Economia
L'INTERVISTA
«Noi, operai bluffati da Fiat»
Parla Di Luca uno dei lavoratori Fiom che attende di tornare in fabbrica, ma non crede alla retromarcia di Marchionne.
di Enzo Ciaccio
Non crede che Fiat lo riassumerà, anche se ci spera e fa appello alla mobilitazione. Nei 22 anni vissuti in fabbrica, il 45enne Antonio Di Luca, operaio specializzato ed esperto in organizzazione del lavoro, autore di un libro che racconta la tormentata storia Fiat da Mirafiori a Pomigliano, ha conosciuto il buio della depressione, l’angoscia di chi con pochi soldi deve crescere tre figli, il busto ortopedico che fa da gabbia all’anima perché non dimentichi le sette discopatie ereditate in catena di montaggio.
POCO CONCRETA L'ASSUNZIONE. «Dal giorno della sentenza che dà ragione a Fiom sulle discriminazioni», confida Di Luca a Lettera43.it, «mi sento come rinato. Ma credo poco a Fiat che ceda sulle assunzioni: se io e i miei compagni tornassimo nei reparti a Pomigliano crollerebbe l’ideologia del consenso cieco e totale imposta dall’amministratore delegato con la chiusura e la finta riapertura dello stabilimento e per il Marchionne-pensiero sarebbe la disfatta».
NON DIMENTICARE DIGNITÀ E DIRITTI. Nelle parole di Di Luca trapelano amarezza e cassa integrazione: «Lavoro in fabbrica dal 1989», racconta, «professionalmente ho dato molto e tanto vorrei poter dare ancora: ma dove sta scritto che, per produrre con competenza, bisogna dimenticare dignità e diritti?».
E poi: «Altro che aizzare chi è già in fabbrica contro quelli in attesa, come stanno facendo alcuni sindacati, la sentenza che condanna le discriminazioni è libera-tutti, cioè un bene comune che appartiene alla società e va difesa a ogni costo».

DOMANDA. Che cosa farà se Fiat proporrà di rientrare in fabbrica, ma nel rispetto delle nuove regole?
RISPOSTA. Fiom rientrerà a schiena dritta, forte di una sentenza che ha legittimato la sua agibilità sindacale e di un’altra che ha vietato le discriminazioni contro chi non ha firmato accordi-capestro.
D. Quanto c’è da aver paura degli iscritti a Fiom?
R. Mio padre faceva il calzolaio, amava il suo mestiere e lo faceva al meglio.
D. E Lei?
R. Ho in mente le parole che Primo Levi fa pronunciare a Lorenzo Perrone, il muratore che ad Auschwitz gli salvò la vita: anche se qui appare senza senso, diceva, costruisco il muro ben dritto perché solo così so costruirlo.
D. Eppure, voi Fiom siete sgraditi in Fiat.
R. Il non gradimento riguarda i 19 operai che hanno vinto la causa e i 145 che hanno mantenuto la tessera sindacale ritenuta sbagliata, ma non solo.
D. Chi altro?
R. Poco gradite sono anche le donne in maternità o le mamme, che hanno chiesto invano aiuto al ministro del Lavoro Elsa Fornero, nonché quelli con ridotte capacità lavorative e gli anziani.
D. Che cosa si aspetta, dopo la sentenza anti-discriminazioni?
R. Alcuni che per paura avevano mollato, chiedono sottovoce di riprendere la tessera Fiom.
D. E quindi?
R. Sentenza o no, è probabile che Fiat si inventerà altro pur di non assumerci.
D. Per esempio?
R. Dire di sì ad alcuni iscritti a Fiom, ma a patto che, una volta in fabbrica, straccino la tessera.
D. A Pomigliano, Fiat sarà una fabbrica in cui una parte del personale ha aderito all’accordo e un’altra invece no: che accadrà?
R. Gli iscritti a Fiom rispetteranno il contratto del 2008, quello considerato legittimo dalla magistratura. Ed eserciteranno i diritti sindacali che il tribunale ha dichiarato inalienabili.
D. L’accordo aziendale stabilisce che solo chi ha firmato i patti con Marchionne può fare sindacato.
R. Un’assurdità incostituzionale, che i magistrati hanno spazzato via.
D. C’è da aspettarsi altissima conflittualità, allora?
R. Quel che Fiat teme di più sono le piccole conflittualità dei singoli: sono improvvise, devastanti, poco governabili. Ma sia chiaro che nessuno di noi rientrerà in fabbrica per fare la rivoluzione.
D. Invece, che farete?
R. Senza accettare soprusi, vogliamo produrre al meglio la Nuova Panda e, se non basta, anche altri modelli. È nostro interesse essere bravi, competitivi, vincenti. E sviluppare l’indotto.
D. L’indotto Fiat è alla fame.
R. L’80% dei pezzi per la Nuova Panda arriva dalla Polonia.
D. Quanti fra i 5.200 operai di Pomigliano riusciranno a rientrare in Fabbrica Italia?
R. Dovranno tornare tutti, anche a costo di far ricorso ai contratti di solidarietà. E ciò prima del luglio 2013, quando scatterà la mobilità che, con le nuove norme, vorrà dire la probabile disoccupazione a vita.
