoi valori, sulla base di una democrazia trasfigurata in stalinismo che, alla libera concorrenza, predilige le consorterie, le logge e le corporazioni? Una società a delinquere di stampo mafioso che, per consolidare privilegi, impunità e potere, ha condotto l’Italia e gli italiani dentro un abisso senza fine!
Per tanto, la domanda che mi pongo e alla quale non possiamo sottrarci, è questa: “Se alla direzione di Libero (diversamente da Belpietro), ci fosse stato un bambino deficiente affetto da cretinismo cronico, possiamo noi, con assoluta certezza affermare che, in tutta libertà e autonomia, avrebbe condiviso o lui stesso concepito, l’ignobile titolone, “Silvio come Amanda”, paragonando la Knox al Premier Berlusconi, vittima della giustizia, vessato dai processi e dalle inchieste? La risposta è, NO!!! Nessun mentecatto al mondo (per definizione) sarebbe mai arrivato a produrre una tale conclusione, con la sola eccezione di quei soggetti che, oltre ad accusare tali patologie, sono inclini alla sudditanza più becera.
E non posso inoltre sottrarmi dal severo giudizio critico che, in maniera stridente, salta subito all’occhio, fra il significato etimologico dell’aggettivo “LIBERO” (non soggetto a padrone o a qualsiasi forma di dominio, di costrizione autoritaria e limitazione sia sul piano morale, sociale e politico), e il contrasto logico dei titoloni demenziali ad esclusivo beneficio di un Capo banda nano.
Maurizio Belpietro, insignito “ad honoris causa” della carica di direttore, farebbe la sua porca figura se, diversamente dall’incaponirsi a scrivere articoli sui giornali, si occupasse di venderli, in qualche pittoresca edicola lungo i navigli, nella più credibile e consona veste di giornalaio a sua insaputa.
Queste prestigiose firme dalla tagliente penna che, in maniera autoreferenziale, si definiscono giornalisti di destra (povero Montanelli!), non sono che rotoli di carta “poco igienica” che, il potere, usa per pulirsi il culo e poi, scaricare all’interno di uno scivolo sotterraneo fino a quel luogo/non luogo (la fogna) da cui, all’origine, sono venuti e, in seguito, risaliti fino a noi, attraverso lo scarico del cesso!
Benché io possegga una memoria di ferro, non ricordo mai di essere incappato – lungo il cammino della mia vita - in individui a tal punto miserabili e ottusi, che sarebbe solo stato possibile incontrare fra i fetidi miasmi di una cloaca, intenti a spalare merda.
La razza dei Belpietro, dei Feltri, dei Sallusti e dei Ferrara (e credetemi, provo disgusto al solo pronunciare il loro stupidi cognomi), rappresenta l’archetipo di quegli individui che, nel tempo, hanno contribuito alla nascita di dittature come il fascismo e nazismo: gli irresponsabili ad oltranza. La frustrazione relativa, alla loro pochezza intellettuale (risultato di un’ipocrisia conclamata e coltivata, che solo nel servilismo attenua il suo disagio esistenziale), li ha condotti ad asservire un potere nel quale si riconoscono per elementi di grettezza, mistificazione, ipocrisia e codardia. Non è da sottovalutare, inoltre, la comunanza ad una particolare ripugnanza fisica, relativa a canoni estetici di singolare e generalizzata bruttezza e, in alcuni casi, resa ancor più evidente da un pacchiano provincialismo mai rimosso che, in quell’insopportabile inflessione dialettale padana (marchio di fabbrica), tradisce la sua natura volgare, opportunista e di subalternità.
La loro congenita predisposizione all’obbedienza poi, li qualifica per quello che sono: figure sbiadite, prive di qualsiasi potenziale umano e culturale; esseri vuoti, vacui e senza contenuti che, solo nella sudditanza, trovano uno spazio conforme alla loro indole opportunista, che tracima di astio e di rancore.
I concetti di intelligenza, buon senso, onestà intellettuale, equità, non appartengono al loro “bigino” mentale ritenendoli, i medesimi, dei veri e propri impedimenti etici, morali e deontologici. Questi signori, proprio in ragione di tali storture, non sono mai stati e non lo saranno mai, ne dei giornalisti ne dei direttori di giornale, e presto, l’oblio, cancellerà ogni traccia della loro insulsa carriera.
Tali indegni comportamenti ricadranno sui loro figli (sempre che ne abbiano), che mi auguro siano in grado di dare alla parola “LIBERTA’” il suo autentico significato e giudicare autonomamente l’operato dei padri al servizio di Silvio Berlusconi.
Ringraziando il cielo, le nuove generazioni non sono, ancora, il frutto di una selezione eugenetica o della clonazione, e c’è ancora da sperare che da un padre ottuso nascano dei figli consapevoli e da un criminale, degli individui sani e rispettosi delle leggi.
E’ per tanto sconcertante, il comportamento, di questi elementi di quart’ordine, che ogni giorno, annaspano nella spazzatura per rendere più appetibile la loro opera di mistificazione.
Questi quotidiani, mi ricordano quelle riviste di pettegolezzo degli anni 70, come “Ora, Visto, Cronaca Vera” ed altri (di cui non ricordo il nome), che improntavano il loro bieco commercio, sui titoloni altisonanti e improbabili scoup. Così appaiono sempre più simili ad una discarica metropolitana, dove le flatulenze populistiche e intimidatorie, si prefiggono di intorbidire sull’onda di una emozione indotta, una fetta di cittadini vuoti, predisposti e, naturalmente inclini, al qualunquismo, alla retorica e alla contraffazione della realtà.
I malati patologici di berlusconismo ad oltranza, sono proprio loro che, al sano pluralismo democratico di un partito (che si ritenga tale) e a un contraddittorio costruttivo e leale, hanno anteposto la dittatura e la volontà del Capo, mortificando la dignità personale, ogni buon senso e ragionevolezza. Rappresentano quella parte amorfa della società che non manifesta mai per i diritti umani e civili - che non si occupa e preoccupa di un disastro ambientale che sta oscurando il futuro dei nostri figli e nipoti - che non lotta, non partecipa, non converge, non solidarizza, non si dissocia, relegata dentro un limbo gelatinoso di qualunquismo e sottocultura, permeato da logiche di profitto e di potere.
La libertà, deve fare i conti con la dignità che, i soggetti in causa, alla luce dei fatti, considerano un optional di alcun interesse pratico.
Credere davvero di poterla fare franca, immaginando che questa vergogna tutta italiana (lunga un ventennio), con il tempo, si dissolverà nell’oblio, è una mera illusione!
Il prezzo che dovranno pagare per il loro ignobile, servile, comportamento di mistificazione, di contraffazione, di manipolazione della realtà e dei fatti, non che, dell’opera di disinformazione e di diseducazione sociale e civile, sarà altissimo e senza sconti, e li costringerà ad un esilio senza precedenti.
Gianni Tirelli
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