Gazzetta, per le note spese servono i revisori dei conti

Rimborsi gonfiati: il giornale chiama una società esterna per controllarli. Il risultato? Metà risultano irregolari. E tra giornalisti scoppia la bagarre. 

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08 Febbraio 2016

Gli ex uffici della Gazzetta dello Sport in via San Marco Milano.

Gli ex uffici della Gazzetta dello Sport in via San Marco Milano.

La sensazione è un po’ quella del Titanic: si affonda, certo, e possono salvarsi solo pochi, ma l’importante è che l’orchestrina continui a suonare.
La grande nave - quasi inutile dirlo quando si parla di editoria - è il gruppo Rcs, zavorrato da 400 milioni di debiti e di cui si vocifera con insistenza un’ipotesi di scorpori e vendita: il Corriere potenzialmente accoppiato al Sole 24 Ore, e la Gazzetta, con tutte le attività della divisione che organizza eventi sportivi e il quotidiano spagnolo Marca, in vendita per circa 250 milioni di euro (pare esserci già un interessamento dell’editore Cairo). O in alternativa l'arrivo di un nuovo padrone finalmente conscio di dover fare l'editore.
METÀ DELLE NOTE SPESE IRREGOLARI. Eppure, nelle Torri Rcs di Crescenzago, grigio e imponente ricordo dell’impero che fu, alcuni tra i cronisti della Rosea sembrano non capire la gravità della situazione e continuano allegramente a compilare note spese gonfiate o inventate di sana pianta.
L’abitudine è talmente radicata e apparentemente insanabile da aver costretto l’azienda a rivolgersi a una società di revisione esterna per controllare le richieste di rimborso dei giornalisti, visto che internamente nessuno sembrava intenzionato o in grado di farlo.
I revisori si sono quindi messi a fare verifiche a campione, rilevando che circa la metà note presentate avevano qualche irregolarità.
Tra queste, alcune così gravi da costringere la società a un intervento disciplinare pesante su un cronista considerato di punta, al quale è stato tolto per due mesi lo stipendio come compensazione di quanto surretiziamente speso.
BAGARRE PER IL TAGLIO DEI RIMBORSI. Il management ha poi deciso di abbassare il singolo rimborso richiedibile per ogni pasto consumato in trasferta da 50 a 40 euro.
Coi tempi che corrono, non esattamente una privazione.
Ma sufficiente a scatenare un putiferio durante un'assemblea dei redattori, con tanto di scontro verbale tra chi ha sommessamente provato a convincere i colleghi che il taglio non era poi così indigeribile e qualcuno convinto invece di essere privato di un diritto fondamentale.
Per citare Flaiano, insomma, la situazione è grave ma non seria. E se i cronisti faticano a prendere consapevolezza che i privilegi di un tempo non possono più esistere, le scelte assai discutibili di dirigenti che continuano a muoversi a tentoni non aiutano le cose.
LA CIOLI CHIAMATA SOLO A TAGLIARE. Dopo aver rinunciato alla sede di Solferino/San Marco per un tozzo di pane, e con un’operazione non proprio campione di trasparenza (pare peraltro che tutti gli arredi siano stati buttati via o lasciati a marcire), dopo aver costretto i giornalisti al regime di solidarietà dal luglio 2015, l’ultima scelta è stata quella di chiudere Gazzetta Tv dopo appena 10 mesi di attività e 10 milioni spesi  in investimenti, giornalisti compresi.
Per avere lumi sul futuro si attende ora il consiglio di amministrazione di Rcs convocato per il 18 febbraio.
Sarà quella la prima formale occasione di verifica del piano industriale presentato a dicembre 2015 dal nuovo amministratore delegato Laura Cioli.
Un piano che, viste le reazioni negative del mercato dopo l'iniziale fiducia, pare destare molte perplessità tra gli stessi azionisti che lo hanno approvato.

Leggi la replica del Cdr della Gazzetta.

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