Economia
IL PROFILO
Il don Ferrante dell'Ilva
Prefetto, uomo di Stato e manager. Chi è il presidente del gruppo di Taranto. Confermato il sequestro degli impianti.
di Antonietta Demurtas
Prefetto, politico, manager. Bruno Ferrante è uno e trino. Sarà per questo che è stato chiamato a redimere i peccati dell'Ilva, di cui dal 12 luglio è presidente.
CAMBIO AL VERTICE. Dopo le dimissioni di Nicola Riva, figlio del patron dell'acciaieria e ora agli arresti domiciliari insieme con il padre Emilio, a prendere le redini dell'azienda è stato proprio un uomo di giustizia. Una scelta strategica quella di far rappresentare l’azienda accusata di disastro colposo per reati di inquinamento da un ex prefetto.
La nomina ha spiazzato molti: un modo per rassicurare l'opinione pubblica e dare una nuova immagine all'Ilva, hanno pensato i più smaliziati.
Il manager dell'emergenza rifiuti per Impregilo
D'altronde chi meglio di Ferrante, un pugliese prestato al Nord, leccese con una moglie tarantina, già stimato capo di gabinetto del ministero dell'Interno (con Giorgio Napolitano, Rosa Russo Jervolino, Enzo Bianco), ex vicecapo della polizia e prefetto di Milano, poteva risolvere il caso giudiziario dell'anno?
L'ELOGIO DI COSSIGA. «Ferrante è stato un mio giovane collaboratore quando ero ministro degli Interni e chi ha lavorato con me può fare tutto eccetto il papa», disse Francesco Cossiga nel 2005 commentando la candidatura del prefetto di Milano a sindaco del capoluogo lombardo.
Non un papa, quindi, ma più un don Ferrante di manzoniana memoria. Se il signorotto milanese, celebre per la sua erudizione, andava ripetendo: «Ma cos’è mai la storia senza la politica?», il Ferrante moderno sembra quasi aver messo in pratica quel pensiero.
Alla fine vinse le primarie del centrosinistra contro Dario Fo. Ma poi perse le elezioni.
VINTO DA DONNA LETIZIA. La sua aspirazione politica fu bloccata sul nascere da donna Letizia Moratti. Così Ferrante, dopo un breve incarico come commissario anticorruzione, cambiò strada e diventò manager di Impregilo.
Non più uomo delle istituzioni, ma rappresentante dell'interesse privato: il 12 luglio 2007 fu nominato alla presidenza di Fibe e Fibe Campania, controllate del gruppo di Ligresti e attive nel settore rifiuti.
Anche allora la sua carriera di uomo di giustizia fu un ottimo biglietto da visita. «L’abbiamo chiamato per portare un contributo di chiarezza e professionalità nella gestione del problema dei rifiuti», annunciò l’azienda, sotto inchiesta a Napoli per illeciti nel trattamento degli stessi.
DA CONTROLLORE A CONTROLLATO. Un incarico che suscitò molte critiche e una interpellanza di alcuni deputati radicali che chiedevano se quello di Ferrante non rappresentasse «un caso classico di 'controllore' che diventa, senza soluzione di continuità, 'controllato'».
Ferrante fu infatti il manager dell’emergenza per Impregilo e poi, ancora, uomo di Stato: nel governo tecnico il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri l’ha voluto come suo consigliere per la programmazione strategica.
«L’Ilva non è contro Taranto. Ma è al suo fianco»
Una duplicità di ruoli e competenze che la famiglia Riva, amica dell’ex prefetto, conosceva bene. E che nel momento del bisogno ha deciso di sfruttare per cercare di salvare il salvabile dopo l'inchiesta della Procura di Taranto.
Una fiducia ben riposta, visti i risultati. Appena arrivato, Ferrante ha subito segnato una cesura dalla precedente gestione. «Se fossi stato presidente dell’Ilva al momento dell’incidente probatorio avrei scelto una strada diversa di dialogo con la procura, con la città e con l’opinione pubblica», ha detto in conferenza stampa due settimane dopo il suo arrivo. «In ogni caso la famiglia Riva non ha alcuna intenzione di lasciare Taranto. C’è la precisa volontà di restare qui. L’Ilva non è contro Taranto. Non è contro i tarantini. Ma è al loro fianco».
