Avvocati dipendenti, battaglia dell'Aiga

20 Marzo 2013

Giovani avvocati e libera professione? No grazie. L'Aiga, l'associazione che raggruppa le nuove leve della categoria forense ha lanciato una proposta dirompente. Istiturire un registro per gli avvocati "dipendenti". UNA FIGURA NON PREVISTA. L'ordinamento, a partire dalla riforma forense appena approvata, non prevede questa tipologia di avvocato. Gli unici privilegiati sono gli avvocati che lavorano per gli enti pubblici e società ex partecipate, che oggi di pubblico non hanno praticamente più nulla: dall'Enel all'Eni passando anche per numerose banche come il Monte dei Paschi di Siena. Il resto dei 260mila avvocati iscritti agli albi è considerato dal legislatore un libero professionista. REALTA' LONTANA DAI FATTI. Eppure, chiunque sia mai entrato un uno studio legale sa benissimo che la realtà è un'altra. Molti avvocati si avvalgono, infatti, di collaboratori. Negli studi associati, questa figura emerge in maniera chiara. Economiaweb.it, ha stimato (e si tratta probabilmente di una stima per difetto) la presenza di 4.200 avvocati dipendenti solo nei primi 100 studi legali associati d'affari presenti in Italia. Ma considerato che le associazioni professionali nel Paese sono 9.000 c'è da pensare che la quantità di dipendenti di questa particolare tipologia di strutture sia molto più elevata. L'AIGA PARLA DI 50MILA TOGHE. Persino più alta dei 50mila ipotizzati dall'Aiga (che non considera solo gli avvocati degli studi associati ma anche i tanti che lavorano alle dipendenze di un dominus) nel presentare la sua proposta. Ma cosa ha spinto i giovani avvocati a decidere di portare avanti questa battaglia contro uno dei tabù più inviolabili dell'avvocatura italiana? A preoccupare l'Aiga sono gli effetti che potrebbe avere l'articolo 21 della nuova legge forense, che consente di conservare l'iscrizione all'albo solo a chi esercita la professione in maniera continuativa, pur senza fare alcun riferimento al reddito. Greco (Aiga) svela: tanti lavorano in nero e hanno problemi a dimostrare l'attività continuativa. «Sull'articolo 21 prevedo uno scontro», ha dichiarato il presidente dell'associazione, Dario Greco, «anche se il reddito non conta può essere lo stesso difficile dimostrare l'effettivo esercizio per chi lavora, spesso del tutto "in nero", negli studi. Quell'articolo non deve diventare l'arma per cancellare decine di migliaia di colleghi. Il contratto e l'elenco speciale sarebbero una garanzia». Non a caso l'obbligo di reddito minimo (fissato a 10mila euro l'anno) precedentemente vigente ha già comportato la cancellazione dagli albi di 60mila toghe. ALL'ESTERO E' GIA' COSÌ. Queste misure, infati, appaiono più che altro un modo per arginare l'inflazione dell'offerta di servizi legali che affligge la categoria e che, da molti, è considerata la ragione principale del deterioramento dei redditi dell'avvocatura. Ma all'estero, l'avvocato dipendente esiste? La risposta è sì. In Francia c'è la figura dell'avvocato "salariè", al quale sono estese, le condizioni previste da un contratto collettivo nazionale. In Inghilterra è previsto il legale "subordinato", mentre in Spagna il rapporto di lavoro degli avvocati "impiegati" presso uno studio è regolato con un decreto. TWITTER: @n_dimolfetta

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