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Economia 

Fabiana Giacomotti

LA MODA CHE CAMBIA

A Pitti sfilano i tessuti. E le boutique non pagano

Ferrè: dopo l'acquisto degli arabi non c'è traccia degli investimenti. E il marchio arranca.

di Fabiana Giacomotti

editoriale

L'ex patron Tonino Perna arrestato per bancarotta fraudolenta, l'eliminazione dal calendario di Milano Moda Uomo, i creditori che bussano al portone della sede di via Pontaccio 21, esigendo crediti non saldati per oltre 7 milioni di euro, e la boutique di via della Spiga che chiude i battenti.
IL DECLINO DI FERRÉ. A 10 mesi dall'acquisto del brand da parte della famiglia Sankari, retailer di moda e immobiliaristi con sede a Dubai, nell'azienda di Gianfranco Ferré non si sta verificando nessuna delle condizioni previste e annunciate al mercato: né una prima tranche visibile e applicata dei 100 milioni di investimenti entro il 2013, né il piano di aperture in Cina, negli Usa e nelle ex repubbliche sovietiche, né la valorizzazione del marchio con campagne, eventi e prodotti innovativi.
I commissari straordinari, Stanislao Chimenti, Andrea Ciccoli e Roberto Spada, chiedono convocazioni sempre più ravvicinate al ministero dello Sviluppo economico per verificare l'attuazione del piano strategico presentato e su cui era stata ceduta l'azienda.
La prossima udienza è prevista a fine marzo dopo che la prima, lo scorso ottobre, aveva portato al saldo di circa 8 milioni di debiti pregressi e a una nuova serie di promesse.
MARCHIO IN OMBRA. I segnali sono infatti preoccupanti: il management, licenziato mesi fa, non è stato sostituito con professionisti noti e attivi nel settore, scelta ritenuta decisiva dal mercato, e per la prima volta da 30 anni a questa parte il marchio Ferré non è più presente nell'elenco delle sfilate e delle presentazioni, momento commerciale e di marketing fondamentale a cui non avevano voluto rinunciare nemmeno i commissari. Anche la produzione pare aver subito rallentamenti, e non viene più proposta alle redazioni moda delle testate maschili e femminili per i servizi fotografici.

Pitti Uomo 81: tempi duri, tessuti morbidi

Fino a qualche tempo fa, era un tessuto da squire nazionale, da nobile appenninico o per signore eccentriche, che lo chiedevano nel colore arancio delle mantelline delle cavalcature o dei cocchieri dei personaggi di Carlo Collodi.
Ma per il prossimo inverno, secondo una tendenza forte a Pitti Uomo 81, il panno casentino, spesso, follato e riccioluto, sarà il tessuto base per cappotti di taglio classico, ma anche giacconi, berretti, pantofole e persino ghette e calzini (una rivisitazione in stile Gallo).
CAVALLINO E TESSUTI COMFORT. La sartoria napoletana Isaia l'ha tagliato per esempio in cappotti classici, ma che proprio il tessuto spesso, rustico, rende inconsueti. Inattesi anche gli abbinamenti che Marco Boglione, patron di BasicNet, ha voluto per i suoi kway, giacchini simbolo degli anni Settanta, ora riproposti in cavallino o in orsetto (molto riusciti, anche e soprattutto femminili, volendo), oppure in visone (meno riuscito, ma più per memoria del posizionamento storico alternativo del capo che per esigenze di sobrietà attuali).
A giudicare dalla quantità, qualità e declinazione di lane cotte e lavorate, peluche-orsetto, panni morbidi e cashmere ultraleggeri ma caldissimi (solo 750 grammi il completo Tombolini), si direbbe che la crisi, più che sobrietà, reclami comfort. Tempi duri, tessuti morbidi.
HIGH TECH MULTIFUNZIONE. Manica intera, mezza manica e gilet: tre capi in uno i piumini di Riders on the Storm (mai visti i loro cappucci con occhiali da sole/neve incorporati?), due capi in uno gli imper Pirelli PZero in principe di Galles waterproof con dettagli heritage Pirelli, dall'etichetta alle doublures arancio, in pieno recupero della propria storia nella moda dopo la grande mostra dello scorso settembre alla Triennale di Milano: prevedendo l'ottimizzazione delle spese in abbigliamento, i produttori si adeguano.

Il ritorno di Hardy Amies e l'anno dei vestiti non pagati

La scena è stata rubata dalla prima sfilata di Valentino Uomo dell'era di Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli a palazzo Corsini ma, in effetti, mercoledì 11 gennaio, alla Leopolda, è salita in passerella anche la collezione del rilancio di Hardy Amies, («Un uomo dovrebbe apparire come se avesse comprato i suoi vestiti con intelligenza, li avesse indossati con cura e poi si fosse dimenticato di loro», la sua massima più famosa) leggendario creatore della sartoria inglese acquisita dal gruppo Li&Fung di Hong Kong, ma che produce in Italia, da Caruso, i suoi completi rigorosissimi.
SAVOIA SGORGATORI IN USA. Al termine della presentazione, cena riservata al Circolo della Stampa di Firenze. Al tavolo della designer, Claire Malcom, Emanuele Filiberto di Savoia ha intrattenuto tutti col suo nuovo progetto televisivo per un network Usa: ogni settimana vestirà i panni di un operaio o di un artigiano diverso. «Mi infilerò anche una tuta da sgorgatore», ha detto sorridente. Peccato che, fra i commensali, nessuno sapesse di quale attività si tratti.
LA CRISI ITALIANA. Cartina di tornasole dello stato di salute finanziaria delle imprese della moda italiana: la percentuale di vendite in Italia. Mentre gli Usa appaiono in ripresa, la Cina corre e la Corea del Sud sembra la nuova terra promessa, in Italia i proprietari di boutique stanno rimandando sine die i pagamenti.
«Moltissimi non hanno saldato la merce dell'inverno, e stiamo già consegnando quella estiva su cui abbiamo ricevuto ordini e fatto investimenti», dice Giuseppe Santoni. Confermano Antonio Gavazzeni di Bagutta e Gianluca Isaia che, però, risentono meno del problema, lavorando molto il primo per conto terzi, vedi Giorgio Armani, e il secondo per l'80% all'estero («Anche nel 2011 siamo cresciuti più del 20% a 27 milioni di euro»). La soglia di allarme? Il 30% di vendite realizzate in Italia.

Venerdì, 13 Gennaio 2012


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Un'immagine di Pitti Uomo 81, a Firenze.

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