Riad, i conti in rosso e la caccia alla liquidità

Spending review. Tasse e bollette più care. Per ripianare un buco da 100 miliardi. L'ultima idea dei sauditi: privatizzare anche il gigante del petrolio Aramco.

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30 Gennaio 2016

Uno stabilimento del gigante saudita Aramco.

(© Getty Images) Uno stabilimento del gigante saudita Aramco.

L'asset più attraente in odore di privatizzazione è la compagnia di Stato saudita Aramco, maggiore produttrice di petrolio e con ogni probabilità - fino a un crollo prolungato del prezzo a barile - anche la società di maggior valore al mondo.
Dal World Economic Forum di Davos, in Svizzera, il nuovo ceo Khalid al Falih ha promesso «resistenza ancora a lungo» dei sauditi, anche «senza abbassare la produzione di greggio», tenuta alta per danneggiare la nuova concorrenza iraniana e americana.
Riad si aspetta un rialzo inevitabile delle quotazioni, perché un petrolio «sotto i 30 dollari al barile è irrazionale».
LO SBARCO IN BORSA. Ma si tratta di cauto e forzato ottimismo, visto che la Saudi Aramco - nata come multinazionale texano-saudita californiana e nazionalizzata negli Anni 70 - sta per sbarcare in Borsa, avviando così una vendita di quote che possa ammortizzare le perdite statali recenti e a venire e dare grande liquidità.
In un lungo ed esclusivo colloquio con The Economist, all’inizio del 2016 il figlio del re Mohammad bin Salman (principe, ministro alla Difesa e vice premier con deleghe all'economia) ha annunciato la possibilità di privatizzare, «nei prossimi mesi», il colosso statale degli idrocarburi.
IL THATCHER D’ARABIA. Il principe bin Salman, ribattezzato il «Thatcher d'Arabia», a un anno dalla salita al trono del vecchio padre si dice «personalmente entusiasta di un passo del genere».
Aramco è la parte più consistente della spending review in corso a Riad e la sola che, a detta dei nemici e di alcuni analisti economici e mediorientali, potrebbe salvare l'Arabia saudita - o meglio la famiglia reale di miliardari che la controlla dal 1932 - da una vicina bancarotta.

Disavanzo pubblico di 100 miliardi di dollari, il 15% del Pil

Il figlio del re saudita Salman e principe Mohammed bin Salman, ministro della Difesa.

(© houseofsaud.com) Il figlio del re saudita Salman e principe Mohammed bin Salman, ministro della Difesa.

Dai rumor sul presunto collasso dei conti di Riad e sulle privatizzazioni si moltiplicano le speculazioni sul valore effettivo di Aramco, stimato in «trilioni di dollari», migliaia di miliardi cioè.
Tra gli 1 e i 3 trilioni, più di Apple, secondo le diverse analisi internazionali, ma nessuno sa veramente l’ammontare esatto: i bilanci dei business da idrocarburi sono mantenuti segreti.
Nulla trapela e anche sull'entità delle riserve si hanno indicazioni limitate.
Certo è che nel 2015 il regno è stato costretto ad aumentare le bollette di elettricità e gas e anche della benzina.
Come capo del Consiglio per gli Affari economici e lo sviluppo, bin Salman figlio ha in cantiere inoltre un piano di tagli alla spesa che prevede l'eliminazione graduale dei sussidi per l'elettricità, l'acqua e gli alloggi.
L’ACCENTRAMENTO STATALE. Tempi di crisi globale e sforbiciate, davvero per tutti: le stime ufficiose - smentite dai reali - parlano di un deficit statale dei sauditi di circa il 15% sul Pil nel 2015, per un disavanzo record di 98 miliardi di dollari, dovuto agli introiti al ribasso del petrolio e alle spese per l’aggressiva campagna militare in Yemen.
Morto il vecchio sovrano Abdullah, le segreterie del governo sono state accentrate in due unici dicasteri, controllati dal principe Mohammad e dai suoi fedelissimi.
RISERVE NON (ANCORA) QUOTATE. Le riforme in preparazione prevedono finanziamenti privati per sanità e istruzione, un balzello del 5% (l'equivalente dell'Iva finora inesistente in Arabia saudita) sui beni non essenziali e anche la «completa o parziale» privatizzazione di una lunga serie (una ventina) di società statali: dalla compagnia aerea all'azienda di telecomunicazione, a rami del comparto militare, fino alla messa all'asta di una parte del colosso Aramco.
Non è per ora una svendita: la quotazione in Borsa della parte minoritarie delle joint venture e dell'indotto della raffinazione - non del core business delle riserve petrolifere -, di un'azienda comunque gigantesca, darà subito incassi record a Riad.
In merito si sono già tenuti due incontri di alto livello, alcuni investitori sarebbero stati sondati per una quota iniziale del 5%.

Il principe Salman promette di diversificare, ma come?

Il re saudita Salman.

(© Getty Images) Il re saudita Salman.

Manovre del genere suscitano, ça va sans dire, mal di pancia crescenti tra la grande e litigiosa dinastia tribale degli al Saud.
Nel 2015, con un colpo di spugna il nuovo (80enne) re Salman, che in diversi indicano gravemente malato, ha cambiato il principe designato erede al trono: dal fratellastro 70enne Muqrin al Saud al nipote e ministro dell'Interno Mohammed bin Nayef, 50enne.
Un salto anagrafico che potrebbe presto allungarsi di un'ulteriore generazione: anche il figlio principe 30enne del re, Mohammad, secondo in linea di successione e figura sempre più potente, starebbe scalpitando per diventare il sovrano assoluto.
IL PRINCIPE ROTTAMATORE. Da lì la grande ambizione nell'affermarsi come «principe del rinnovamento», rottamatore dell'apparato statale e mente dei continui bombardamenti in Yemen.
A quanto dichiarato, Aramco è una pompa di petrodollari da 261 barili di riserve (10 volte tanto gli americani di ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera privata al mondo) e si teme che, con un decollo dell'economia iraniana e il prezzo del greggio in continuo calo, la quota in vendita possa aumentare.
Il principe Mohammad non lo ha escluso.
MANOVRE SPERICOLATE. Una spericolatezza, in politica economica come agli esteri, alla quale si oppongono i discendenti del ramo esautorato di Muqrin. Senza considerare i dubbi sul reale stato di salute delle riserve saudite, visto il bisogno imminente di liquidità.
Il principe Mohammad intende investire le riserve in settori non petroliferi. Sdoganando l'economia di libero mercato, promette «enormi opportunità», nel settore del «turismo religioso», «dell'agricoltura» e di alcune «miniere di uranio».
Ma dalla Mecca e Medina Riad ha da sempre maxi introiti e l'Arabia è una terra arida del petrolio sotterraneo facile da estrarre, l'acqua è una rarità.
E diversificare, per Riad, è più difficile che per molti altri Paesi.


Twitter @BarbaraCiolli

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