D. Di che cosa si sente più il bisogno, in Fiat e dintorni?
R. Di un serio piano strategico come quello di Volkswagen in Germania: Marchionne e i suoi non hanno saputo elaborarlo.
D. La ricerca langue.
R. Anche l’organizzazione: tempo fa proposi un metodo di lavoro che avrebbe consentito di produrre 20 mila auto in più all’anno grazie ai cosiddetti cambi a scorrimento sulla linea di montaggio.
D. Che fine ha fatto la proposta?
R. Non è mai stata presa in esame.
D. In tanti - comprese frange di Cisl e Uil - temono che Fiat, indispettita, decida di smobilitare.
R. Dispetti o no, Fiat ha già chiuso Termini Imerese in Sicilia e Irisbus ad Avellino. A Pomigliano ha ridotto i modelli da cinque a uno. I Suv da produrre a Mirafiori sono stati dirottati in Russia e altri investimenti si stanno dirigendo in Serbia. Detto ciò, ribadisco: la dignità del lavoro non si svende.
D. Ma se davvero Fiat andasse via?
R. Come non definire la minaccia di smobilitare che spunta ogni volta che si chiede di discutere?
D. C’è, anche fra i sindacati, chi ha teorizzato: fabbrica nuova, regole nuove in cambio del lavoro.
R. Sciocchezze. La nuova fabbrica è in realtà la vecchia fabbrica.
D. In che senso?
R. Marchionne si è comportato come un salumiere che fa finta di chiudere bottega per riaprirla dopo pochi giorni.
D. Qual è il problema?
R. Che riapre nello stesso posto, con lo stesso datore di lavoro, con gli stessi prodotti sebbene di diversa qualità, ma con regole mai viste e un personale sottoposto a pulizia etnica, cioè selezionato a proprio piacimento.
D. Un bluff, insomma?
R. Una brutta fiction, che ha violato l’articolo 2112 del codice civile.
D. Che cosa stabilisce?
R. Tutela i diritti dei lavoratori nel trasferimento di azienda e definisce le condizioni del trasferimento.
D. Il risultato?
R. È stato consumato uno stupro giuridico.
D. Addirittura.
R. Come altrimenti potrei definirlo? Il trasferimento è fasullo, le regole imposte sono state dichiarate illegali, il contratto è peggiorativo e perciò irricevibile, i risultati produttivi sono imbarazzanti.
Mercoledì, 27 Giugno 2012
(2)
yuma 29/giu/2012 | 07:29
45 anni e sette discopatie dovute alla catena di montaggio
mmmmhhh...questo qui mi sa che la catena di montaggio l'ha vista ben da lontano. Avrà un microchip anche lui ?
Vera 1 28/giu/2012 | 16:07
IL FALLIMENTO dei COMUNISTI (ora PD) fà schiavizzare ART18 e schiacciare gli operai (quei pochi rimasti)
La Fornero diventa legge Il ddl lavoro passa alla Camera
ART. 18, ARRIVA LA RIFORMA. Addio reintegro automatico in caso di licenziamento per motivi economici CONTRATTI A TEMPO. La durata del primo contratto a termine, che può essere stipulato senza che siano specificati i requisiti ...... gli APPRENDISTI. Arrivano norme più stringenti in materia di apprendistato
L' IDV a breve, indirà un referendum sulla riforma da sottoporre al giudizio degli italiani. «La riforma avrebbe dovuto includere più lavoratori, mentre non ha creato un solo posto escludendo, invece, molti che il lavoro ce l’avevano. Avrebbe dovuto, inoltre, rilanciare la crescita, conferire prospettive alle famiglie e tutele alle fasce più povere. Tutto il contrario: in un momento di forte recessione come questo, si sono ulteriormente penalizzate alcune categorie riducendo, ad esempio, gli ammortizzatori sociali e inasprendo i criteri di età per poter andare in pensione». Gran parte delle promesse, poi, non sarebbero state mantenute: «Non ha sanato - anzi, probabilmente, ha acuito - le difficoltà di transizione tra disoccupazione e occupazione. Si sarebbe dovuto discutere, ad esempio, di politiche attive, attivando sinergie con le Regioni, combattere gli sprechi ed abbattere i vincoli. E, invece, niente. Non parliamo, poi, dell’articolo 18, modificato con un approccio talmente ideologico da scavalcare i diritti dei lavoratori». L’Idv, dal canto suo, qualche suggerimento l’aveva dato: «Abbiamo proposto di implementare gli ammortizzatori sociali quando, invece, li hanno ridotti; avevamo, inoltre, suggerito, nuovi criteri di determinazione dei salari, in modo da conferire una serie di vincoli tali da rendere quelli minimi dignitosi e sostenibili; si sarebbe dovuto abbattere, infine, il cuneo fiscale». Una sola nota positiva: «L’associazione sociale per l’impiego; a di là di questo, la riforma, per come è stata scritta, è da cestinare». Se è stata approvata in questi termini, secondo il deputato, c’è un motivo ben preciso: «è mancata del tutto, da parte del governo, la volontà di instaurare un dialogo con il governo e con le parti sociali». Per l’Idv, si è trattato di un voto obbligato: «Abbiamo votato contro, in sostanza, perché non potevamo astenerci dal bocciare un provvedimento che non prevede né la crescita, né il contrasto alla povertà e alle disuguaglianze».
I VERI COMUNISTI (nel senso nobile della parola "equità e giustizia sociale") sono Di Pietro e Grillo
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