Qui il lavoro non calza

Omsa, la rabbia delle lavoratrici e il sostegno della Rete.

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03 Gennaio 2012

Le operaie Omsa manifestano a Faenza

Le operaie Omsa manifestano a Faenza

Le hanno chiamate le «operaie sovversive», le «estremiste», le «urlatrici», quelle «incalzate nere».
Hanno cercato di metterle le une contro le altre. Spesso hanno riso per le loro proteste plateali, ma alla fine, quando alla vigilia di Capodanno, con un fax l'azienda Omsa ha comunicato alle 239 lavoratrici dello stabilimento di Faenza l'intenzione di licenziare tutte al termine della cassa integrazione (il 14 marzo 2012), è calato il silenzio.
«Adesso nessuno ci dice più niente», racconta a Lettera43.it Marina Francesconi, 50 anni, operaia cassintegrata, «stanno zitte le istituzioni locali e nazionali, come i sindacati che avevano firmato l'accordo con l'azienda dicendoci che era la soluzione migliore. “Dategli gambe”, ci suggerivano, ma poi a darsela a gambe sono stati loro».
UNO STABILIMENTO SMONTATO NEGLI ANNI. Quelli contrari invece, come Idilio Galeotti, coordinatore provinciale della Cgil, «sono stati allontanati». E così a Faenza rimangono ancora una volta le tute verdi, le operaie Omsa, sole in uno stabilimento che negli anni è stato smontato pezzo per pezzo e trasferito in Serbia, dove il costo del lavoro è molto più basso.
«Il padrone Nerio Grassi diceva che era colpa della crisi, ma non era vero, voleva solo fare più soldi sulla nostra pelle», accusa Angela Cavalli, 44 anni, da 23 anni al reparto confezione, due figlie di 15 e 5 anni da mantenere con 750 euro al mese. «Per questo non smetteremo mai di gridare il nostro diritto al lavoro».

Dopo gli anni di cassa integrazione manca la forza di andare avanti

Le lavoratrici Omsa sotto il palco di ''Tuittiinpiedi''.

(© Ansa) Le lavoratrici Omsa sotto il palco di "Tuittiinpiedi".

Ma la voce è ormai bassa, affievolita dalla delusione e spezzata da una rabbia che non sa più dove sfogare. «Nell'accordo fatto a febbraio 2010 l'azienda parlava di delocalizzare e chiudere in Italia, ma prometteva di occuparsi della riconversione degli stabilimenti».
Che però non c'è mai stata. Uguali le premesse e le promesse fatte anche alle 380 lavoratrici della fabbrica Golden Lady di Gissi in Abruzzo, che il 25 novembre ha chiuso i battenti lasciando tutte a casa.
«Di certezze non ne abbiamo mai avute», spiega Marina, «il padrone ha sempre fatto quello che ha voluto. Nessuno gli ha mai detto nulla».
LA VITA IN STAND-BY INSIEME AL LAVORO. E a pagare anche questa volta saranno loro, le operaie. «Tra meno di 70 giorni sarò a casa senza un lavoro ma è da quando sono in cassa integrazione che ho bloccato tutta la mia vita, ogni progetto, perché non sai quale sarà il tuo futuro», spiega Angela.
Dopo un anno di cassa integrazione e due di straordinaria, a mancare è la forza di andare avanti («Ce l'hanno tolta giorno per giorno»).
APPENA 4 ORE AL GIORNO DI LAVORO. In questi anni, 30 operaie alla volta lavoravano a turni di due settimane al mese per appena 4 ore al giorno. «Lo facevano in modo che non potessimo maturare né ferie né tredicesime, ci hanno tolto tutto, ma noi abbiamo resistito», sottolinea Marina.
La volontà di mantenere aperto lo stabilimento era più forte dell'ansia che le assaliva ogni volta che entravano nei capannoni semivuoti, dove ora ci sono solo 3 macchinari, «gli altri forse sono già stati portati in Serbia», dice Marina. E il ricordo diventa rammarico quando il pensiero va a quei giorni di lotta: «Solo cinque di noi hanno provato a fermare quel trasloco, anche i sindacati ci dicevano “fateli fare, poi otterrete qualcosa”, invece ora?».
A LOTTARE SONO RIMASTE IN POCHE. Ora rimane solo tanta amarezza anche nei confronti di quelle lavoratrici che hanno deciso di non scendere in piazza. «Solo una ventina di noi ci crede ancora, ma le altre dove sono? Non so cosa ci stia succedendo, il lavoro è un diritto per il quale dobbiamo lottare tutte insieme?», dice Marina che non si è mai pentita di essere scesa in piazza a 50 anni per protestare, organizzare presidi in azienda, boicottaggi ai Golden Point della regione e diventare una delle protagoniste del documentario dal titolo Licenziata.
«Lavoro da quando ho 15 anni, e non mi vergogno di aver fatto anche teatro di strada, non è stato facile, ma l'ho fatto per accendere un faro su questa vertenza. Le abbiamo pensate tutte», racconta Marina, che però dopo tutte queste manifestazioni e quel fax arrivato a Capodanno come una coltellata alle spalle, inizia a dubitare: «Sembra che avessero deciso già tutto a tavolino, sembra che tutti lo sapessero e che non abbiano fatto nulla per impedire questa chiusura».
Eppure, nonostante tutto, la voglia di continuare a farsi sentire resta. «Ci aumentano l'età della pensione e ci tolgono il lavoro. Come si fa? È inaccettabile. Chi mi assume a 44 anni? Dove mi propongo?».

