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Economia 

SICUREZZA SUL LAVORO

Medicina nucleare: «dottori a rischio nei laboratori privati»

La denuncia di un lettore: «Danni alla salute dovuti a ritmi stressanti e assenza di riposi».

di redazione

Gentile direttore,

Mi chiamo Luciano Iacobelli, ho 53 anni e sono un medico specializzato in Medicina nucleare. Ho lavorato per circa 20 anni presso uno studio privato (il più importante di Napoli, Sdn Spa) e appartengo sicuramente alla categoria A, cioè quella meritevole di maggior protezione, per i rischi specifici connessi (lavoratore professionalmente esposto alle radiazioni ionizzanti).
«NEGATO IL RECUPERO BIOLOGICO». Ciononostante, il mio datore di lavoro (di fatto il professor Marco Salvatore, formalmente la moglie Matilde Mansi, in quanto il primo risulta incompatibile in quanto già direttore della Radiodiagnostica al II Policlinico di Napoli, leggasi conflitto di interessi) non ha mai voluto riconoscermi alcuni diritti (in maniera del tutto arbitraria, direi) tra i quali il famoso (o famigerato, a seconda di come lo si voglia intendere) «recupero biologico» di 15 giorni.
RISCHI LEGATI ALLE RADIAZIONI IONIZZANTI. Si tratta di un periodo di tempo, stabilito per legge (legge del 23 dicembre 1994, n.724  art. 5 comma 1) di cui il lavoratore si giova, o meglio le sue cellule si giovano, allo scopo di riparare eventuali danni sub-cellulari subiti a opera delle radiazioni ionizzanti. E tra le cellule più radio-sensibili ci sono le cellule germinali.
Io ho accettato questo diktat per tanti anni, anche perché non avevo scelta. Sapevo di lavorare in un centro privato, dove le cose, si sa, vanno diversamente che nelle strutture pubbliche. E quindi bisogna sopportare anche un certo tipo di vessazioni.
ABORTO AL QUINTO MESE. Solo che qualche anno fa, nel settembre 2003 mi è successa una cosa che non esito a definire una disgrazia.
Mia moglie era incinta del mio terzo figlio, che mi auguravo fortemente fosse una femmina, avendo io già due maschietti. Il ginecologo le fece fare l'amniocentesi (lei aveva 39 anni), il risultato potete immaginarlo. Ero già pronto a festeggiare. Invece il feto, di sesso femminile, purtroppo aveva un cromosoma di troppo: la trisomia 21. Mi creda, la decisione è stata terribile. Ma proprio non me la sentivo di mettere al mondo (in particolare in questo mondo) quella che sarebbe stata con ogni probabilità una creatura infelice. Quindi io e mia moglie decidemmo per l'aborto. Non può immaginare il dolore per entrambi. Un aborto al quinto mese e mezzo di gravidanza è un'esperienza che non auguro a nessuno. 
DUBBI CIRCA LE RESPONSABILITÀ. Ora mi è rimasto un dubbio, fortissimo e delicatissimo allo stesso tempo. Quanto ha potuto incidere sulla vicenda esposta la non fruizione, per 20 lunghi anni (e, tra l'altro io lavoravo anche il sabato), dei periodi di «recupero biologico» che forse avrebbero potuto segnare un destino diverso per la mia tanto desiderata bambina?
Lo so, stiamo parlando di effetti probabilistici, è praticamente impossibile dimostrare un nesso di causalità tra le due cose, ma non si può neanche escluderlo (in questi casi so che il magistrato può attenersi alla cosiddetta probabilità causale o presunzione legale).
A mio modesto avviso, ci sono tutti gli estremi per parlare di lesioni colpose gavissime. L’esposizione continuata alle radiazioni ionizzanti, si sa, può essere pericolosissima per la salute del lavoratore (vedi legge 626).
L'INIZIO DEL MOBBING. Io ho accusato molto il colpo, che mi ha portato alla depressione (sono tuttora in cura con antidepressivi) che inevitabilmente ha finito per incidere sul mio rendimento lavorativo. A questo punto l’azienda ha deciso di intraprendere nei miei confronti una strategìa mobbizzante che si esprimeva in varie modalità (lettere di contestazione disciplinare pretestuose e/o infondate, minacce verbali di licenziamento, tagli di stipendio e altre ritorsioni economiche in caso di non-allineamento con le strategie aziendali (che molto spesso sono più consone a una industria manifatturiera che non a un istituto di ricerca e diagnosi che dovrebbe operare nel più assoluto rispetto della dignità umana del paziente).
SOGGETTO A DEMANSIONAMENTO. Nel frattempo cominciavo a perdere sempre più autonomia decisionale nella gestione delle attività di reparto (di cui ero il direttore, sine pecunia, è ovvio) a causa di indebite ingerenze da parte del professor Salvatore soprattutto per quel che riguardava la pianificazione dell’attività lavorativa (l’agenda quasi sempre prevedeva un numero di esami di gran lunga superiore a quelli umanamente eseguibili) e soprattutto si era costretti a eseguire gli stessi anche quando, come spesso è accaduto, eravamo avvisati di un mancato approvvigionamento di materiale da parte delle ditte fornitrici.
LICENZIAMENTO «ILLEGITTIMO». Poi è arrivato il licenziamento per superamento del periodo di comporto. Licenziamento che ritengo illegittimo (ai sensi dell’art. 2087 c.c.) in quanto l’infermità sofferta con conseguente impossibilità della prestazione lavorativa riconosce le sue cause nella sostanziale nocività dell’ambiente di lavoro e delle mansioni così come organizzate e imposte all’interno della struttura produttiva, con piena e oggettiva responsabilità pertanto del datore di lavoro (Corte di Cassazione, civile, sezione L, sentenza del 07-04-2011, n. 7.946).
COLLEGA MORTO A 22 ANNI DI CANCRO AL COLON. Aggiungo, giusto per la cronaca, che un ragazzo di 22 anni (anche lui senza fruizione del riposo biologico) è morto nell’agosto 2010 per cancro del colon. E il colon, guarda caso, risulta essere, tra gli organi interni, il più radiosensibile.
Vi ho scritto questa lettera un po' per una sorta di sfogo personale, ma soprattutto per dare il mio piccolo contributo informativo su quanto in Italia il problema della sicurezza sul lavoro continui a essere vissuto dai datori di lavoro più come un impiccio che come fattore di crescita da sostenere e sviluppare.

Luciano Iacobelli

Venerdì, 30 Marzo 2012


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