Ilva, indaga l'Ue: ecco cosa può succedere adesso

Bruxelles apre un'indagine per aiuti di Stato. Nel mirino 1,6 mld di euro. Roma: «Soldi necessari per risanare». Che in caso di vendita non andranno restituiti.

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20 Gennaio 2016

da Bruxelles
 

Una veduta dall'alto dell'Ilva.

(© Ansa) Una veduta dall'alto dell'Ilva.

Quando si dice il tempismo, verrebbe da commentare davanti alla decisione della direzione generale Concorrenza della Commissione europea di aprire il 20 gennaio un’indagine formale per presunti aiuti di Stato all’Ilva di Taranto.
Dopo lo scontro tra il presidente dell'esecutivo Ue Juncker e il premier Renzi, la notizia sembrerebbe l'inizio di una tempesta perfetta, ma quello che si sta scatenando sull'Italia non è una vendetta riconducibile alle tensioni politiche e con Bruxelles. Si tratta semplicemente di un procedimento che era nell'aria da tempo.
Il caso Ilva è infatti sotto l'osservazione dei funzionari europei dal 2013 per quanto riguarda la procedura ambientale, e dal 2015 per gli aiuti di Stato. La Commissione ha chiesto di sospenderli per un settore come quello siderurgico, che a livello europeo è in una situazione cronica di sovrapproduzione. E ha sollecitato la presentazione di un piano industriale capace di ridurre la capacità di produzione.
DUE DIVERSI PROCEDIMENTI. Una richiesta che però rischia di non avere il tempo di essere recepita se il procedimento di infrazione sul mancato rispetto delle emissioni industriali, iniziato nel settembre 2013, andasse avanti.
Se infatti la Commissione Ue, dopo il parere motivato, arrivasse a dire alla Corte che l'impianto non rispetta la normativa ambientale e deve chiudere, la sentenza dovrà essere eseguita. E quindi tutto il valore industriale crollerebbe annullando ogni tentativo di messa in vendita dell'impianto da parte dell'Italia, e di conseguenza la possibilità anche di sviluppare un altro piano industriale.
ACCERTAMENTI SUI SOLDI VERSATI DAL GOVERNO. Una situazione già critica a cui si aggiunge ora l'indagine per presunti aiuti di Stato che segue la richiesta informazioni rivolta alle autorità italiane a inizio 2015.
L'obiettivo è quello di accertare se il denaro versato dal governo in varie forme (prestiti, bond, garanzie) per sostenere l'Ilva abbia finalità di riqualificazione ambientale: solo in questo caso gli aiuti sarebbero 'accettati' da Bruxelles e non sarebbe necessario chiederne la restituzione.
I 2 MILIARDI CONTESTATI DA BRUXELLES. La cifra complessiva nel mirino dell'Antitrust comunitario è di circa 2 miliardi di euro, che secondo quanto risulta a Lettera43.it sono: 1,2 miliardi di euro non ancora erogati e bloccati in Svizzera; una finanzimento di 400 milioni posti come garanzia statale e concessi attraverso decreto nel maggio 2015; 250 milioni concessi a settembre 2014 grazie a una legge che, in caso di fallimento, attribuisce in via eccezionale ai prestiti concessi all'Ilva  la priorità assoluta di pagamento anche rispetto ai debiti verso enti pubblici; infine 156 milioni erogati a marzo 2015 e provenienti dal contenzioso per disastro ambientale tra l'Ilva e la società di Stato Fintecna iniziato nel 1995.
A non convincere il commissario per la Concorrenza, Margrethe Verstager, ma non ancora oggetto di indagine, sono inoltre i 300 milioni di euro di prestito ponte deliberato a dicembre e visto come possibile altro aiuto pubblico, e altri 800 milioni di garanzie sui fondi Ilva per ora ancora bloccati in Svizzera.
Per capire le varie tappe del processo e come funziona l'indagine della Commissione sull'azienda - finita nella bufera negli ultimi giorni anche per la nomina a direttore generale dell'ex dirigente Thyssen Marco Pucci - ecco una fotografia della situazione, punto per punto.

Dall'apertura formale dell'indagine alla decisione finale: tutti gli step

L'esterno del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue.

L'esterno del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue.

