Rai, cosa c'è dietro le frizioni tra Renzi e Campo Dall'Orto

Una Rai troppo poco renziana. Area editoriale e informazione ancora intonse. Ecco perché il premier ce l'ha col dg. Che si gioca tutto su palinsesti e nomine.

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13 Febbraio 2016

Da sinistra Carlo Verdelli, direttore editoriale per l'offerta informativa Rai, il direttore generale Antonio Campo Dall'Orto e il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai Roberto Fico.

(© Imagoeconomica) Da sinistra Carlo Verdelli, direttore editoriale per l'offerta informativa Rai, il direttore generale Antonio Campo Dall'Orto e il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai Roberto Fico.

Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare, scrive Alessandro Manzoni nei Promessi sposi.
La frase, per quanto efficace e poeticamente rotonda, non è del tutto corretta.
La paura non è una condanna del destino, né una condizione caratteriale.
È semplicemente la voglia di non vivere, di non rischiare.
Ed è un po’ quello che sta avvenendo in Rai dove il nuovo amministratore delegato, già direttore generale, Antonio Campo Dall’Orto, non ha dato prova di grande coraggio.
AFFONDO DI ANZALDI. E l’attacco portato a Viale Mazzini dall’epurator del nuovo Millennio, il deputato dem Michele Anzaldi («Purtroppo, dopo sei mesi, dobbiamo ammetterlo: su Antonio Campo Dall'Orto e Monica Maggioni ci siamo sbagliati, sono muti nel loro silenzio, altezzoso e arrogante. Da quando ci sono loro, la Rai è peggiorata tantissimo. Sia sul piano della comunicazione, sia su quello della trasparenza», ha detto al Corriere della sera), ne è in qualche modo la cartina di tornasole.
SMENTITE INUTILI. Certo, tutti si sono affrettati a smentire quanto affermato dal membro della Commissione di Vigilanza, grande amico di Filippo Sensi, portavoce e spin doctor del premier Matteo Renzi, sostenendo che fra il capo del governo e il numero uno di viale Mazzini è ancora luna di miele. Anzi è amore vero. 
E lo stesso Campo Dall’Orto ha offerto ai taccuini dei cronisti che lo hanno aspettano al varco dopo l’audizione in commissione di Vigilanza, una versione tesa a smontare le presunte frizioni fra lui e i premier.
Versione che, a dire il vero, ha alimentato la tesi opposta.
Che sarebbe quella maggiormente rispondente alla realtà.

Renzi voleva che il dg rivoluzionasse area editoriale e informazione

La scultura del cavallo morente nella sede Rai di viale Mazzini a Roma.

(© Ansa) La scultura del cavallo morente nella sede Rai di viale Mazzini a Roma.

Partiamo dall’inizio dunque.
Il presidente del Consiglio, che segue le vicende Rai con particolare attenzione, trova con cadenza periodica sulla sua scrivania un report confezionato da Sensi.
PREMIER CONTRARIATO. Nella cartellina sono annotate le variazioni legate ai programmi, le indicazioni connesse alle nomine e i progetti.
Insomma, una radiografia costante di quanto si muove a Viale Mazzini.
Gli ultimi dossier, però, non sarebbero piaciuti molto a Renzi.
COME LUIGI GUBITOSI. Campo Dall’Orto, esattamente come aveva fatto il suo predecessore Luigi Gubitosi con pessimi risultati, ha badato a occupare il perimetro, collocando in alcuni posti importanti, ma non del tutto strategici, manager a lui vicini.
Le nomine fatte riguardano la comunicazione e lo staff, ma area editoriale e informazione non sono state minimamente toccate.
Cosa che invece Renzi avrebbe voluto subito.
MESSAGGIO PER I DIRETTORI. Un indizio serio lo si trova nelle parole di Carlo Verdelli, neo commissario dell’informazione targata Rai, colui che risponde al direttore generale e che sovraintende l'operato dei direttori delle testate giornalistiche.
In occasione della sua audizione in commissione di Vigilanza, il giornalista è stato netto: «Non mi preoccupa il problema del “fatta salva l’autonomia dei direttori”», ha spiegato Verdelli, «non sono qui a costringere nessuno, rispetterò l’autonomia dei direttori, ma loro rispetteranno l’interesse principale che è quello di fare un’azienda che è uguale per tutti».

Il vero interruttore di Anzaldi è Sensi

Il premier Matteo Renzi con il suo portavoce e spin doctor Filippo Sensi.

(© Imagoeconomica) Il premier Matteo Renzi con il suo portavoce e spin doctor Filippo Sensi.

Insomma: tanti telegiornali, ma un solo marchio.
E basta con le guerre di cortile.
Un indizio serio, sul quale i tre tenori - Mario Orfeo, Marcello Masi e Bianca Berlinguer, alla guida di Tg1, Tg2 e Tg3 - devono iniziare a riflettere seriamente.
Non solo. Verdelli ha dimostrato di aver recepito la lezione di Renzi, mentre Campo Dall’Orto dà l’impressione di aver bisogno di ripetizioni.
Alle quali sta provvedendo il portavoce di Renzi.
Sensi, infatti, secondo i rumor che corrono sarebbe il vero interruttore di Anzaldi. 
RAI ANCORA POCO RENZIANA. I due si conoscono bene, si vedono e si sentono periodicamente, in modo da tradurre le indicazioni di Renzi.
Il quale avrebbe voluto già poter contare su una Rai a sua immagine e somiglianza. 
Invece, se tutto andrà bene, il valzer delle nomine dei direttori di rete dovrebbe avvenire alla fine di febbraio, quando gli effetti del Festival di Sanremo inizieranno a essere decantati.
Ed è quel momento che si vedrà se Campo Dall’Orto ha coraggio da vendere e se la sintonia con Renzi è ancora tale, oppure il filo si è spezzato e l’Anzaldi di giornata non ha fatto altro che evidenziarlo.
PALINSESTI BANCO DI PROVA. Ipotesi tutt’altro che remota, dato che in Vigilanza il numero uno di Viale Mazzini anziché spiegare e attaccare si è difeso, sostenendo che ad aprile verrà approvato il nuovo piano industriale, anche se è chiaro a tutti che, più che i conti e l’organizzazione aziendale, sono i palinsesti il vero banco di prova del direttore veneto.
E non sembra un caso che le fibrillazioni di questi giorni precedano la prima tornata di nomine di peso del direttore generale, in arrivo dopo Sanremo.
Chissà che a Renzi i report di questi giorni non siano affatto piaciuti.

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