Salario minimo, la Merkel deve cedere

21 Marzo 2014

lavoratore tedesco lavoratore tedesco
Fino a qualche mese fa parlare di salario minimo in Germania sarebbe stato inimmaginabile. Qui è nato un sindacalismo non conflittuale che accetta forti ristrutturazioni per trasformare le aziende (è successo in Siemens o in  Volkswagen) in colossi mondiali. Che, quando si siede al tavolo delle trattative, chiede per prima cosa alla controparte il «costo del lavoro per unità prodotta». Cioè quanto i “padroni” possono spendere per i dipendenti in base alle previsioni di bilancio, legando in questo modo i salari alla produttività. Senza dimenticare poi le differenziazioni a livello industriale e territoriale o la lotta agli scioperi selvaggi
UN SINDACATO RIFORMISTA. Ma adesso, nel Paese che ha contenuto costo del lavoro e disoccupazione anche grazie alla moderazione sindacale, arriva il salario minino. Questa misura fa parte delle concessioni che Angela Merkel ha dovuto fare ai socialdemocratici per mettere le basi alla nuova grosse Koalition. Nel 2005 la cancelliera dovette accettare l’abbandono al nucleare (mai veramente completato), questa volta ha dovuto offrire ai socialdemocratici il salario minimo garantito e contratti di affitto a canone sociale.
IL BARATTO CDU/SPD. Nelle scorse ore il ministro del Lavoro, ed esponente della Spd, Andrea Nahles ha presentato il testo del disegno di legge, che dovrebbe avere il via libera dalla maggioranza rossonera il prossimo 2 aprile. Si prevede l’introduzione di un salario minimo da 8,50 euro all'ora, che sarà applicato a circa 17 milioni di tedeschi. Uniche eccezioni: i lavoratori fino ai 18 anni d'età e i disoccupati di lunga data e hanno ricevuto dall'Agenzia del Lavoro.
Andrea Nahles Andrea Nahles
SCAVALCATE LE PARTI SOCIALI. In totale saranno esentati soltanto 16mila persone, ma, tant’è, questo è bastato ai sindacati per provare a ostacolare il progetto. In teoria le sigle tedesche vorrebbero dire no a una misura che limita la loro moral suasion in un sistema che è storicamente consociativo. In pratica, devono fare buon viso a cattivo gioco e trovare un pretesto per frenare la vis di Nahles. Infatti hanno replicato al ministro, chiedendo un provvedimento universale.
Il salario unico non piace soprattutto alle imprese. La locale Confindustria chiede deroghe più ampie e ricorda che la competitività della Germania sta nella capacità di legare il salario alla produttività e alla domanda dei mercati. E questo, unito a massicce iniezioni di incentivi all’innovazione, è bastato per respingere il dumping degli emergenti.
IL SÌ DEI TEDESCHI. La politica sta invece a guardare, con Cdu e Spd consci che il tema è molto sentito dagli elettori. Nelle scorse ore il 60 per cento dei cittadini interpellati in un sondaggio da Die Welt si è detto favorevoli al piano Nahles.
L’Ocse ha calcolato che in Germania il salario medio è di 59mila euro. E in un Paese legato all’export come la Germania non ci sarebbe bisogno di misure che irrigidiscano il sistema produttivo. In realtà nel Paese è fortissima la paura verso il futuro.
LA LOCOMOTIVA RALLENTA. Lo scorso anno Berlino è cresciuto soltanto dello 0,4 per cento, anche perché i principali compratori del made in Germany (i vicini europei o la Cina) hanno visto i loro Pil rallentare. Dall’inizio della crisi, poi, la ricchezza dei tedeschi è salita a 1.400 miliardi di euro. Ma a controllare la metà di questa massa di denaro è soltanto il 10 per cento della popolazione.
In quest’ottica anche un provvedimento dagli effetti limitati come il salario minimo garantito può fare proseliti. Molti economisti tedeschi hanno però consigliato alla politica di guardare a quanto accaduto in Paesi che hanno già introdotto il minimum wage. Negli Stati Uniti o in Gran Bretagna la disuguaglianza sociale è una piaga che nessuno riesce a debellare.

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