Per ora è un caso di aiuti presunti, ovvero non sarà disposto il recupero immediato dei fondi stanziati.
In gergo eurocratico si tratta di un caso C, indagine formale in materia di aiuti di Stato, che però non è una condanna nè una valutazione definitiva della Commissione sulla compatibilità dell'aiuto nè sulla configurazione dell'aiuto pubblico come aiuto di Stato.
Ma è una valutazione preliminare necessaria perché solo una volta aperta l'indagine formale la Commissione può pubblicare la decisione sulla Gazzetta ufficiale e aprire i termini a parti terze eventualmente interessate. che possono così fare i loro commenti.
L'APERTURA AL TERZO INTERESSATO. Un terzo interessato può essere chiunque: un cittadino, una associazione ambientalista, una ong, lo Stato, altri Stati. Tutti hanno la possibilità di scrivere alla Commissione e possono farlo anche in forma anonima.
È l'esecutivo poi che utilizza le informazioni per verificare se ci sono davvero gli aiuti di Stato contestati, se sono compatibili o meno e arrivare così alla decisione finale, che può essere di tre tipi: non ci sono stati aiuti, sono aiuti compatibili, oppure sono aiuti incompatibili e quindi vanno recuperati.
Ci può essere anche un raro caso residuale, che si verifica per aiuti incompatibili per i quali, però, è impossibile procedere al recupero. E infine c'è la possibilità di un mix di tutti questi diversi casi, di valutazioni differenti.
VENDERE PER EVITARE LA RESTITUZIONE DEI SOLDI. Gli aiuti possono essere irrecuperabili se c'è discontinuità a livello di proprietà tra un soggetto e l'altro, ovvero non c'è un obbligo di restituzione che viene trasferito dal vecchio soggetto al nuovo soggetto.
Un caso questo che potrebbe verificarsi nel caso dell'Ilva, visto che il governo l'ha messa in vendita: un vero e proprio escamotage.
Se infatti l'Italia riuscisse a vendere l'azienda a un altro soggetto, il nuovo acquirente che ha usufruito indirettamente dei per ora presunti aiuti di Stato non li dovrebbe restituire.
Quando infatti si verifica l'esistenza di un aiuto di Stato che ha distorto il meccanismo della concorrenza, ci sono due modi per risolvere la questione: o il soggetto restituisce i soldi oppure deve scomparire dal mercato. Se lascia il posto a una entità diversa con la quale però non c'è continuità, ovvero non è l'Ilva dei Riva che cambia semplicemente nome ma è una realtà nuova, con nuova proprietà, nuovi lavoratori, nuovi prodotti, allora l'aiuto scompare.
IL PRECEDENTE DI ALITALIA. Questo non vuol dire però che l'Ilva dovrà smettere di fare acciaio per evitare di restituire gli aiuti, basta che cambi qua e là qualche aspetto.
Così fece Alitalia dove molte persone vennero lincenziate, il cargo fu lasciato, ma il perimetro aziendale, ovvero l'anatomia dell'impresa, cambiò.
La discontinuità economica e finanziaria non ha infatti una definizione immutabile nel tempo, spiegano fonti europee a Lettera43.it.
Quindi è la prassi decisionale della Commissione confermata dalla giurisprudenza della Corte che darà luogo alla definizione della discontinuità.

La difesa dell'Italia: soldi necessari per difendere la salute dei cittadini

La protesta dei lavoratori Ilva a Montecitorio.

(© Ansa) La protesta dei lavoratori Ilva a Montecitorio.

Nel caso Ilva, finora, l'Italia ha sostenuto che non si è trattato di aiuti, bensì di soldi destinati un lavoro di decontaminazione necessario, dato che il sito e l'impianto, non per colpa dello Stato, sono stati gestiti in maniera sbagliata, ed è fondamentale l'intervento pubblico per difendere la salute dei cittadini.
Insomma, il sostegno all'Ilva ha finalità di riqualificazione ambientale, ed è questa l'unica spiegazione accettabile da parrte di Bruxelles per evitare la restituzione dei soldi. Ma a una condizione: che lo Stato non dia i soldi a vuoto e provi a rivalersi su chi è responsabile dell'inquinamento, in base al principio del diritto comunitario 'chi inquina paga'.
L'INTERVENTO PRIMA DELLA SENTENZA. Per esercitare questo diritto è necessario che la giustizia accerti chi è il responsabile dell'inquinamento. Ma nell'attesa di un giudizio definitivo, lo Stato può comunque intervenire per difendere la salute dei cittadini.
Così succede per esempio nel caso di una petroliera che inquina le acque territoriali: lo Stato interviene per la bonifica prima ancora che la giustizia abbia penalmente punito l'azienda responsabile del disastro.
Prima interviene e poi chiede i danni.
Lo stesso processo è rivendicato dall'Italia per l'Ilva: c'è un danno ambientale e nell'interesse dei lavoratori, della popolazione, lo Stato procede, poi si rivarrà su chi è responsabile.
1,2 MILIARDI BLOCCATI IN SVIZZERA. L'Italia ha già provato a farlo con un ricorso al tribunale elvetico per appropriarsi di un patrimonio di 1,2 miliardi, che sono fondi sottratti all'Ilva da parte della famiglia Riva e depositati in Svizzera. La teoria del governo italiano è che l'impresa non è stata gestita adeguatamente proprio perché le sono stati sottratti quei soldi.
Ma il tribunale si è opposto al prelievo di quei soldi per motivi preocedurali.
Così, nel frattempo, l'Italia ha deciso di anticipare quei soldi all'impresa per tutelare la salute pubblica e continua a rivalersi legalmente perchè quei 1,2 miliardi ritornino all'impresa e vengano così usati per il risanamento ambientale.
Un'operazione che  dovrà essere completata sino a superare anche quella cifra e che lo Stato cercherà poi di recuperare dai responsabili, quando saranno accertati.

