I tatuaggi nel paniere Istat: le cifre del fenomeno

Il 12% degli italiani ne ha almeno uno. Business da 80 milioni. E 2.700 imprese. Ma pure abusivismo e corsi di formazione farlocchi da 30 ore. Numeri del trend.

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04 Febbraio 2016

I tatuaggi entrano nel paniere Istat.

(© Ansa) I tatuaggi entrano nel paniere Istat.

Il tatuaggio è la decorazione del corpo più diffusa tra gli italiani.
Un'indagine dell'Istituto superiore di sanità stima circa sette milioni di persone tatuate, pari al 12,8% della popolazione dai 12 anni in su.
PER MOTIVI ESTETICI. Chi si tatua lo fa per ragioni principalmente estetiche (96,5%) contro lo 0,5% che lo ha fatto con finalità mediche e il 3% come trucco permanente.
Il fenomeno ha preso dimensioni tali da spingere l'Istat a far rientrare la voce 'tatuaggi' nel suo paniere.

1. Identikit dei tatuati: il primo si fa a 25 anni

Il primo disegno sul corpo si fa a 25 anni, anche se il numero maggiore di tatuati rientra nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni (29,9%).
Gran parte delle persone è soddisfatta del lavoro eseguito (il 92,2%).
Gli uomini preferiscono decorsarsi braccia, spalla e gambe, mentre le donne, che sono la categoria più tatuata, scelgono schiena, piedi e caviglie. 
UN QUARTO NEL NORD ITALIA. Un tatuato su quattro (25,1%) risiede nel Nord Italia, il 30,7% ha una laurea e il  63,1% lavora.
Il 76,1% di questi si è rivolto a un professionista mentre il 9,1% a un centro estetico, ma il 13,4% ha ammesso di averlo fatto da persone non autorizzate. 
Qual è quindi il giro d'affari che muove il mondo dei tattoo?

2. Business da 80 milioni di euro: ma c'è molto abusivismo

Difficile dare dati certi perché, al di là di quanto dichiato nel sondaggio, il settore in realtà risente molto del fenomeno dell'abusivismo.
Un documento del 2009 dell'Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza stimava comunque il giro d'affari in 80 milioni di euro. 
PREZZI VARIABILI. Molto variabili anche i prezzi dei tatuaggi: «Per uno stesso lavoro di piccole dimensioni possono essere chiesti dai 30 ai 150 euro», spiega il presidente dell'associazione Tatuatori e piercer Bruno Valsecchi.
«Dipende molto dall'esecutore, dallo stile adottato e dall'oggetto rappresentato. Anni fa andavano molto le scritte, oggi c'è più varietà anche se prevalgono lavori di dimensioni più grandi e in punti più evidenti, come il collo».
QUASI 2.700 IMPRESE NEL SETTORE. Infocamere, la struttura che gestisce le informazioni di Unioncamere, individua 2.675 imprese nel settore al 31 dicembre 2015.
La Confederazione nazionale dell'artigiano lavora a un documento che faccia un po' più di chiarezza sui numeri ma già si evidenzia qualche tendenza.
Tra dicembre 2014 e lo stesso mese del 2015 il numero delle imprese di tatuaggi e piercing è cresciuto del 7-10%. 
Segnale di un business in espansione?

3. Problemi: i corsi che non preparano

Eliseo Giuseppin, legale rappresentate dell'Associazione tatuatori, spiega che «Non ci sono molti laboratori sopra i 30 mila euro di fatturato annuo».
FORMAZIONE DI 30 ORE. Il motivo è appunto l'abusivismo: «Ci sono troppi corsi di formazione che in realtà non preparano. Si pensi che nella sola provincia di Roma ne sono stati autorizzati 63 da 90 ore dai quali sono uscite persone che non hanno aperto uno studio, ma lavorano in casa».
Giuseppin evidenzia però che in Liguria ci sono addirittura seminari di sole 30 ore, il minimo legale per poter essere autorizzati.
Inoltre solo Veneto e Sicilia hanno deciso di affidare l'organizzazione delle lezioni alle Asl.
A RISCHIO LA SALUTE. «Pensare di poter formare un tatuatore in sole 30 ore è assurdo», prosegue Giuseppin, «nel 2003 avevamo addirittura chiesto l'istituzione di corsi triennali che portassero a specializzazioni di vario genere. Saper eseguire un tatuaggio permanente è cosa diversa da farne uno artistico. Inoltre vanno date precise garanzie igienico-sanitarie. È in ballo la salute delle persone».
CI SONO 20 MILA ABUSIVI. L'esponente dell'associazione stima un sottobosco di 20 mila tatuatori abusivi che lavorano in tutto il Paese molto spesso spinte dalla crisi economica e allettate dall'idea che si tratti di una professione semplice.
A questo proposito va ricordato che per il Cna appena il 58,2% dei tatuati è informato sui rischi per la salute che si corrono.
L'ESEMPIO OLANDESE. Una possibile soluzione? Giuseppin guarda all'esempio olandese dove «se si finisce in ospedale per danni causati da un tatuaggio è necessario mostrare un documento che attesti che è stato eseguito in una struttura accreditata. Non sarà risolutivo, ma limita l'abusivismo». 
 

Twitter @PierLuigiCara

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