Marina: «Ho infilato calze per tutta la vita, cosa faccio?»

Le operaie Omsa manifestano a Faenza.

Le operaie Omsa manifestano a Faenza.

A guardarsi intorno, poi, la disperazione è inevitabile: «Qui a Faenza oltre alla Omsa non c'è niente, stanno chiudendo tutti, anche gli artigiani», dice Angela. E a vedere il destino delle circa 80 lavoratrici che accettarono di andare in mobilità nel 2011 in cambio di una ricollocazione, non c'è neanche da rammaricarsi per aver deciso di rimanere in fabbrica. «Saranno solo 30 quelle che sono state risistemate e non a tempo indeterminato», dice Marina.
Gli uomini invece hanno trovato lavoro con più facilità nelle fabbriche vicine, «ma io che a 50 anni sono ancora una operaia di secondo livello e ho infilato calze per tutta la vita, cosa faccio? Le pulizie? Il lavoro in nero, che ho sempre combattuto?», si chiede.
QUEL PADRONE SEMPRE ASSENTE. Il pensiero ancora una volta va al patron dell'Omsa, che vive a Mantova e che le operaie hanno visto una sola volta 20 anni fa: «Lui ci guadagna e basta, non pensa alle famiglie che rimangono senza un lavoro. Io sto versando anima e sangue per questa vertenza, e lo farò sino alla fine, non lascerò niente di intentato», promette Angela.
La speranza, spiega Samuela Meci, operaia e Rsu locale della Filctem Cgil, «è che l'appuntamento fissato ma non ancora confermato per il 5 gennaio a Bologna tra azienda e istituzioni locali dia qualche frutto, ma soprattutto, che l'incontro del 12 gennaio al ministero dello Sviluppo non sia il solito tavolo inconcludente».
La possibilità di ottenere la cassa in deroga c'è, «ma in cambio di cosa?», si chiede Marina, «Grassi chiederà il cambio di destinazione d'uso del capannone? Proporrà di ricollocare al massimo 30 operaie e tutti si accontenteranno di queste briciole?».
BOICOTTA OMSA E GOLDEN LADY. Intanto nell'attesa, 20 mesi dopo l'iniziativa delle operaie romagnole di boicottare i prodotti Omsa e Golden Lady, il Popolo Viola ha rilanciato l'iniziativa su Facebook. Dopo appena 36 ore ad aderire sono state oltre 26 mila persone. Sul social network le pagine dedicate all'evento sono tre. Da «Boicotta Omsa» a «Mai più Omsa», fino a «A piedi nudi! Io non compro Omsa e Golden Lady finché non riassumono». Tutte hanno un unico obiettivo: denunciare il comportamento dell'azienda.

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Le lavoratrici Omsa sotto il palco di ''Tuittiinpiedi''.

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