Il prestito ponte di 300 milioni

Jean-Claude Juncker e Matteo Renzi.

(© GettyImages) Jean-Claude Juncker e Matteo Renzi.

La Commissione per ora ha solo chiesto informazioni e non ha mai fatto nessuna cifra.
Le cifre sono quelle dei vari decreti italiani: per 1,2 miliardi sarebbe stata creata una formula di emissioni di bond dai titoli dello Stato, e poi ci sarebbe un prestito ponte di 300 milioni di euro. In questo ultimo caso, i soldi in prestito li danno le banche a prezzi di mercato, ma lo Stato fa da garante.
In pratica, è stato studiato uno schema per mettere a disposizione i 1,2 miliardi bloccati per ora in Svizzera: 400 sono stati già dati, gli altri 800 milioni in teoria avrebbero una garanzia in termini di emissioni di bond, ma non sono ancora stati erogati.
IL RUOLO DEL FONDO DI GIUSTIZIA. In questo caso c'è infatti bisogno di una garanzia supplettiva pur essendo bond dello Stato, perchè una volta che quei soldi dovessero essere presi dalla Svizzera, non andrebbero direttamente all'azienda e quindi ai Riva per il risanamento ambientale, ma a un Fondo unico di giustizia che raccoglie tutti i soldi immobilizzati nelle procedure giudiziarie.
Per renderli utilizzabili dall'impresa, lo Stato emette delle obbligazioni, perché il Fondo di giustizia non può mettere direttamente a disposizione la cifra fintanto che non c'è la sentenza definitiva.
È questo il tortuoso percorso che l'Italia avrebbe provato a intraprendere in attesa della sentenza. Solo una volta che i soldi arriveranno (se arriveranno) dalla Svizzera al Fondo di giustizia, il governo potrà emettere i bond.
GARANZIA DA 400 A 800 MILIONI? Il decreto legge Ilva adottato il 4 dicembre contiene tutte queste cifre, che però si stanno ancora ridiscutendo, quindi la garanzia potrebbe essere aumentata dai 400 milioni anche agli 800.
Soldi che però per l'Italia sono una garanzia a condizioni di mercato e non aiuti di Stato, così ha riferito negli ultimi mesi alla Commissione Ue, che sinora non si era espressa.
Bruxelles potrebbe dare l'ok solo se quei fondi fossero usati per la decontaminazione del sito, che comunque costa ben più di 1,2 miliardi, almeno 1,6 e 1,8, dicono gli esperti.
Per ora, comunque, davanti ai circa 2 miliardi contestati come aiuti, l'Italia deve dimostrare che sono andati sì all'Ilva ma sono stati usati, così come saranno usati gli altri, solo per le bonifiche, in interventi quindi di interesse pubblico immediato e non per adeguamenti produttivi.
Una sfida difficile, a meno che, e anche qui si potrebbe ricorrere a un altro escamotage, si riesca a dimostrare che quei fondi, per quanto contribuiscano all'attività propria di una impresa, sono usati per l'adeguamento dei processi produttivi necessari per diminuire il rischio di inquinamento.

La differenza tra decontaminazione, disinquinamento e ambientalizzazione

I fumi dell'Ilva di Taranto.

(© GettyImages) I fumi dell'Ilva di Taranto.