L'OTTIMISMO DEI SINDACATI. Parole che per molti sono suonate inedite. Gli stessi sindacati, avezzi ai modi rudi usati fino a quel momento dall'azienda, sono rimasti colpiti. «Speriamo che questa apertura del presidente sia un segnale per un nuovo futuro», ha detto a Lettera43.it Donato Stefanelli, segretario generale della Fiom di Taranto.
L’ex prefetto di Milano alla guida del colosso siderurgico ha iniziato infatti garantendo la massima disponibilità al dialogo sia con le istituzioni sia con il territorio. Poi ha cominciato a giocare in difesa: «L’Ilva ha fatto di tutto per inquinare meno», ha sottolineato. «Certo, ci sono sempre margini di miglioramento», ma il gruppo «ha investito a Taranto 4,3 miliardi di euro di cui 1,2 miliardi per la tutela ambientale».
Un po' manager un po' uomo di Stato
Insomma un colpo al cerchio e uno alla botte. Mea culpa e difesa. E, soprattutto, piena disponibilità a collaborare. «L'Ilva rinuncia ai ricorsi che aveva presentato contro la riapertura del procedimento per l'autorizzazione integrata ambientale (Aia)», ha comunicato Ferrante il 2 agosto. «Non più conflittualità ma confronto e dialogo attorno a soluzioni che possano tutelare meglio l'ambiente, la salute, il lavoro e l'impresa».
METODO BASTONE E CAROTA. Nel corso del procedimento di riesame non ha però esitato a licenziare Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni pubbliche, sul quale erano state pubblicate intercettazioni imbarazzanti. «Sono indignato e molto arrabbiato, era giusto che andasse via», ha commentato il neo presidente. «Curava male, molto male gli interessi della società».
Fin dal 26 luglio, il giorno della decisione del gip di sequestrare gli impianti e mettere agli arresti domiciliari otto dirigenti ed ex dirigenti dell'acciaieria, Ferrante ha rassicurato: «Non mancherà l'impegno, come non è mai mancato in questi anni, per tutelare in tutte le sedi opportune l'occupazione e il futuro dell'Ilva che è patrimonio dell'intero Paese».
LA MINACCIA DI FERRANTE. Ma il 6 agosto, quando la decisione del tribunale del riesame si era fatta imminente, anche la strategia di Ferrante è cambiata: «Se chiude Taranto chiudono anche Genova e Novi». Una dichiarazione che non ha fatto altro che alzare la posta in gioco. E così quando il 7 agosto il tribunale del riesame ha confermato il sequestro degli impianti, vincolandolo però alla messa a norma (e non alla chiusura come chiedeva la Procura), Ferrante ha capito di essere sulla strada giusta.
RIESAME: IL PRIMO SUCCESSO. Il tribunale, che prima di emettere l'ordinanza ha ascoltato a lungo il presidente Ilva, ha deciso anche di nominarlo custode e amministratore delle aree e degli impianti sotto sequestro.
Ruolo che Ferrante ha subito accettato. «L'obiettivo ora sarà ridurre l'impatto ambientale», ha ribadito, «e mettere in sicurezza gli impianti».
OBIETTIVO TRASPARENZA. Impresa ardua, quanto quella di rendere l'Ilva «un'azienda aperta e trasparente, in grado di comunicare con la città». Un mantra che Ferrante va ripetendo ormai da settimane, consapevole di dover rimarginare una ferita che per anni l'azienda ha inferto a Taranto.
Ma visto che ormai indossa le vesti del manager e cura quindi l'interesse privato e non quello pubblico, la speranza è che non sia come il suo omonimo manzoniano. Come si legge nei Promessi sposi, «al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione». Salvo poi morire egli stesso di peste.
Twitter @antodem
Martedì, 07 Agosto 2012
Ilva, Zanonato e Bondi: incontro il 27 maggio
25/05/2013 Il ministro convoca il manager. Invitato anche Nichi Vendola.
Ilva, si dimette tutto il consiglio di amministrazione
25/05/2013 Via anche Bondi. La decisione dopo la riunione di Milano.

Per scrivere un commento è necessario registrarsi ed accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati
Ilva, Ferrante: «Arresti Riva, grande amarezza»

Il presidente sul Riesame: «Netto segnale dato alla società».











































5 foto