Ma per riuscire a dimostrare questa teoria il governo deve mettere mano al vocabolario: decontaminazione, disinquinamento e ambientalizzazione sono infatti termini diversi sui quali deve ancora essere trovato un accordo con la Commissione. Occorre dire cioè quali attività rientrino in un categoria o nell'altra e siano quindi considerati fondi usati per difendere la salute pubblica.
Gli investimenti produttivi di natura ambientale per inquinare meno, come per esempio la copertura dei parchi minerali, possono essere considerati non direttamente rivolti alla salute pubblica, quindi non attività di decontaminazione, perchè sono di fatto adeguamenti produttivi.
MANIFESTAZIONI D'INTERESSE ENTRO IL 10 FEBBRAIO. Per cercare di ovviare a questa doppia interpretazione, l'Italia parla di ambientalizzazione, ma il confronto con la Commissione per capire quali interventi devono essere fatti e come vanno interpretati deve ancora essere fatto.
Intanto però il tempo passa e il rischio è di rimanere bloccati tra procedure e indagini è alto.
Nel decreto di dicembre il governo ha messo in vendita l'Ilva. Le manifestazioni di interesse dovranno essere presentate entro il 10 febbraio e quindi saranno fatte un po' alla cieca, visto che entro quella data la Commissione non si sarà potuta esprimere su nessuno dei due dossier aperti.
LA CONTRADDIZIONE DELLA COMMISSIONE. La procedura di infrazione ambientale e l'indagine sui presunti aiuti di Stato vanno però in direzione contraria l'una rispetto all'altra: se infatti da una parte occorrono risorse per trovare una soluzione alla prima questione, con la richiesta di restituzione dei fondi la commissaria Vestager impedisce l'uso di soldi pubblici e quindi di conseguenza la risoluzione dell'infrazione.
Un conflitto tra le norme ambientali e quelle sulla concorrenza che spiega la prudenza della Vestager.
L'obiettivo è trovare un criterio condiviso per fare un intervento pubblico che difenda la salute dei cittadini e impedire natuaralmente gli aiuti di Stato.
Due tematiche che vanno trattate insieme e per le quali serve una maggiore collaborazione anche dentro palazzo Berlaymont tra la dg Ambiente e  la dg Concorrenza.

Le indagini dovrebbero chiudersi entro 18 mesi

Lo stabilimento Ilva.

(© Imagoeconomica) Lo stabilimento Ilva.

Le indagini della Commissione si dovrebbero chiudere nell'arco di 18 mesi, ma i tempi vengono quasi sempre sforati.
E questo potrebbe essere un altro caso, visto anche il continuo complicarsi della vicenda: oltre all'incremento della cifra destinata all'Ilva dal governo (dai 400 milioni agli 800), come detto c'è il prestito ponte di 300 milioni di euro sino alla privatizzazione.
Soldi che dovrebbero essere restituiti però dall'acquirente.
IL NODO DELLA CONCORRENZA. Questa misura, contenuta nel decreto di dicembre, è considerata un prestito a condizioni di mercato, la restituzione dei soldi con gli interessi sarebbe successiva alla vendita.
Quindi se i 400 milioni che diventano 800 andassero all'Ilva a prescindere dalla vendita, i 300 sarebbero solo assistiti da una garanzia bancaria dello Stato ed essendo a condizioni di mercato, dice l'Italia, non sono aiuti, non c'è distorsione della concorrenza.
I DUBBI DI BRUXELLES. Una spiegazione che non ha convinto Bruxelles. Il governo vorrebbe che il prestito fosse visto come necessario per tenere in funzione gli impianti ed evitare la morte dell'azienda con lo spegnimento, sino all'arrivo del'ipotetico acquirente.
Ma il dubbio resta, la Commissione infatti potrebbe comunque considerare aiuto un prestito fatto dallo Stato a un'azienda in difficoltà, alla quale nessuno presterebbe dei soldi.
Insomma, tenere in piedi l'Ilva anche con un prestito ponte per scongiurarne la svendita potrebbe essere considerato un aiuto di Stato al funzionamento.
Eppure è la stessa Commissione a scrivere che «la migliore garanzia di un futuro sostenibile per la produzione siderurgica a Taranto è la cessione delle attività dell'Ilva a un acquirente che le metta in conformità con le norme ambientali e le sfrutti a scopi produttivi». Ma trovarlo subito senza sostenere l'impianto in questo momento non è facile, a meno che non si accetti di svendere l'impianto. Possibilità questa, che in Europa farebbe piacere a molti concorrenti.
LA PRESSIONE DEI CONCORRENTI. Lo stabilimento Ilva di Taranto è infatti il più grande impianto siderurgico dell'Ue, in grado di produrre, a piena capacità, un volume pari a quello ottenuto nel 2015 da Bulgaria, Grecia, Ungheria, Croazia, Slovenia, Romania e Lussemburgo messi assieme. È la stessa Commissione ad ammettere di aver «ricevuto numerose denunce di parti interessate contro misure che lo Stato italiano avrebbe adottato per tenere artificialmente a galla l'Ilva, misure che, in considerazione delle consistenti capacità di produzione dello stabilimento, potrebbero comportare una distorsione significativa della concorrenza». Una possibilità tutta da accertare, quindi, che mal si sposa però con i toni usati sinora dall'esecutivo europeo e con il suo pressante invito a vendere l'acciaieria.


Twitter @antodem

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